Magia della pipa

Magia della pipaIn questo testo Giorgio Di Giovanni prende in esame la pipa da un punto di vista simbolico. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°3, settembre 1977).

Magia della pipa

Pur rimanendo sempre nel cerchio della “blague”, qualche volta vien da pensare davvero che la pipa sia un’idea-forza, cioè uno stato di coscienza intellettuale e appetitivo. E allora, quando capita, e sulla scorta di un tale sospetto, piace anche fantasticare che tra noi (i fumatori di pipa, s’intende) e quell’oggetto strano, in cui brucia il tabacco, si stabilisca un rapporto psicologico, per cui esso si va smaterializzando sino a diventare un tramite della volizione col pensiero e il sentimento. Si capisce che, a prima vista, il discorso può sembrare affettato e far sorridere, con divertita ironia, chi è fuori del gioco. Però, non altrettanto i fumatori di pipa che, per quanto li riguarda, si prendono terribilmente sul serio. Ho qui davanti a me, ripresa da R. Viollet, l’immagine dei soci di un club della pipa di Bruxelles. All’unisono stanno fumando in circolo, e ognuno evidenzia un’espressione assorta e meditabonda: tutti sembrano interiorizzati in pensieri reconditi e arcani. Passano gli anni e anche i secoli, ma il rituale resta. Al “Sans Souci”, Federico II di Prussia aveva fondato un’Accademia della pipa, da lui stesso presieduta: senza distinzione alcuna, i sodali, che durante le riunioni dovevano tenere costantemente la pipa in bocca, alla fine si ritrovavano in un’immobilità quasi ieratica. Del resto, ad essa, gl’inglesi, che la fumano sempre e dappertutto, non poco dovranno della loro impassibilità e serietà di riflessione. “Caro Watson — dice Sherlock Holmes — le pipe sono a volta straordinariamente interessanti. Non v’è nulla di più originale, salvo forse i mostri e i lacci delle scarpe”.

Che la pipa sia un mezzo per sconfinare nell’astrazione sembra dimostrato dal fatto che i loici e gli artisti ne subiscono un fascino irresistibile. Allorché nella prima metà dell’800 il suo uso sembrò essersi definitivamente circoscritto alle classi popolari, accadde che la “bohème” artistica e letteraria non esitò ad assimilarselo in ispregio alle convenzioni borghesi. In tal modo la pipa sottolineò il costume di vita di chi rifiuta la morale corrente, per scavalcare, con spregiudicatezza, i valori codificati del proprio tempo. Per decenni si proibì di fumarla in società. (E taluni divieti, curiosamente, son tutt’ora in vigore: a esempio nelle sale da gioco dei casinò; durante i ricevimenti nelle ambasciate). La sua stessa presenza denunziava – si direbbe oggi – una contestazione in atto. Sicché, per certi versi, si propose quale espressione volgare, fisica, plateale di quel dissidio che, nelle alte sfere della cultura soprattutto germanica, cominciava a imporsi tra il “Sein” e il “Sollen”. Accaniti fumatori di pipa furono, infatti, non meno fervidi rivoluzionari. Avventurieri come il pirata Bart, che impudentemente si mise a fumarla alla presenza del Re Sole; Sir Walter Raleigh (le sue sacche per pipe sono deliziose); politici come Carnot, l’inventore della strategia della guerra moderna; soldati che nel proprio zaino scoprirono il bastone di maresciallo: Lasalle, Oudinot, Kléber, Masséna, Murat; artisti anti-tradizionali come Flaubert, Coubert, Baudelaire, Verlaine, Rimbaud, Apollinaire e, più vicini a noi, Breton, Pablo Neruda, Bertrand Russell. E tra le donne: la Pompadour e George Sand, le antesignane di un gusto che, in questi momenti di emancipazione femminile, si va diffondendo con sorprendente rapidità tra il gentil sesso.

