Le manifestazioni di Roma e il nostro mondo pipario

Le manifestazioni di Roma e il nostro mondo piparioSegue un redazionale di Giuseppe Bozzini scritto in occasione delle manifestazioni annesse al campionato internazionale di lento fumo di Roma del 1979. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°3, settembre 1979).

Le manifestazioni di Roma e il nostro mondo pipario

Mi viene chiesta qualche parola per «aprire» questo numero di Smoking che è speciale perché esce in occasione del campionato internazionale e delle manifestazioni che gli fanno contorno. Lusingato dell’onore, scrivo volentieri prima di tutto per augurare a Fausto Fincato che l’esito lo premi del coraggio e dello sforzo organizzativo. Egli sa (ma lo sanno in tanti perché l’ho ripetutamente detto e scritto) che non ho particolare simpatia per le gare di lento fumo; ma ben vengano gare e campionati se non si riducono a funamboliche acrobazie, se sono fatti con un certo spirito, se sono pretesto per incontrarci e scambiare idee e miscele, se in qualche modo servono alla propaganda piparia e alla conquista di nuovi amici. Benvenute, dunque, le manifestazioni di Roma. E, come usa dire, vinca il migliore. Ma soprattutto vinca la pipa. Si direbbe un augurio inutile. La pipa sembra vittoriosa su tutta la linea, pare che stiamo vivendo un nuovo boom dopo quello degli anni Sessanta, il mercato tira, pipe da mezzo milione si vendono come panini, sono sempre più numerosi i giovani che si affacciano nei negozi specializzati, compaiono nuove marche e nuove forme, persino la nostra miope burocrazia si è svegliata e ha aperto le frontiere a tanti tabacchi più o meno illustri, si fanno insistenti le voci su un nuovo interesse della nostra patetica Azienda di Stato per i trinciati da pipa. Bene, mi rallegro. Fino a un certo punto, però. E a costo di fare la figura del guastafeste — e proprio in questa festosa occasione — dico che in tutto ‘sto fervore sento qualche puzza di fasullo.

Che nel fumare la pipa ci sia un pizzico di snobismo lo accetto e mi sta bene. Mi sta bene la ricerca del meglio, del nuovo, dell’insolito. Mi stanno meno bene l’atteggiamento del «siamo in pochi a potercelo permettere» e certi fanatismi. È giusto caricare quel pezzo di legno che è in fondo una pipa di tanti significati, ma non al punto di trasformarlo in feticcio o in status symbol. Questo si traduce in forzatura del mercato, legittima chi ci rifila il «pezzo di legno» per mezzo milione, incoraggia i pataccari e gli improvvisatori. Spuntano come funghi pseudo artigiani. Proprio in questo fascicolo c’è un pezzo dedicato a un vero grande artigiano, il primo di tutti, Carlo Scotti. Chiedete a lui quanta intelligenza, quanto sacrificio, quanta pazienza ci vuole per affermarsi. E allora che cosa pensare di chi, da un giorno all’altro, si improvvisa artigiano? Voglio essere chiaro. Ho per gli artigiani una predilezione persino settaria, non foss’altro perché lo era mio padre. Ma per gli artigiani veri, che lavorano con il proprio cervello, le proprie mani, il proprio gusto. L’artigiano non copia, non si mette a rimorchio, non sfrutta; ha la precisa funzione di coprire bisogni e settori ai quali l’industria non può arrivare. Altrimenti non è artigiano. Se si procura le «teste» dall’industria e poi si limita a ritocchi e rifiniture, spuntando così con l’aureola dell’artigianato prezzi superiori a quelli dell’industria, è solo un piccolo speculatore, un bottegaio che ruba sul peso. Sono d’accordo che il prodotto artigiano possa essere pagato più di quello industriale, ma solo se è «diverso». Mi sembra giusto dire che il prezzo di una pipa artigianale (ma veramente artigianale) debba essere superiore a quello del prodotto industriale corrente, ma inferiore a quello del «grosso nome».

Anche su questo punto voglio essere chiaro. Snobismi e fanatismi incoraggiano il pullulare di artigiani fasulli e contribuiscono a certe scandalose forzature di prezzi. Ebbene: tutti i tecnici, tutti gli esperti seri sono del parere che non esiste giustificazione economica per certe cifre astronomiche. Le giustifica soltanto la nostra dabbenaggine. Siamo noi che incoraggiamo una politica dei prezzi che è giusto definire ricattatoria (e il ricatto si esercita, prima che sul fumatore, sul rivenditore: sarebbe bello che qualcuno trovasse il coraggio di parlare). Mi sta bene il colpo di testa, il capriccio, l’innamoramento irresistibile, la voglia del «pezzo» unico o destinato a completare o arricchire una collezione: la passione della pipa è fatta anche di questo. Ma dobbiamo rifiutare gli eccessi sistematici, il puro lustro del nome, l’imposizione ricattatoria. Per il bene di tutti. Se tutti ci mettessimo nell’atteggiamento della ragionevolezza, se cominciassimo a respingere i ricatti, a non lasciarci incantare da certi nomi (che risplendono, spesso, soltanto di gloria riflessa, di tradizioni ormai lontane, e dietro hanno la potenza contrattuale e l’abilità — anche la capacità tecnica, lo riconosco — di qualche multinazionale), forse il mercato eliminerebbe alcune incredibili punte. Per fortuna, i molti buoni e seri pipatori che conosco non spenderebbero mai un milione per una pipa: la lasciano (talvolta con un po’ di rimpianto, sia pure) all’arricchito quasi sempre fumatore da strapazzo o alla signora-bene (è un modo di dire) che vuol fare il regalo da follia.

Chiarezza vuole che si aggiunga, anche per i fumatori seri: non si può pretendere di fumare sempre e soltanto in pipe lisce fiammate naturali. Queste condizioni sono purtroppo un evento raro, e la rarità si paga. Anche se le catastrofiche notizie sulla scomparsa (o quasi) della radica sono esagerate o gonfiate ad arte, è pur vero che c’è una certa rarefazione; ed è vero che sono sempre più scarsi i cioccaioli, cioè chi si adatta al duro lavoro della ricerca e dello scavo; ed è vero che questo lavoro lo si fa oggi in molti casi con sistemi più comodi ma non certo favorevoli alla buona qualità del prodotto; ed è ancora vero che la radica buona, giustamente vecchia, bisogna andare a scovarla (e scavarla) in luoghi sempre meno agevoli, perché i facili sono stati ripuliti. Ci vogliono trecento chili di radica per ottenere dodici dozzine (144, per chi non vuole fare il conto) di abbozzi; di questi abbozzi sei o sette risultano di quella qualità che nell’industria viene definita extra; ma non è detto che da questi sei o sette abbozzi si possa ricavare anche una sola bella pipa fiammata liscia naturale. Secondo gli industriali, la media è di una su mille pipe. Forse esagerano un po’, ma è un fatto che dobbiamo «accontentarci» anche di buone pipe sabbiate o semplicemente non fiammate. Del resto — diciamocelo — se si eccettua l’appagamento estetico, ma anche il senso egoistico di possesso del «gioiello», molto spesso la soddisfazione della fumata è la stessa, talvolta persino superiore. Il discorso vale anche per il nome famoso. Alzi la mano chi non tiene in cassetto o in rastrelliera pipe illustri e «si sforza» di fumarle di tanto in tanto solo per giustificarsi di averle pagate un occhio. Il nuovo boom o presunto tale ha naturalmente investito anche la distribuzione. Un numero crescente di tabaccai ha capito che la pipa è un prodotto interessante, che apre prospettive diverse e varie, che contribuisce a formare consistenti nuclei di clienti-amici. È una bella cosa, ma anche qui ci si dovrebbe guardare dall’improvvisazione. Per carità, nessuna pretesa che le tabaccherie si trasformino in santuari o in accademie. Ma sembra giusto chiedere al tabaccaio che «si converte» alla pipa un piccolo sforzo di preparazione. È lui, spesso, il primo «contatto» di un giovane con il mondo pipario; un suo consiglio sbagliato, sulla pipa o sul tabacco, può allontanare per sempre da questo mondo il neofita. Ed è soprattutto ai giovani che pensavo scrivendo, prima, di artigiani fasulli e di prezzi scandalosi. Mi auguro che queste manifestazioni di Roma interessino molti di loro e che molti si sentano tentati di convertirsi alla pipa. Avranno bisogno di qualche buon consiglio, ma soprattutto di prezzi onesti per un prodotto onesto. O vogliamo fargli credere che la pipa è un capriccio per miliardari? 

Un ultimo augurio: che le manifestazioni di Roma siano seguite con attenzione dai responsabili del Ministero delle Finanze e del Monopolio. Nel grande baraccone c’è ancora qualche tecnico degno di rispetto e degno di una tradizione che è stata in molti momenti luminosissima. Si mettano d’impegno, questi tecnici, e diano finalmente ai fumatori di pipa italiani il trinciato italiano: buono, serio, a prezzo onesto. Quanto ai ministeriali, cerchino di facilitare l’afflusso alle tabaccherie di tutti i tabacchi ammessi; e soprattutto studino attentamente le tariffe e, mano sulla coscienza, si domandino se è giusto che il più economico dei trinciati per pipa costi proporzionalmente più della sigaretta più cara. Visto che siamo in chiave romana e ministeriale, aggiungo  – rispettivamente — che il fiscalismo anti-pipa dovrebbe interessare anche il ministero della Sanità, se è vero (come è vero) che la pipa è comunque il modo meno dannoso di fumare. Non ho il coraggio di dire che la pipa fa bene, ma la tentazione di dirlo è grande.

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