La pulizia della pipa

La pulizia della pipa

L’eclettico Baldo Peroni avvia, con questo articolo introduttivo, una serie d’interventi focalizzati sulla pulizia e manutenzione della pipa. L’originale è pubblicato sulla rivista “Il Club della Pipa” (n°3, maggio 1968).

Premessa della redazione

Inizia con questo numero la collaborazione di Baldo Peroni, autore de «L’arte e il piacere di fumare la pipa». Laureato in filosofia, direttore delle vendite per una importante Casa fotografica, Baldo Peroni ha anche scritto un libro su Laotse e il Taoismo e «Pubblicità Integrata», manuale ad uso dei pubblicitari e aspiranti tali, in cui, a titolo di esemplificazione, ha impostato una campagna prendendo come oggetto appunto la pipa. Fumatore da venticinque anni, ancora oggi conserva in piena attività la sua prima pipa, che resta sempre la favorita. Sposato, con una figlia, ha molteplici e strani hobbies: tra questi l’astrologia (vedi conclusioni di un suo articolo già pubblicato: “Guardiamoci allo specchio“), l’acquisto di radioline a transistor che ascolta contemporaneamente su programmi diversi e, soprattutto, gli scacchi. Possiede tutta una raccolta di mini e macro scacchiere, e una ricchissima biblioteca scacchistica nelle principali lingue. Tutto ciò non gli impedisce di perdere regolarmente, anche contro avversari sprovveduti. E allora più che mai si consola fumando la pipa.

La pulizia della pipa

Non è sempre vero che le esperienze spiacevoli dell’infanzia si imprimono indelebilmente nell’animo e accompagnano l’uomo per tutta la vita, causandogli traumi e complessi. Diversamente non sarei qui con la pipa in bocca a scrivere queste righe. Ho avuto i miei primi contatti con la pipa verso i sette, otto anni: due, per la precisione, e secondo i dettami della psicanalisi, avrebbero dovuto condizionarmi nel senso pieno della parola, tanto più che sono strettamente legati l’uno all’altro. Abitavo, allora, a Bologna. Un giorno tornavo da scuola e un mio compagno — non ricordo perchè, forse per pura cattiveria — si divertì a seguirmi per tutta la strada canzonandomi e alternando sberleffi a insolenze. Temperamento pacifico per natura, subivo in silenzio, più dispiaciuto che offeso. Finché, quando ormai avevo il piede sulla soglia di casa, il mio persecutore scagliò la freccia che aveva tenuto in serbo fino a quel momento: «Cannello di pipa!», mi gridò dietro. Non so se questa fosse una sua trovata estemporanea, o se si trattasse di una insolenza codificata in qualche parte o dialetto d’Italia. Sta di fatto che scoppiai in lacrime e corsi disperatamente su per le scale.

L’anno prima, come sempre, i miei mi avevano mandato a passare l’estate presso certi parenti che avevano delle terre e una casa colonica tra due paesetti sull’Appennino. Oltre ai parenti — cugini di grado imprecisato — c’era naturalmente la grande famiglia dei contadini: padre, madre e moltissimi figli, come si usava allora, prima dell’avvento dei trattori: alcuni ragazzetti come me, altri giovanotti fatti. Il padre era il vero tipo del patriarca: alto ma ben piantato, il volto cotto dal sole e dall’aria, una gran barba brizzolata, gli orecchini e, tra i denti, spesso, una pipa di coccio, una pipetta da due soldi comperata forse alla fiera o in qualche botteguccia del vicino paese. Per quanto fossi il «signorino» venuto dalla città, cui si doveva un certo riguardo, avevo di lui una soggezione mista a disgusto. Disgusto, perchè il patriarca comperava certi mezzi toscani che fumava fin quasi in fondo. Una volta consumati e spenti, ne grattava con la lama di un temperino l’estremità bruciacchiata, si ficcava in bocca il mozzicone e ciccava. Poi prendeva la cicca sfruttata, e la chiudeva in un vaso di vetro ad asciugare. Quando la provvista era abbondante e ben stagionata, tirava fuori la sua pipetta, sbriciolava tra pollice e indice un pizzico di cicche, caricava il fornello, accendeva e pipava serenamente. Non sprecava un centesimo, e il suo sigaro se lo godeva fino all’ultimo. Ma la sua pipa emanava un odore quanto mai sgradevole, cui si accompagnava un altrettanto sgradevole gorgoglio.

Queste immagini mi tornavano in mente come tanti lampi mentre salivo di corsa le scale: per fortuna il mio compagno non conosceva questo retroscena, altrimenti chissà quali variazioni gli avrebbe suggerito la sua già sbrigliata fantasia. Vedendomi tornare da scuola in quelle condizioni, i miei, preoccupati, cominciarono un vero e proprio interrogatorio. E quando, dopo molte reticenze, raccontai il fatto, dissero sollevati: «Be’, ti ha detto ”cannello di pipa”! E perchè te la prendi tanto?». Allora non mi trattenni più e sbottai: «Perchè i cannelli di pipa non sono aulenti!», suscitando una grande ilarità, soprattutto per quel poetico vocabolo in bocca a un ragazzetto come me. A quella risata la mia indignazione fu tale che solo molti, molti anni dopo rivelai il precedente della pipetta di coccio. Per lungo tempo credetti di avere enunciato una verità incontrovertibile: i cannelli di pipa, le pipe, insomma, puzzano. E avevo tutte le mie buone ragioni per sentirmi offeso. Oggi, però, dopo venticinque anni che fumo la pipa, mi accorgo di essere stato schiavo anch’io di un pregiudizio radicato e troppo diffuso, e posso capovolgere così la mia affermazione di allora: «I cannelli di pipa, le pipe insomma, sono aulenti», e perdonare quel mio antipatico compagno che mi pare si chiamasse Ballotta, o forse era un soprannome.

