Mauro Armellini

Mauro Armellini

Giuseppe Bozzini racconta Mauro Armellini. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°4, dicembre 1986).

Mauro Armellini

(ovvero, da una scommessa vinta alla più celebre pipa d’Italia)

Ha fatto una delle pipe più celebri d’Italia, e quasi non lo sa; comunque non si è curato di farlo sapere. È la pipa che il Presidente Pertini regalò a Bearzot in occasione del mundial consegnato ormai alla nostalgia dei ricordi, una canadese con curvatura di un quarto. Non fosse per la moglie, questa storia non la sentirei raccontare neppure ora che sono venuto a trovare Mauro Armellini per conoscerlo da vicino, per interrogarlo sul suo lavoro, per collocarlo in quella personale galleria dei personaggi del mondo pipario che vado mettendo insieme. Quest’uomo robusto (è stato paracadutista ma anche musicante nella banda del paese), timido-scontroso, ciuffetto sulla fronte (alla Gorbaciov?), i suoi quarti di nobiltà li ha nelle mani. Ho già scritto che mi sono simpatici tutti quelli che fanno pipe, figurarsi quelli che le fanno con le loro mani. Mauro Armellini fa pipe dal 1959, ha cominciato per una specie di scommessa nata al caffè del suo paese, che è Barasso, sul lago di Varese. Barasso allora voleva dire ancora e soprattutto Rossi, la fabbrica che è stata per qualche tempo la più grande del mondo. Poi è venuto e cresciuto Savinelli, e all’ombra dei due colossi, in una zona dove si mangia pane e pipe, l’Armellini si mette a rusticare teste e a maneggiare radica. Ne ha maneggiato (e non è un modo di dire) a tonnellate. Quindici anni di lavoro, in casa, per conto prima di Rossi e poi anche degli altri, quasi tutti gli italiani, molti produttori stranieri. La moglie, sposata nel ’61, ovviamente lo aiuta, come usa da queste parti; ed è soprattutto la signora Rosetta che lo induce a «mettersi per conto suo», in poche parole a firmare quelle pipe che, fatte da lui, se ne andavano per il mondo con altri nomi. La decisione matura fra il 1973 e il 1974, quando Armellini si è costruito casa e laboratorio e sono nate quattro figlie che respirano subito polvere di radica. Quasi inutile aggiungere che anche le macchine del laboratorio sono fatte, o almeno adattate, da quelle sue mani.

La fatica più grossa, però, non è farle, le pipe, ma venderle, cioè mettere in piedi un minimo di organizzazione commerciale, una rete di rapporti, di conseguenza una programmazione produttiva, tutta roba che lo fa sudare più della radica. Gli Armellini, marito e moglie, ci riescono, arrivano ad avere undici persone al lavoro, Hacker nel suo libro («The ultimate pipe book»), che è del 1984, dice che producono 20 mila pipe l’anno, in realtà ci sono stati periodi in cui questa cifra è stata anche abbondantemente raddoppiata. Sul mercato italiano la diffusione è relativamente contenuta, notevole invece l’esportazione negli Stati Uniti, in Germania, in altri Paesi europei. Nel 1983 l’americana Tinder Box illustra in catalogo un set di tre Calabash Armellini, con anellino d’oro, in vendita a 1.500 dollari.

Mauro Armellini Calabash

La parola Calabash suscita l’unico momento di orgoglio nel discorso di Mauro Armellini. «Sono stato il primo — dice — a fare il foro in curva di tre millimetri e mezzo; adesso lo fanno in tanti, ma di sei millimetri». Di millimetri discute puntigliosamente anche a proposito del bocchino (quelli di argomento tecnico sono i soli momenti di eloquenza che si riesce a strappargli), per il quale ha sempre usato il metacrilato: lo spessore all’imboccatura deve essere di quattro millimetri e mezzo, la larghezza da 18 millimetri in su, così il morso è distribuito confortevolmente su più denti. L’ebanite, che lui chiama gomma, non gode delle sue simpatie (e qui non ci troviamo molto d’accordo). Diamo insieme un’occhiata al laboratorio (di cui è ingenuamente geloso), nella riserva di radica più placche che abbozzi, dalle placche lui ricava direttamente il modello, senza disegno. Ha unificato varie diciture in «Fatte a mano – di Mauro Armellini»; non esita a sostenere che l’«a mano» di oggi non significa necessariamente lima e sgorbia. È un oggi non felice per le pipe, lo sappiamo tutti. Nei tre Paesi grandi produttori (Italia, Francia, Inghilterra) si tirano i remi in barca, ci sono fabbriche che chiudono, fusioni, ridimensionamenti. Anche Armellini produce meno, impiegando meno gente, anche perché in laboratorio c’è tutta la famiglia, con le figlie (tre belle ragazze) che lavorano una volta si diceva come uomini e adesso si dovrebbe dire meglio se non di più. Dopo tanti anni di attività frenetica («a testa bassa») e per certi aspetti fatalmente ripetitiva, Armellini non si rammarica molto di questo diverso ritmo, può dare meglio sfogo alla fantasia, a lui piace provare, sperimentare, cambiare modelli e soluzioni.

Tra cortile e laboratorio razzola vivace il nipotino Matteo, poco più di due anni. Farà pipe anche lui? Nonno Mauro (gli secca che lo chiamino nonno, ma è felice di esserlo) lo esclude. Sul futuro della pipa è decisamente pessimista; almeno a parole, poi ammette che anche la sera, se non c’è qualcosa che lo interessa alla televisione, scende in laboratorio a trafficare con le pipe. Ci si diverte, tutto qui. Sembra pieno di contraddizioni, il nostro Armellini, come quando dice che quasi rimpiange il periodo in cui lavorava per gli altri, meno grane e più soldi sonanti. In realtà è contento che il suo nome vada per il mondo con il prodotto di quelle sue mani che conoscono la fatica vera. Da principio il marchio era una M, iniziale del suo nome di battesimo, ora è un punto avorio circondato da un anello dorato e sul meglio della produzione quel «Fatte a mano» che sotto, mentre ci si aspetterebbe un «da», ha invece «di Mauro Armellini». È anche contento che abbia imparato e lavorato con lui per quindici anni quel Tom Spanu («Tommaso, un gran bravo ragazzo») che ora fa pipe per conto suo in Sardegna.

Nel libro di Hacker è scritto che il forte di Armellini è sempre stato di creare macchinari per far pipe e che le sue prime arrivate in America si chiamavano «Verona», seguite dalle «Napoli», tutte nella schiera del medio prezzo; poi vennero le «Direttore» e altre di livello superiore e quelle di forme libere. Oggi la produzione è articolata con nomi come Élite, Symposium, Europa, Rouge et Noir, Manager; per gli americani le Verona Arcobaleno; nuovissime Le Mauro Series II rusticate; ancora un po’ di Calabash; poi, naturalmente e sempre, le forme libere. Armellini ha smontato la macchina per sabbiare che — manco a dirlo — si era fatto in casa con il solo intervento di un fabbro per certe saldature. Niente più sabbiate, almeno per ora. Al di fuori delle pipe, produce pigini; ma da qualche mese sta dandosi da fare con le penne. Stilografiche e a sfera, c’è già chi può scrivere con le penne Armellini, naturalmente di radica. Non poteva certo usare una materia diversa da quella che maneggia da tanti anni, che conosce a fondo; se prende in mano una placca non ha bisogno di bagnarla per individuare liscio e nodi, l’andamento delle venature. Chissà che discorsi ci fa con la radica delle pipe che fuma. Con preghiera di sorvolare sul coinvolgimento personale, concludo raccontando un episodio che mi sembra illuminante. Era il dicembre 1975 e ad Arona, con la festosa manifestazione diventata poi consueta, consegnavano a chi scrive il riconoscimento di «fumatore dell’anno». Nell’occasione mi furono regalate due pipe: una (era una bella Autograph), personalmente, da Achille Savinelli; l’altra, una Armellini, da un signore locale, perché lui, Mauro Armellini presente nella sala, «non osava». Anzi, come dice la signora Rosetta rievocando il fatto di cui non ero al corrente, «si vergognava».

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