Lei taceva

Lei tacevaTra l’onirico ed il romantico “Matinckosch” firma su Smoking (n°1, marzo 1978) questo breve pezzo dedicato, evidentemente, ad un momento che tutti i fumatori, principianti e non, conoscono molto bene: l’iniziazione di una nuova pipa.

Lei taceva

Finalmente eravamo soli. Mi chiusi la porta alle spalle, con cura, feci scattare meticolosamente il chiavistello della serratura per ben tre volte: avevo eretto cosi una barriera insormontabile tra il paranoico e frenetico mondo della strada e la nostra sacrale intimità. Lei taceva. Nella stanza, il mio sguardo scorse velocemente gli oggetti che popolavano questo piccolo mondo silenzioso; avevo una luce di complicità negli occhi che correvano dalla scrivania alla poltrona, alla grande libreria, agli sfarzosi ma sobri tendaggi, al letto ancora perfettamente acconcio: cercavo un segno di perdono da quelle cose che, nella loro statica maestà, mi ammonivano già severamente. Lei taceva. Le lanciai uno sguardo di intesa mentre mi sfilavo la giacca, e la cravatta… mi parve sorridere, non so, perché intanto i miei movimenti, dapprima lenti e posati, si facevano vieppiù frenetici. Tacque ancora. La avvicinai fissandola e provavo, passo dopo passo, un prorompente e convulso desiderio di guardarla, di sentirla, di toccarla. Diedi un ultimo furtivo sguardo all’intorno, quasi a sincerarmi della nostra totale intimità. Non cercavo più il perdono degli immobili oggetti che mi circondavano, non mi interessava più, mi ero già perdonato da solo. Lei taceva sempre. Il suo silenzio cominciò ad imbarazzarmi, é vero, ma ci conoscevamo ancora così poco. Allora la presi con forza, ma delicatamente; presi a slacciarle l’abito fino a poterla ammirare in tutte le sue nudità più eccitanti, le sue curve più personali. Ormai il mio corpo rispondeva soltanto al richiamo del senso, la ragione mi sembrava un attributo proprio di chi dalla vita non sa raccogliere altro che il frutto più arido e secco: io, invece, mi abbandonavo alla voluttà del guardarla, del sentirla, del toccarla. Ma, quasi stizzito, constatai che lei, ancora, taceva. Le strinsi fra le mani la testa rotonda, lucida, i suoi capelli lisci calavano regolari, striandole il viso alla luce soffusa della vecchia abatjour. Stetti a lungo a guardarla rapito, caricandomi di un intimo senso di calore e di placidità interiore, tanto che caricai anch’ella dello stesso sentimento di inebriante dolcezza: ma, lei, non lo dava affatto a vedere, anzi, taceva. La sentii scaldarsi pian piano sotto le mie mani, ma non volli abusare cosi, volgarmente, della sua smisurata disponibilità al piacere e moderai con prudenza la mia voluttà. Avevo paura di rompere, con qualche gesto goffo e violento, qualcosa in lei che non avrei più potuto riattare. Tuttavia, l’idea di profanare per la prima volta quel tempio inebriava i miei sensi, a tal punto che il suo continuo, sconcertante silenzio mi parve riempirsi di mille sospiri, di mille sussurri, di mille grida. Eppure, taceva. Quando la allontanai dalle mie labbra, fu solo perché sentii il desiderio di alleviare alla bocca la pena dei suoi morsi incandescenti, e ripresi ad accarezzarle intensamente il corpo tutto, con grazia e con forza, con dolcezza e con violenza. Ci amammo molto per due, forse tre ore, avvolti dai fumi eccitanti del senso, in silenzio. Poi, alla fine lei, la mia dolce e gagliarda pipa, mi bisbigliò qualcosa all’orecchio ma…dormivo.

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