Le rivoluzionarie

Le rivoluzionarie

Sergio Rossi narra le vicende delle pipe rivoluzionarie dette “impolitiche” e del loro ruolo nella storia del Risorgimento italiano. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista “Il Club della Pipa” (n°6, dicembre 1967).

Le rivoluzionarie

La pipa, oltre che nobile strumento per fumare, ebbe l’onore, durante il nostro glorioso Risorgimento, di servire anche quale mezzo per manifestare sentimenti patriottici, d’italianità. Nel gennaio del 1848, i milanesi si astennero dal fumare e dal fiutare tabacco. Fu questa una manifestazione popolare anti-austriaca, che doveva avere come conseguenza una cruenta repressione da parte della soldataglia asburgica (si ebbero sessanta tra morti e feriti e le prigioni si riempirono di arrestati). Ma undici anni dopo, nei primi mesi del 1859, cioè alla vigilia — si può dire — della definitiva liberazione di Milano dal potere austriaco per opera degli eserciti alleati italo-francesi, guidati da Vittorio Emanuele II e da Napoleone III, i milanesi manifestavano con «sfrontatezza» i loro sentimenti d’italianità e di rivolta nei confronti dell’Aquila bicipite, fumando, in barba alla vigilanza dei poliziotti asburgici (divenuti, peraltro più tolleranti; forse perchè essi stessi avvertivano l’imminenza del crollo del loro padrone), le «pipe impolitiche». 

Con questa denominazione, infatti, i funzionari dell’Imperial Regia Polizia si riferivano a vari tipi di pipe rivoluzionarie e patriottiche: da quelle modeste col fornello di gesso su cui erano dipinti i tre colori della bandiera italiana, a quelle più pregiate di schiuma raffiguranti le teste barbute e baffute di Vittorio Emanuele II, di Napoleone III, di Garibaldi e dello «zuavo» francese. Alcuni rari esemplari di tali gloriose pipe (ma soltanto di quelle, diremmo, iconografiche) figurano da tempo nelle prestigiose collezioni del prof. Ramazzotti e di Savinelli, ma solo recentemente, grazie ad una importante scoperta compiuta nell’Archivio di Stato di Milano, si è potuta tracciare una documentata «storia» delle pipe impolitiche. Lo studio di tale documentazione lo si deve al dott. Glauco Licata, che ha redatto il testo di una bella pubblicazione, intitolata appunto «Le Pipe del ’59», edita dalla Rivista «Città di Milano», diretta dal capoufficio stampa del Comune di Milano dott. Leonida Villani. Il volume è in vendita al prezzo di mille lire nelle principali librerie milanesi o presso la Rivista «Città di Milano», in piazza della Scala 3.

Sono 63 pagine, impreziosite da rare illustrazioni e dalle riproduzioni dei documenti più significativi (le pipe raffigurate appartengono alle collezioni Ramazzotti e Savinelli), che si leggono tutte d’un fiato, con estremo interesse, poiché l’Autore ha avuto l’abilità di lasciare più che altro la parola al documento, intervenendo con discrezione soltanto per «focalizzare» l’evento storico, per collegare tra loro i vari fatti, per richiamare il clima, l’ambiente nel quale sono «maturati» e si sono verificati. Si è alla vigilia, come abbiamo detto, della seconda guerra dell’Indipendenza, la decisiva per la libertà e l’unificazione d’Italia. Il genio politico di Cavour è riuscito a compiere il miracolo: il piccolo, ma fiero regno sabaudo, avrà in questa lotta, a fianco, la potenza della Francia, oltre che l’eroico apporto dei patrioti italiani. Mazzini, ma, soprattutto, Cattaneo, «arricciavano il naso» di fronte a questa alleanza con un «despota» (Napoleone III), volendo che la liberazione d’Italia avvenisse più che altro per opera della rivoluzione popolare, mentre Garibaldi era pronto, come sempre, ad accorrere con la sua generosa spada ed a combattere contro l’odiata Austria. Questo era, del resto, anche l’atteggiamento della maggior parte dei patrioti italiani. La liberazione dal giogo asburgico era imminente: la si avvertiva, sebbene inconsciamente. E, in questo clima, si moltiplicavano gli atti di insofferenza, gli oltraggi all’Imperial Regio Governo. Si tratta, per la maggior parte, di tiri birboni, di sfoggio di simboli patriottici. I documenti redatti dai funzionari della polizia asburgica e dai loro agenti ed i «corpi di reato», ora scoperti nell’Archivio di Stato milanese, ce ne danno chiara testimonianza.

