Le dita sapienti: che ne è delle miscele casalinghe?

le dita sapienti: miscele casalinghePaolo Guidi dedica questo articolo alle miscelazioni casalinghe dei tabacchi da pipa. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°2, giugno 1991). Anche a questo autore (P. Guidi) riservo un suo specifico tag (come già fatto per il più tecnico Musicò), in modo da rendere semplice il rintracciamento di tutti i suoi articoli in caso di navigazione nel sito per tags.

Le dita sapienti: che ne è delle miscele casalinghe?

L’abbondante disponibilità di trinciati (esteri) sembra abbia notevolmente ridotto l’abitudine di far miscele casalinghe. E dire che incredibilmente proprio il nostro beneamato monopolio aveva cercato di incrementare questa abitudine con l’immissione sul mercato della serie Personal Pipe. A proposito della quale c’è subito da richiamare il detto del cane che si morde la coda: non ha avuto successo perché non ha incontrato il gusto dei fumatori o perché… rincontro in realtà non avviene proprio, stante la difficoltà di trovare anche una sola busta PP. Ma non corriamo troppo. Gianni Brera, emerito fumatore di pipa e di Toscano, tiene sul quotidiano «La Repubblica» una rubrica di corrispondenza spiritosamente intitolata «L’Accademia di Brera». La rubrica si occupa prevalentemente di sport, e di calcio in particolare, ma di tanto in tanto (e per fortuna, perché Brera «sa» di molte cose) svaria su altri argomenti. Così, di recente, si è potuto leggere di pipe e di miscele. Un «neofita della pipa alla ricerca di una miscela personalizzata» chiede consiglio a Brera, ricordandogli peraltro che proprio lui, Brera, in una intervista, aveva dichiarato che sono molto noiosi coloro che impartiscono insegnamenti in materia di pipe e tabacchi. Ovviamente Brera coglie il tentativo di costringerlo a contraddirsi, ma poi si lascia andare: «Sulle pipe ne dicono di orrende: e come si curano per tenerle efficienti, e che miscele di tabacco convengono per le radiche liguri, corse, calabresi, sarde! Poi ti succede, magari sul lavoro, allo stadio, di venir investito da zaffate di fumo che sanno di cipria o di caramelle mou. Oppure senti dire da Enzo Bearzot che la tua miscela è forte, mentre la sua no, e infatti lui inspira il fumo della pipa come neanche si trattasse di una sigaretta bionda. Il cavaliere è straordinario anche nell’essere… persona normale: e stupisce che tu, fumando il suo tabacco, tossisca come un tisico. La verità è che ciascuno la pensa come vuole e può. Io sono vecchio e da molti anni fissato anche in materia di edonismo. Non compro più pipe: le ricevo da Enea Buzzi di Brebbia e le distribuisco a chi so che le merita. Il mio porta-tabacco di vetro verde cupo ospita una miscela di Dunhill 965, Three Nuns e toscano antico (uno in ragione d’una scatola di tabacco inglese). Bearzot dice che è una miscela esplosiva. A me sembra soave». C’è dunque ancora chi si fa miscele personali, e ne discute, ne scambia con gli amici. E ci sono anzi segni che questa vecchia e tutto sommato cara abitudine possa estendersi, magari soltanto per «volgari» ragioni economiche. Anche qui, non corriamo. Scrivevo già anni fa che le miscele casalinghe sono lecite, giuste, divertenti a un patto: di farle come un gioco. Miscelare è un mestiere, nessun professionista vorrà e potrà insegnarlo. Ma può essere anche un passatempo, un divertimento, sia pure una dolce follia. Noi non abbiamo, come gli americani, il “sampler blending kit”, che sarebbe un po’ come il gioco del piccolo chimico, in sostanza un campionario di tabacchi da miscelare, secondo varie e previste combinazioni. Ci si arrangia con quel che si trova, tabacchi già miscelati si capisce, e una bilancia pesalettere o, nel caso più fortunato, il bilancino del vecchio farmacista. L’importante è giocare. Ci sono tante spiegazioni per questa «mania»: che ognuno rincorre una perfezione irraggiungibile; che ognuno è convinto che le sue papille e le sue mucose meritino qualcosa di meglio di quel che c’è in commercio; che ognuno aspira a creare da sé — e in segreto — qualcosa di unico, che nessun altro potrà godere. C’è sempre stata anche una motivazione economica, oggi più che mai valida. Una buona mixture inglese non