Dunque, la pipa indice di conoscenza e di elevazione spirituale. Tant’è vero che l’esercizio della pipa non succede al commercio del tabacco promosso dall’ambasciatore Nicot, ma si ritrova in epoche antichissime e rappresenta una prassi teurgica, con la quale l’uomo aveva la possibilità di elevarsi al di sopra delle sue limitate sensazioni. Insomma, l’impiego della pipa, nella quale si fumavano, e si fumano ancora, le più svariate sostanze inebrianti, in fondo costituiva una pratica rituale che poteva avere in comune con i misteri eleusini e i misteri orfici della Grecia del VI secolo le stesse esigenze di trans-umanazione dell’uomo con la divinità. E infatti in Scozia, certe pipe rudimentali in ferro e terracotta, scoperte nel corso di scavi archeologici, e che risalgono al periodo pre-romano, son chiamate “pipe di fata” e “pipe di elfi”, credo per sottolinearne il significato prevalentemente animistico che avevano all’origine. I film western, poi, ci hanno reso familiare il cosiddetto “calumet” dei pellirosse (vedi l’articolo), nel quale era simbolizzata la suprema aspirazione alla pace delle tribù indiane dell’America settentrionale. Certo, nell’età moderna, diffondendosi tra i popoli europei, la pipa si è secolarizzata, perdendo la sua natura “misterica” di propiziazione che aveva nell’antichità. 

Però, quest’oggetto, veicolo di ascesi e di purificazione mistica, chi può dire che abbia perso, oggi, del tutto la sua magia o cifra magica? Se gli etnologi se ne sono interessati per le comunità primitive, e in genere per certe forme di religiosità anche presso popoli più adulti, gli psicologi, per proprio conto, potrebbero ricavarne sufficienti indicazioni per l’analisi di attuali costumanze, soltanto in apparenza insignificanti. C’è da credere che il ricordo delle purificazioni e delle estasi, connesso all’uso della pipa, non sia andato irrimediabilmente smarrito, ma persista, viceversa, come un “sentire di aver sentito”. Con la differenza che l’originaria magia, con cui una volta l’uomo si annullava nell’ebrezza per conseguire una più compiuta spiritualità di se stesso, si è tramutata, nell’evoluzione della civiltà occidentale, in forme di esperienza teoretica e morale. La pipa aiuta, oggi, a superare le nevrosi del nostro tempo, riportando l’uomo a un pacificato rapporto con se stesso, con il prossimo e con il resto della natura. Le pratiche rituali si sono mutate in un innocuo complesso di regole, che tutti i fumatori di pipa osservano con una scrupolosità che rasenta la mania, ma che invita a un’educazione del carattere, a uno stato di felicità e di compostezza interiore, a quel piacere del cerimoniale della pipa, la cui abitudine – diceva, a torto, quel grande esagitato che fu Napoleone — “n’était bonne qu’à désennuyer les fainéants”. 

D’altronde, in un’epoca di collettivismo indifferenziato, la pipa ha ereditato, perché no?, dalle antiche religioni il sentimento della ristretta comunità di iniziati e selezionati. Questi, infatti, come nelle sette misteriche, si riuniscono e riconoscono nei loro circoli (in tal caso, i clubs della pipa) e esotericamente praticano i loro riti moderni, quali le gare di fumo lento, in una continua, ininterrotta e civile competizione per la scansione ordinata del tempo, che il filosofo definiva l’ “immagine nobile dell’eternità”. Né, infine, si può escludere che la pipa sia la versione laica e aggiornata dell’incensiere della mistica pagana e cristiana, da cui gli effluvi che si levavano avevano il potere di purificare celebranti e fedeli. S’intende che, attualmente, il tabacco non la pretende per nulla all’incenso; e nondimeno la pipa, con le sue infinite varietà, nelle esornazioni che la differenziano l’una dall’altra, proprio dell’incensiere ha conservato le forme artistiche più raffinate e belle, tanto da invitare alla raccolta e al collezionismo. E’ chiaro che una rastrelliera di pipe è qualcosa di assai diverso da una teca di oggetti sacri, sebbene in entrambe quel che resta e conta è il valore espressivo delle cose esposte, quanto dire una possibilità di contemplazione e conoscenza estetica. Ora, per la pipa, dalla mistero-sofia della pratica all’ermetismo del titolo non c’è passaggio. E, per l’appunto, che mai vuol dire “pipa”? Donde ne proviene il nome? Il mistero — questa volta glossologico — sembra davvero impenetrabile e enigmatico; e richiederebbe a parte un discorso lungo e alquanto arzigogolato. Ciò che, se ne varrà la pena, non è escluso possa farsi in altra occasione.

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