Le pipe di ieri (parte prima)

le pipe di ieri 1Giorgio Musicò dedicò alcuni brevi articoli alle pipe di ieri (per noi – nel 2018 – sono tutte pipe che appartengono ad un ieri più lontano, evidentemente). Questo primo pezzo è stato pubblicato su Smoking nell’ottobre del 1990 (n°3). Storicamente interessante anche la premessa in cui viene ricostruita cronologicamente la storia editoriale delle riviste periodiche specializzate e di alcuni noti libri del settore.

Le pipe di ieri (parte prima)

Chissà quanti di voi, amici fumatori, sanno che la prima rivista italiana sulla pipa nacque 25 anni fa (1965). Si chiamava «Il Club della Pipa» e veniva stampata a Milano (sempre a Milano, molto tempo dopo, ci fu un altro tentativo con «Extra-Extra», ma a dispetto dell’efficienza milanese le due iniziative non sono riuscite a sopravvivere, mentre a Roma «Smoking» e «Amici della pipa» sono ancora vive e vegete). Il suo direttore era un giornalista di buon livello, Umberto Montefameglio, il presidente onorario Gino Cervi, il personaggio a mio modesto parere più convincente che l’Italia abbia avuto per la diffusione della pipa. Con la sua memorabile interpretazione alla TV del Commissario Maigret, Cervi riuscì a portare la vendita delle pipe a livelli altissimi, mai più raggiunti. La bravura, l’eleganza e la perfetta disinvoltura del suo modo di fumare, l’umanità e la simpatia del suo modo di recitare, ebbero più valore di 10.000 spot pubblicitari. In seguito — come tutti sappiamo — il Presidente Pertini fu il nostro vessillo. Oggi, purtroppo, a parte la simpatica figura dell’onorevole Mammì e quella di Gianni Brera, unici personaggi pubblici, abbiamo tutti contro! (a proposito di Brera ho molto apprezzato e con me credo tutti i fumatori di pipa italiani la naturalezza con cui nello studio TV del «Processo ai Mondiali di Calcio», spipettava a tutto spiano, unico fumatore ma soprattutto uomo vero in mezzo a tanti manichini).
Come dicevo, alla rivista «Il Club della Pipa» oltre a Cervi collaboravano nomi illustri. Eppe Ramazzotti, il più grande collezionista di pipe di schiuma al mondo e Dino Buzzati, grandissimo scrittore di atmosfere gotiche e metafisiche e cognato di Ramazzotti; ci hanno dato insieme uno dei più bei testi che siano stati scritti sull’argomento.
C’era inoltre Baldo Peroni, grande esperto, anche lui autore di un libro tecnico sulla pipa «L’arte e il piacere di fumare la pipa» (1979) che per anni noi venditori abbiamo consigliato ai neofiti, fino al giorno in cui Giuseppe Bozzini scrivendo «La mia pipa» (1981) convinse noi tutti che mai libro più arguto, intelligente e stimolante potesse essere il veicolo migliore per poter appassionare prima o durante l’iniziazione al fumo della pipa.
Un altro validissimo collaboratore della rivista era l’architetto Aldo Pellissone, autore in seguito di importanti testi come il primo «Bolaffi della Pipa» (1978) o il libro «Pipa-Hobby» (1979), supporto indispensabile per coloro che vogliono conoscere la pipa più a fondo, magari costruendosene una, o il secondo «Bolaffi», uscito recentemente (1985) e altre pubblicazioni interessanti. Come vedete, un bel cast per una rivista che dalla metà degli anni Sessanta, per circa 7-8 anni sviluppò, promosse ed organizzò molte iniziative riuscendo a smuovere l’atavica apatia dei venditori.
Poi venne il declino: la rivista chiuse, ma intanto nasceva e si sviluppava l’attuale «Smoking» che grazie a Dio, dopo 15 anni, vive ancora. Una certa crisi del settore non ha scoraggiato la redazione e fino a quando ci saranno sostenitori credo che noi tutti cercheremo di diffonderne il messaggio culturale.
