Le Captain Warren: due fornelli per una pipa

Le Captain Warren: due fornelli per una pipa

La pipa Captain Warren presentata da Giuseppe Ramazzotti. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista “Il Club della Pipa” (n°4, settembre 1967).

Le Captain Warren: due fornelli per una pipa

La pipa Capitano Warren (o Warrant?): per prima cosa sarà opportuno che io spieghi la ragione del punto interrogativo nella parentesi, posto evidentemente a sottolineare la mia perplessità nel decidere quale delle due denominazioni — Warren o Warrant — sia la più esatta. I pareri sono infatti discordi: chi ne fa derivare il nome dal notissimo ammiraglio inglese Warren (Sir John Borlase, 1754-1822), chi invece ritiene che esso tragga origine dal fatto che — nella Marina inglese — si indicavano col nome di Warrant-Officiers quelli che noi chiamiamo Ufficiali di coperta. Sembra tuttavia da preferire la dizione Warren, poiché pare che le prime Pipe di questo tipo portassero tale nome (noti però il Lettore l’uso di espressioni estremamente vaghe, come «sembra» e «pare», indici della nostra grande incertezza al proposito). E’ poi appena il caso di accennare che l’esistenza del «noto capitano di mare Warrant» — di cui Dino Buzzati ed io parliamo ne «Il Libro delle Pipe» — è soltanto frutto della nostra fantasia. 

A parte il problema — del resto secondario — del nome, diremo subito che la differenza essenziale fra questo tipo di Pipa e le altre sta nella presenza di un’ampia camera di raffreddamento (o «di condensazione»). Il fornello propriamente detto (o fornello interno) è mobile e può togliersi ed introdursi a frizione entro la testa della Pipa (o fornello esterno): possiede uno o più fori nel fondo ed ha forma e dimensioni tali, per cui — fra di esso e la radica circostante (del fornello esterno) — viene a costituirsi un’intercapedine, notevolmente sviluppata. Lo scopo? Quello di permettere l’espansione ed il raffreddamento del fumo, che abbandona così i suoi prodotti di condensazione, prima di entrare nella bocca.

In passato si fabbricarono — con materiali diversi — molte Pipe basate su questo principio: le prime e le più numerose furono quelle interamente di schiuma, in genere con bocchino d’ambra, ma altre erano di radica, altre ancora — corte o lunghissime — con fornello esterno in legni vari, o addirittura in resine sintetiche (bachelite, ecc.) e fornello di schiuma o di caolino. Del resto le stesse Pipe Calabash non son forse delle Warren, con fornello esterno e camera d’espansione ricavati da una zucca esotica, e fornello interno di schiuma? Qui ci occuperemo unicamente delle Capitano Warren di radica, oggi le più diffuse di questo tipo; vale la pena di parlarne, perchè non poco diverse dalle altre Pipe; e richiedono alcuni speciali accorgimenti nell’uso. Diciamo intanto che il loro fumo è assai dolce, estremamente fresco e che non pizzica mai la lingua: riuscirà dunque particolarmente gradito a chi predilige pipate soavi ed amabili; chi invece — come lo scrivente — preferisce effluvi robusti e saporosi riempirà il fornello con tabacchi molto forti, ad esempio spuntature di toscano o certi trinciati brasiliani scurissimi (difficile, purtroppo, rifornirsene!).

Le prime pipate debbono essere compiute con somma attenzione, perchè — a causa del fumo dolce e leggero — è facile che le boccate si susseguano troppo rapide e profonde, col risultato probabile di bruciare il fornello interno nella sua parte più bassa e di perforarlo addirittura. Si badi dunque bene, nelle prime accensioni di una Capitano Warren nuova, che il tabacco giunga al massimo a metà altezza del focolaio: e la si fumi poi molto lentamente, smettendo non appena si dovesse sentire un sapore — anche lievissimo — di legno combusto. Non creda il Lettore superflue queste raccomandazioni: nella mia cinquantennale esperienza, su alcune centinaia di Pipe fumate ne ho bruciata una sola, ed era una Capitano Warren (allora si usava chiamarla Warrant). Un’altra osservazione importante: la pulizia di queste Pipe ha da essere frequente ed accurata. Infatti i liquidi di condensazione — soprattutto se il trinciato è umido — si raccolgono abbondanti nella camera di raffreddamento ed è quindi opportuno eliminarli, alla fine di ogni fumata: il metodo migliore è forse quello di usare un batuffolo di ovatta ed un paio di pinzette. Con tabacchi secchi (ad esempio le spuntature) si può procedere più di rado alla ripulitura; diciamo ogni due o tre pipate. Oltre ad asciugare bene la camera di raffreddamento e — se occorre — le pareti umide del fornello interno, è consigliabile di passare anche uno dei soliti scovolini attraverso al bocchino.

Sono quasi certo che ora il Lettore, alquanto perplesso, si chiederà: «ma insomma vale proprio la pena di arricchire la mia collezione con questa famosa Capitano Warren, se il suo uso richiede tante cure e tanti accorgimenti?». Gli rispondo subito che sì, caro amico e collega, ne vale proprio la pena: in modo particolare se ami un fumo dolce e tranquillo, che giunga deliziosamente fresco alla bocca. E’ un fumo da assaporarsi con calma, nella quieta intimità della casa, ed è tanto diverso dagli altri che può forse ricondurre alla Pipa anche chi l’avesse abbandonata, per noiose irritazioni alla lingua o alle troppo sensibili mucose boccali: guai del tutto ignoti, quando si adoperi la Warren. Certo, a una Pipa di questo tipo occorre dedicare un po’ d’attenzione: deve in ispecie — ed è bene ripeterlo — esser fumata con lentezza e ripulita sovente: d’altra parte, che importa? Quante mai cose richiedono cure amorevoli di ogni giorno, talvolta di ogni momento, ma ci ricompensano poi in larga misura delle molte fatiche! Provate ad avere tutta per voi un’auto, una moto, magari anche una donna, e sarete ben presto persuasi di quanto meno vi costi — in sacrifici e in moneta — il fumare come si deve una Capitano Warren: né (forse) le soddisfazioni sono minori.

Post successivo
Post precedente

Condividi: