Le giganti

le gigantiMarco Benedetti tratta, con ironia, le pipe giganti. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°1, marzo 1986).

Le giganti

Credo che sarà il mio ultimo articolo su Smoking: il direttore mi chiede da un anno la seconda puntata sul design della pipa (link: Design della pipa) e temo che le scuse che, cinicamente, gli invento ad ogni chiusura abbiano ormai le gambe corte; vagli a spiegare a quello che i filoni alla Stallone sono solo bieche speculazioni: si mostrerebbe interessatissimo e mi chiuderebbe in una stanza con un foglio già intitolato! Quindi, per questo probabile commiato, parleremo delle pipe giganti, o meglio applicheremo la teoria darwiniana all’evoluzione della pipa, osservando come e perché ultimamente la taglia media delle pipe sia cresciuta, e di molto. La questione si può prendere da due versi, partendo cioè dalla domanda e dall’offerta. Liquidiamo subito la questione dell’offerta, che è al limite del banale: checché se ne dica la qualità media della produzione, dal punto di vista estetico, è aumentata, i produttori lavorano maggiormente con l’extra-extra che, per definizione, ha una dimensione minima; dato poi che le pipe più grandi costano di più, come ci insegnano i numeretti delle Dunhill, è ovvio che si cerchi di sfruttare al meglio l’abbozzo. Per giunta ci si sono messi pure gli artigiani; non hanno sempre i numeretti, in compenso lavorano a mano libera sulle placche (parlo degli artigiani veri). Chi ha provato a costruirsi una pipa si sarà accorto che la lavorazione consiste in una lotta fra uomo e natura, col primo alla ricerca di una superficie esterna libera da imperfezioni; personalmente al terzo tentativo disastroso ho capito che appena trovata una superficie accettabile, anche se il fornello è ancora enorme, è saggio fermarsi; ho il sospetto che l’abbiano capito anche gli artigiani. Queste banali spiegazioni ci riportano però al punto di partenza giacché i fumatori queste pipe grandi se le comprano, anzi, in alcuni casi se le contendono: l’offerta ha quindi un preciso riscontro nella domanda. C’è poi lo strano caso di Torino dove, a sentire i racconti dei primi esploratori bianchi, pare che si fumi (che orrore che orrore) nelle teste di bambino. Qui il problema si divide in almeno tre aspetti: estetico, tecnico e psicologico; vediamoli uno per uno:

ESTETICO – Il fumatore professionista è paranoico, nei conviti «ammorba» i vicini di tavolo con le sue teorie sulle miscele, quando vede per strada un altro fumatore lo fotografa ai raggi X, è in grado di fare un rapido calcolo patrimoniale sulla base della pipa nell’altrui bocca. Quando si riunisce col branco il suo spirito competitivo esplode: le sue pipe devono essere le più belle e rare; un bel pezzo fuori misura (in bocca d’altri) sarà un attacco mortale al suo orgoglio; possiamo essere certi quindi che, in capo a una settimana, Lui ne avrà una ancora più bella e grossa… Da qui alle trombe tibetane il passo è breve. Abbiamo quindi dimostrato che i fumatori torinesi sono molto professionali.

TECNICO – Circolano molte teorie su bontà e durata della fumata in funzione dello spessore del fornello; ho provato ad applicare qualche formuletta buona per le caldaie a carbone e effettivamente un fondo di verità c’è, in teoria. Ho detto in teoria e mi spiego 1) (e mi ripeto) una pipa non è una caldaia da 100.000 Kw; 2) a questo punto dovremo anche calcolare la temperatura esterna, se la pipa è tenuta prevalentemente fra i denti o nel palmo della mano e in questo caso anche lo spessore delle dita e il loro coefficiente di isolamento termico. Non ho dati precisi ma credo che la mia pipa più sottile in mano al mio capomastro (chiamiamola mano, a me sembra un badile) dovrebbe fumare più lenta della più spessa in mano mia. Un minimo beneficio comunque c’è, inoltre si deve anche considerare la dimensione interna del fornello, cioè la capienza. In questo caso credo siamo di fronte ad un fatto di costume. Accanto ai fumatori vecchio stampo (svuota – ricarica – accendi, ovunque) si è creata una classe di fumatori da poltrona che vivono la pipata come un rito sacro da godersi momento per momento e da far durare il più a lungo possibile. In questo caso la pipa grande è d’obbligo, anche per avere un maggior volume di fumo senza tirare troppo. Vuoi vedere che a Torino, dove piove e fa freddo e la gente ha paura ad uscire per paura di essere rapinata, i pipatori stanno spesso a casa e, per la teoria darwiniana, le loro pipe sono cresciute come i dinosauri?

PSICOLOGICO – E qui la faccenda si fa assai meno fumosa, ma le teorie sulla pipa rassicurante non le ho inventate io, e da qui alla ricerca della tetta materna, per definizione monumentale, da succhiare, il passo è breve; proprio adesso mi sovviene di aver letto da qualche parte che Torino grazie all’immigrazione è diventata la prima città del sud, e i meridionali, si sà, sono così mammoni!

P.S. per i Torinesi e/o meridionali: abbiamo scherzato, il mio personale parere è che ognuno si faccia le pipe sue e gli altri non si dovrebbero impicciare troppo; se qualcuno però si fosse offeso vorrei fargli presente che gli è stata risparmiata, pietosamente, una coerentissima teoria suggeritami da un amico gay basata sulla forma della pipa e da certe curiose analogie linguistiche della pipa stessa e di alcune parti come il bocchino o il cannello… e si adatterebbe anche alle fumatrici!

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