Questo lungo preambolo era necessario per introdurre un argomento che spero troverete interessante: «Le pipe di ieri o l’altro ieri…», una panoramica che vi permetterà di avventurarvi alla ricerca di prodotti a voi quasi sconosciuti ma ricchi di grandi tradizioni, oramai fuori commercio e magari disponibili a prezzi modesti.
Dove cercarle? obietterete voi giustamente. Non posso certo farvi l’elenco dei negozi e tabaccherie operanti in quel periodo ma con un po’ di intuito non sarà difficile trovarli. Molte delle tabaccherie situate nei centri storici di città e cittadine italiane conservano ancora strutture antiquate. Anche se non vedete pipe nelle loro vetrine, entrate e chiedete se qualche pipa è rimasta nei fondi di magazzino. Insistete con cortesia facendo intendere che siete interessati ad un acquisto anche in blocco e che non avete fretta… e qualcosa certamente uscirà fuori.
In questo primo articolo mi occuperò dei prodotti nostrani che nel passato, per una schiacciante supremazia inglese, sono stati spesso — a torto — considerati dai fumatori prodotti di serie B.
Il nome a cui spetta il primato è “Rossi”, la più antica fabbrica di pipe italiane. In molti casi la scritta sul cannello era FRB e sul bocchino una R racchiusa in un tondino dorato. Salvo alcuni casi, la pipa aveva prezzi relativamente modesti, ma il prodotto era al di sopra del suo costo. Forse, come tecnico, oggi farei qualche piccolo cambiamento alla linea ma non certo alle sue caratteristiche peculiari: leggerezza e gusto amabile del fumo. Fortunati se riuscirete a trovare la serie “Rossi-Super”. Si tratta di una pipa quasi sempre fiammata in cui, a differenza dei nostri tempi, il prezzo è direttamente proporzionale alla venatura, una volta aveva (per la grande disponibilità della radica) al massimo un costo superiore del 30%.
La Rossi ha ormai chiuso la sua attività da diversi anni e per le nuove generazioni è un nome del tutto sconosciuto, ma va comunque considerata come una pietra miliare per il nostro mondo piparo.
Un altro nome mitico che vi suggerisco è «Non canta la raganella» (da non confondere con La Raganella tuttora esistente sul mercato). In un numero precedente di Smoking ho spiegato perché fu così chiamata e non vorrei ripetermi. Qualcosa si può ancora trovare, battendo i paesini delle Marche o dell’Abruzzo, oppure qualche mercatino delle pulci (anche usata merita di essere comprata). La serie ancora reperibile è la riserva 1952 (la scritta è impressa sulla canna), con il bocchino di corno. La mia prima pipa fu proprio lei. Non so dove sia finita ma — credetemi — ne ho grande nostalgia. Molto rara, è una serie anni 40, quella con la scritta AAA (Adriano Anselmi Ancona), sempre con il bocchino di corno dalla caratteristica imboccatura stretta e bombata. Alcuni modelli Bulldog erano in grado di fare concorrenza alla grande Dunhill.
Dal passato arriva anche il nome di Tagliabue (oggi Lorenzo), fabbrica operante a Gallarate. A differenza di Savinelli, che ha sempre operato con il proprio nome, il proprietario, Felice Tagliabue, ha diffuso il suo eccellente prodotto (Carmignani, il negozio dove ho lavorato per 34 anni già negli anni ’30 si faceva fare apposta una pipa mi sembra con il nome “Viscontea”) sotto nomi diversi, per lo più pseudo-inglesi. Se riuscite a trovarle, vi consiglio la Dr. Hardy e la Old Vie.
Lo spazio accordatomi non mi consente di continuare, ma rimando al prossimo numero molte altre possibilità di ricerca, sia per prodotti italiani come per quelli stranieri.

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