costa meno di 11 mila lire la scatola o busta; un medio fumatore quei 50 grammi li da fuori in tre-quattro giorni. È legittimo che tenti di «allungare» un po’ la preziosa mixture, salvandone il gusto, miscelandola con trinciati che costano sulle 6 mila lire la busta. Per non snaturare, sceglierà trinciati di tipo medio, regolare, poco aromatici (anzi, pochissimo). Fra questi ci sarebbe anche il nostro Italia, che costa 5 mila lire, ma molti non ne accettano il retrogusto amaro che non è mai stato corretto. E il Personal Pipe? Se ne trovano ormai — quando pur si trovano — due tipi, il Virginia Light e il Latakia: che sarebbero ideali proprio per allungare una mixture, che di questi due tabacchi è fondamentalmente composta (ma c’è anche il tocco degli Orientali, importante). Sarebbero ideali anche per ottenere l’abbassamento dei costi, dato che il loro prezzo è di 5.200 lire la busta. Usiamo il condizionale, primo perché è difficile trovarli, poi perché non sempre si trovano in condizioni ottimali di conservazione, infine perché la qualità non è eccelsa, specie per il Latakia. Comunque, sull’altare dell’economia si può fare anche qualche piccolo sacrificio di gusto; e beato chi questo sacrificio può permettersi di evitarlo. Visto che si torna a miscelare in casa, allarghiamo un po’ il discorso, rendendolo generale. Intanto, ci sono le voci contrarie. Ma come, dicono, specialisti di una fabbrica hanno sperimentato e lavorato magari anni per combinare un cocktail d’aromi e di sapori dosati e amalgamati, per ottenere una miscela omogenea ed equilibrata e voi, con un pizzico di questo e un pizzico di quello, distruggete in un attimo tutto questo lavoro. Vogliamo proprio condannare questo gioco per adulti? Poi magari succede che dopo aver misurato, odorato, pesato, mescolato, inumidito, fatto maturare in vaso, uno si stanca, butta tutto insieme, venti trenta cose diverse. Va bene, vuol dire che si è stufato di giocare, niente di male, non è neppure escluso che il mescolone gigantesco e casuale gli dia delle fumate celestiali. A miscelare roba già miscelata si guadagna niente e forse molto. Anche questo fa parte del gioco. Che come ogni gioco ha le sue piccole regole (ma niente di tragico se qualcuna è trascurata). Prima regola, fondamentale, mescolare bene, a fondo, con metodo, senza stancarsi. Un grande foglio di carta, fare tanti mucchietti quanti sono i tabacchi da miscelare, prendere un pizzico di ciascuno e mescolare ogni volta. Alla fine, gran mescolata generale, entrando nel mucchio con le dita aperte, sollevando, districando. Mettere poi in vaso, ma senza la polvere, da buttare o, se si crede, da fiutare. Altra cosa importante: fare grandi quantità di miscela soltanto quando si è già sperimentato il risultato; altrimenti provare con dosi ridotte, rispettando ovviamente le proporzioni. In genere, salvo che per miscele istantanee, specialmente con l’intervento di spezzature di sigari, è bene aspettare un po’ prima di fumare: da qualche ora a qualche giorno, secondo i tipi. Questa regola vale soprattutto se c’è l’umidificazione e più che mai se l’umidificazione è alcolica. Si dice che occorre qualche tempo perché la miscela «maturi»: è vero nel caso di umidificazione, perché subentra una leggera fermentazione; negli altri casi, si tratta di lasciare ai vari aromi il tempo di amalgamarsi, di fondersi. Può capitare che, dopo un certo tempo, la miscela si faccia progressivamente amara: questo è attribuibile all’umidificazione con acqua, ecco perché è sempre bene non preparare grandi quantità. Già a questo stadio subentra (e questo è il bello, il fascino) l’inventiva individuale. Un amico per mescolare usa una grande insalatiera di legno, dice che la cosa riesce meglio che sul foglio di carta. Ci sono quelli che registrano meticolosamente peso e stato igroscopico di ogni componente, per potere poi portare eventuali correzioni; altri «inventano» ogni volta, «creano» secondo l’estro del momento, come un pittore mescola i colori sulla tavolozza. È vano sperare di migliorare un tabacco cattivo mescolandolo al buono o compensare le qualità indesiderabili di due specie diverse di miscela. L’esperienza dimostra che in mezzo chilo di tabacco non si riesce ad «annegare» gusto e aroma indesiderati di una busta acquistata per errore. Non si renda tragico questo tipo venialissimo di errore. È legge che il Buono aggiunto al Cattivo dà come risultato il Cattivo. Esempio di calcolo astuto e sbagliato: ho questo tabacco che è «dolce», ma insipido e molle; e ho quest’altro che è molto aromatico, ma anche molto forte. Se li metto insieme, ecco che ottengo un tabacco dolce e aromatico. E invece, quel che salta fuori, nove volte su dieci, è un tabacco forte che non ha più il minimo sapore. Ma il fascino della miscela casalinga è anche la sorpresa, l’imprevisto risultato di un accostamento. Sì, un tabacco ad elevato contenuto di Orientali (ma chi ce lo dice quanto ce n’è?) ammorbidirà uno che sia rozzo e aspro; il Latakia «ammazza» gli aromatizzati artificialmente; Burley o Maryland addomesticano un trinciato che «dà in testa» e nello stesso tempo possono «fortificare» un Cavendish troppo mild e dolce. E così via. Queste son cose che si sanno, valide in teoria; in pratica le faccende possono andare diversamente. E non ci si illuda sul tocco magico. Quasi sempre si arriva al risultato che soddisfa con successivi avvicinamenti. Quindi si tratta di insistere, provare e riprovare. Sul piano del gusto, le miscele casalinghe ottenibili possono essere raggruppate (molto all’ingrosso), come segue: gusto mixture, miscele in cui prevalgono, in quantità e qualità, le classiche mixtures inglesi (quelle, appunto, vendute a prezzi più elevati); gusto aromatico, miscele più rare perché fatte con prevalenza di trinciati aromatizzati e dolci, appunto all’americana, non facili da avere; gusto forte (cui si potrebbe aggiungere l’aggettivo secco), quando c’è buona presenza di trinciati come i nostri Comune e Forte o di spezzature di sigari toscani. Ancora due considerazioni. La prima è sul taglio dei tabacchi da miscelare, che deve essere per quanto possibile uniforme. Anche flakes e slices, se ben sciolti, diventano «strisce» che si amalgamano perfettamente con i tagli medi delle misture e perfino con il taglio fine. Più difficile è sposare un taglio lungo con un cube americano, ci finisce fatalmente in fondo al vaso. Il buon miscelatore domestico è comunque sempre armato di forbicine per uniformare spessori e lunghezze. La seconda considerazione è rivolta a coloro che si limitano ad «aromatizzare» il tabacco, senza ricorrere a miscele. È una pratica antica. Lo facevano già gli Indiani con cortecce pestate, radici foglie ed erbe; i Turchi usavano spezie e profumi. In qualche paese vendono anche oggi fiori secchi «per dare fragranza». Conviene stare lontani, così come dalle preparazioni pronte, già complete, cioccolato, mela, pesca, albicocca, acero, ananas, noce, e via dicendo. Intanto, siccome sono concentrate, non si capisce niente a odorarle e quindi bisogna stare sulla fiducia dell’etichetta; e poi si può rischiare che facciano a pugni con gli aromatizzanti già contenuti nel trinciato. C’è chi mescola al tabacco un po’ di caffè o di té, anche salvia; e sono pratica abbastanza diffusa le aromatizzazioni con vari tipi di liquori e di vini. Diffusi anche i sistemi per dolcificare. Chi ha pensato di risolvere con un cucchiaino di zucchero è cascato male: lo zucchero bruciato ha gusto amaro e odore neanche un po’ piacevole. Dunque, se mai, sciroppo di zucchero; e meglio se caldo (e molto diluito) perché il tabacco lo assorbe più facilmente. Miele e rum sono fra gli «intrugli» preferiti e a buona ragione, perché sono la base del Cavendish; ma c’è anche chi usa miele e whisky in parti uguali. È il caso di ricordare, prima di chiudere, che i trinciati oggi in commercio sono tutti, più o meno, trattati, cioè sottoposti a conce e profumazioni. Invece di ricorrere a nostre aggiunte estemporanee, che possono danneggiare, conviene orientare diversamente la scelta fra le tante proposte delle tabaccherie. In conclusione, chi vuol miscelare, misceli pure, perché in realtà si fuma soprattutto il piacere della propria miscela. Poi, ogni tanto, tornare sul liscio. Cioè, come è stato già scritto, fumarsi un trinciato così come la materna, grande, sapiente e provvidenziale industria ce l’ha preparato.

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