Quale esempio significativo trascriviamo un curioso scritto satirico, sequestrato ad un oscuro, illetterato cittadino: «Il Padre nostro veramente lombardo: Padre nostro che sei a Viena, che il vostro nome sia dimenticato per sempre, che il vostro regno si restringa al di la dellapi, che la vostra volontà non sia fatta piò ne sotto il cielo ne sotto terra ditallia, date a noi oggi il pane quotidiano che ci divorano i vostri crovati, rimettete a noi loro e largento che divoraste come vi renderemo la vostra carta monetaria, noi inducete alla disperasione, ella liberateci da noi dei vostri satelleti adesso e per sempre cosi sia».

Ed ora la notizia di una burla, tanto allusiva alle «cattive acque» in cui stava per trovarsi l’Austria (7 marzo 1859): «Le guardie Arsetti e Corti denunziarono al 4° Circondario, che ieri alle ore 6 a.m. sconosciuti individui involarono la barriera di legno della Strada del Ponte S. Celso. Nel luogo Martinengo, Provincia di Bergamo, nella notte dal 5 al 6 m.c. ignoti autori, distaccarono d’un traffico di tabacchi l’aquila imperiale che si trovava qual insegna e l’applicarono sulla porta dell’ospedale con che dietro la generale opinione si voleva significare che l’Austria sia ammalata».

Ma ecco la prima menzione di ritrovamento delle pipe rivoluzionarie. L’informazione venne da una nota della Polizia di Venezia, datata 23 febbraio, diretta all’inclita Polizia di Milano. Con la nota si informava: «Nel giorno 19 corrente si rinvennero nella bottega del venditore di generi di privativa, condotto da certo Giovanni Marchesini in Padova, via San Daniele al n. 2202 numero otto pippe (sic!) tricolori di gesso simili al campione che si trasmette. Assunto il Marchesini sulla provenienza di dette pippe, dichiarò di averli (sic!) ricevute nel giorno 16 corrente da certo Alessandro Gambarini commerciante di pippe in Milano sul corso Francesco al n. 603, insieme ad altri oggetti relativi al suo negozio». Un funzionario milanese fece le indagini e queste furono le risultanze dell’investigazione: «Mi recai oggi nel magazzino e negozio dell’oltre nominato Gambarini, ivi praticai una minuta visita allo scopo di rilevare se il medesimo possedesse ancora delle pipe uguale (sic!) all’unito campione qui spedito dalla I. R. Polizia in Venezia, la qual visita sortì senza effetto, ed il Gambarini asseriva dietro mie interpellanze essere infatti la pipa che gli mostrai un genere sortito dal suo negozio, ma che di quella qualità non ne aveva ricevuto che una piccola cassa e perciò già da più giorni terminati, soggiungendo però che prima di levarli dalla Dogana furono ben visitati dall’I. R. Autorità Politica come è di pratica. Con tali rispettosi cenni mi onoro di subordinare di ritorno la presente». Una vera beffa, come si vede, poiché il commercio era avvenuto sotto gli occhi dei doganieri del Governo austriaco, con tanto di firme e bolli. Il capo della polizia fece archiviare questa pratica, ma diede ordine a tutti i commissariati della città di effettuare ispezioni nelle vetrine.