Se c’è al mondo una cosa che manda buon odore, è il tabacco. Per convincersene basta annusarlo sia quando è spento sia quando è in piena combustione. E allora perchè non dovrebbe essere altrettanto odorosa la pipa, in cui il tabacco è contenuto, in cui il tabacco brucia? Eppure molti sostengono che una pipa, specialmente una vecchia pipa, puzza. Philby, la famosa spia che per tanti anni menò per il naso i servizi segreti inglesi, lavorando per i russi, nel 1940, quando era corrispondente per il «Times», perdette durante la ritirata del Corpo di spedizione britannico da Amiens tutti i suoi effetti. Aveva naturalmente diritto all’indennizzo da parte del giornale, la cui amministrazione, sembra, era molto rigida e pignola. L’onesta spia svalutò quindi coscienziosamente tutti i suoi effetti in proporzione agli anni d’uso; ma, giunto alla pipa, segnò: «Pipa Dunhill, vecchia di due anni, e perciò tanto più buona», chiedendone il rimborso integrale.

Bisogna però ammettere che il pregiudizio dei più ha un suo fondo se non di verità, di ragione. Vi sono pipe — e fumatori di pipa — che puzzano. Ma non si può fare un salto logico, dicendo: «La pipa di un mio amico puzza, ergo tutte le pipe puzzano». Bisogna limitarsi a constatare il fatto empirico e restringere a quello il giudizio, senza pretendere all’universalità. Se una pipa puzza, comunque, è solo perchè il suo possessore non la sa fumare bene e non ne ha la cura dovuta. Ma la colpa non è solo del cattivo fumatore. Per tutte le cose di questo mondo, si tratti di dadi per brodo o automobili, esistono delle istruzioni, dei libretti di istruzione. Eppure io ho comperato decine e decine di pipe, delle più diverse marche, dei più diversi paesi, e mai ho avuto insieme con la pipa un libretto di istruzione. Tranne una volta.

In uno dei numeri scorsi della nostra rivista, un lettore chiedeva informazioni su una sua pipa «Albatross». Il redattore rispondeva giustamente che quella pipa è fabbricata in Italia ma destinata all’esportazione, e quindi non reperibile sul nostro mercato. Però, molti anni fa, in una tabaccheria di corso Magenta, a Milano, vidi esposte delle pipe «Albatross» elegantemente confezionate in cassettine di legno tipo spedizione per mare e accompagnate da un libretto di istruzioni in inglese. Si trattava di poche pagine che lessi avidamente e imparai a memoria. C’era tutto l’essenziale, e non mancavano squarci lirici destinati a creare una certa atmosfera. Se ho imparato a fumare decentemente la pipa lo devo in gran parte a quel benemerito fabbricante, che ancor oggi ringrazio. E non posso fare a meno di pensare che se tutti seguissero il suo esempio, ci sarebbero in giro più fumatori soddisfatti, più propagandisti della nobile arte di fumare la pipa, e, soprattutto, meno pregiudizi nocivi all’oggetto della nostra passione.

Fumare la pipa non è difficile: bastano pochi minuti di teoria, e qualche settimana — o mese, o anno — di pratica. Ma chi si avventura a fumare la pipa senza una guida, rischia di commettere tutta una serie di errori che, inevitabilmente, disgusteranno lui e gli altri. Se fumando in modo corretto e tranquillamente si sarà riusciti a far ardere il tabacco regolarmente fino all’ultima particella, basterà allora, il più delle volte, capovolgere il fornello, farne uscire un po’ di cenere asciutta, bianca, quasi impalpabile e soffiare energicamente nel bocchino come raccomanda il Ramazzotti. Una volta raffreddata, la pipa sarà pronta a riprendere gioiosamente e in perfette condizioni il suo lavoro. E avrà sempre un odore buono e sano. Il quadro è ben diverso se — o perchè non abbastanza esperti, o perchè distratti o disturbati, o ancora perchè si è magari esagerato nell’inumidire la miscela — la pipa si spegne ripetutamente, gorgoglia, il fondo del fornello e il cannello si impregnano di umidità, e l’infelice strumento, intasato da depositi fìsici e avvelenato dalla nicotina raffreddata e rappresa, emana un odore veramente insopportabile. 

Se a questo si aggiunge la trascuratezza nella pulizia e nella manutenzione, le cose peggioreranno di conseguenza, e il pregiudizio dei nostri avversari sarà legittimo, anche se non giustificato. Ma, ahimè, non tutti abbiamo raggiunto quel grado di maestria sublime che in pratica ci dispensa dalla rigida disciplina di una accurata pulizia e di una costante manutenzione della pipa. Ed è per questo che ho accettato con entusiasmo l’argomento propostomi con un po’ di esitazione dal direttore della nostra rivista: appunto «Pulizia e manutenzione della pipa». Forse egli temeva di avermi messo, per così dire, di «ramazza». E invece, sia pure con immodestia, mi sono sentito vicino a quei monaci Zen che, quanto più vecchi e saggi sono, tanto più si dedicano a compiti umili ma essenziali. Nei prossimi numeri passeremo dunque in rassegna gli strumenti che servono alla pulizia della pipa e le tecniche semplici, e in fondo distensive, da seguire per avere, sempre e in ogni caso, una pipa asciutta e fragrante, dispensatrice di continue gioie, gradita a noi e agli altri. Link alla seconda parte: “Impariamo a fumare“.

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