Chiudevano gli occhi

Ma molti dei subordinati — non dimentichiamo che anche i poliziotti erano italiani e, col vento che spirava, era meglio lasciar correre — chiudevano uno, se non i due occhi. Tuttavia qualcuno, zelante, vigilava; oppure vi erano segnalazioni anonime, come questa che portò l’11 aprile ad una scoperta di pipe rivoluzionarie o “impolitiche”: «Nel rassegnare di ritorno lo scritto anonimo abbassato col riverito Decreto 7 andante n° 3671 P.S. ho l’onore di riferirle Ill.mo Sign.r Consigliere di Reggenza I.R. Direttore, che il venditore di liquori ed oggetti di Regia Privativa Lietti Giuseppe con bottega al n° 2492 S. Vittore al Teatro, giorni sono teneva infatti esposte nella vetrina alla pubblica vista alcune pippe (sic!) di gesso rappresentanti il zuavo francese alcune con berretta smaltata in rosso, e con fiocco bleu, ed altre con berretta bleu e fiocco rosso. Dalla visita fatta praticare in luogo si ebbe a rilevare che al presente non ne tiene più nemmeno una, come pure consta che esponesse altre pippe coll’effigie di Omer Bascià di gesso bianco, calotta rossa e fiocco verde. Dietro tali emergenze mi sono quindi limitato a disporre perchè sia mantenuta al suddetto esercizio una virtuale sorveglianza per quindi procedere a norma delle relative emergenze e secondo il disposto dalle veglianti direttive».

Si era abbastanza clementi (non dimentichiamo che Radetzky, il terribile feldmaresciallo, era morto da un anno), tuttavia il comando di polizia raccomandava la massima vigilanza ai commissariati. Ma con scarso esito: «Per parte di questo Ufficio non occorse mai meno la sorveglianza in fatto di esposizione alla pubblica vista di oggetti con emblemi anti-politici e coi tre colori bianco, rosso e verde non esclusi i negozi di generi di privativa per le pipe, ma fin qui in questa giurisdizione non verificossi alcun caso che rifletta la raccomandata sorveglianza. Venne nuovamente richiesto a questi impiegati esecutivi la massima attenzione in proposito ed in caso di qualche rilievo ne verrà fatto analogo referto». 

E veniamo ad un rapporto di un capo, datato 27 aprile: «Relativamente alle pippe (sic!) di gesso, incaricai gli Ufficiali Perlustratori di visitare le botteghe di generi di regia privativa, di passare al sequestro di tutte le pipe rappresentanti: 1) una faccia con mustacchi e mosca, cappello alla calabrese e crocetta; 2) la forma di uno stivale; 3) le pippe dette alla Manara; 4) quelle che rappresentano i tre colori avvertendo nello stesso tempo i suddetti impiegati esecutivi, che devono far ritirare le pippe colla faccia militare alla francese con mustacchi e mosca e giaccò in testa, come pure quelle colla faccia alla zuava con mustacchi, mosca e berretto greco in testa. Essi ufficiali ci corrisposero sul loro operato il compiegato rapporto da cui Vossignorìa Illustrissima vorrà degnarsi di scrivere che adunati i venditori (erano undici) di oggetti di privativa vennero sequestrate delle pippe delle suaccennate categorie, le quali pippe mi onoro di rassegnare in pacco separato».

Si diffidano soltanto i negozianti, con lo spauracchio di maggiori pene se ricadranno nel «reato». Ma, nonostante il pericolo di perdere la concessione della privativa, non desistono dal vendere ed esporre le pipe rivoluzionarie. Così, nella bottega di Carolina Monti, esposte in vetrina, vengono trovate «due pippe di gesso coi colori bianco, rosso e verde»; alla tabaccaia ed acquavitaja Giovanna Giovannazza viene sequestrata «una pippa di gesso circondata coi colori bianco rosso e verde, rappresentante una figura da uomo con barba all’italiana…» ed al tabaccaio ed acquavitajolo Andrea Mentasti vengono trovate «numero due pippe di gesso rappresentanti una femmina con cappello alla contadina col fondo bianco, nastro in giro al cappello ed in giro al volto color rosso, la quale attaccata al bocchino mediante un cordoncino color verde, forma i colori bianco, rosso e verde. I bocchini furono lasciati al proprietario Mentasti, e le pippe si ha l’onore di qui rassegnare. Esse pippe erano in vetrina esposta al pubblico».

Milano libera

Il primo maggio del ’59 i tre comparivano dinanzi al funzionario di polizia e venivano diffidati. Ormai, non c’era più nulla da fare; un mese ancora e poi Milano sarebbe stata per sempre libera. I patrioti continuavano a fumare «le pippe antipolitiche» alla faccia degli sbirri asburgici, ma ben presto nelle stesse pipe avrebbero fumato, finalmente liberi, con maggior gusto, tra gli evviva a Vittorio Emanuele II ed a Garibaldi. E così, alla nobiltà della pipa, si aggiunse anche l’onore di essere stata simbolo di patriottismo e di italianità.

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