La pipa si confessa

fumatore di pipaMichele Vacchiano, fumatore di pipa, studioso di varie discipline nonché segretario dell’Accademia Italiana della Pipa, è stato anche autore di un corposo saggio sulla “psicologia del fumare la pipa”. Sulla rivista Smoking (n°3, ottobre 1989) ne viene pubblicato l’estratto che segue. Anticipo subito che, in questo articolo, non vengono prese in considerazione le motivazioni personali che spingono ciascuno di noi a fumare ma si analizzano invece le implicazioni simboliche del fumare in sé stesso.

La pipa si confessa

Per dare al lavoro una certa unitarietà di impostazione, ho considerato l’azione del fumare come estrinsecazione di una serie di simboli complessi che tra di loro interagiscono. Questa simbologia costituirà la traccia lungo la quale ci muoveremo. I simboli individuati sono quattro: 1) il fuoco; 2) il fumo; 3) la combustione; 4) l’oggetto in sé stesso. Prima però di entrare nel vivo dell’argomento, chiariamo brevemente il significato e i limiti che intendiamo attribuire al termine “simbolo”. È stato Sigmund Freud a occuparsi per primo dell’interpretazione dei simboli, nell’ambito delle sue ricerche sul sogno: il simbolo onirico è un’immagine rimossa che può ritornare alla coscienza soltanto “mascherata”, cioè in forma simbolica. Allo stesso modo che nei sogni, anche nella coscienza dell’uomo sveglio esistono concetti, forme, azioni, che hanno funzione simbolica, che svolgono cioè il compito di sostituire un avvenimento, un’azione, un’idea rimossa. Anche nelle comunità umane, oltre che nel singolo individuo, esiste la capacità di rappresentazione simbolica, ed esistono simboli comuni a tutti i componenti di una determinata cultura, tali da caratterizzare, con la loro peculiarità, la cultura stessa. Ma esistono altresì sistemi simbolici “interculturali”, comuni cioè a tutte le culture. Tali simboli si possono far risalire alla teoria junghiana dell’inconscio collettivo. Fatta questa premessa, passiamo ad esaminare il primo dei grandi simboli che abbiamo individuato.

Il fuoco

Il fuoco. Nessuno può negare l’importanza del fuoco, vero elemento vitale primordiale, nell’evoluzione delle culture umane. Non può essere che così, dal momento che tutte le principali attività dell’uomo (cucinare, scaldarsi, lavorare i metalli, cuocere la ceramica) non possono prescindere dall’uso del fuoco. Come il fuoco, le diverse arti che lo utilizzano, nelle mitologie e nelle religioni, hanno una origine divina o comunque soprannaturale: esseri magici, divini o mortali che fossero, hanno dispensato il fuoco e le arti all’umanità, permettendole di uscire dalla barbarie.
Energia creatrice e fecondante, il fuoco è un grande simbolo maschile: l’offerta del fuoco, nella nostra cultura, simbolizza una pulsione sessuale. Scrive R. Cantagalli: «Un accendino che fallisce il colpo si traduce — a un livello profondo dell’Io — in una frustrazione sessuale, in un senso di impotenza. La fiamma che si accende pronta al comando è un simbolo della scintilla che scocca fra maschio e femmina, dà fuoco al desiderio di unione e consuma l’unione stessa». L’uomo del Paleolitico sapeva conservare il fuoco quando lo trovava, ma non sapeva accenderlo. Il pavimento di certe caverne è stato trovato ricoperto da strati di cenere profondi parecchi metri: il che testimonia, se non altro, che intere famiglie, forse intere generazioni, hanno tenuto acceso quel fuoco tanto importante per la sopravvivenza e la vita di relazione.
Tenere il fuoco acceso, da semplice necessità vitale, diventa dovere sociale, e viene ritualizzato. Migliaia di anni dopo, a Roma, ritroviamo le vergini Vestali, incaricate di tenere acceso in eterno il fuoco datore di vita, che deve ardere perpetuo, pena gravi sciagure per la città. Ma un giorno l’uomo imparò a domare il fuoco: non più soltanto a controllarlo, ma anche ad evocarlo secondo le sue necessità; la forza divina era in potere dell’uomo. Il mito di Prometeo è simbolo duplice di conquista e di colpa: il Titano, figlio della divinità, viene punito per aver profanato un mistero soprannaturale. Così, nelle culture umane, il fuoco ha un duplice aspetto, come il dio Agni che ha due teste: una benevola, l’altra terrificante e malvagia.
La faccia malevola del fuoco, che quasi si vendica per essere stato addomesticato dall’uomo ed asservito ai suoi scopi, è ben nota a tutte le civiltà fin dai tempi più remoti: la furia distruttrice dell’incendio è presente in tutte le mitologie, oltre che nelle leggende e nei nostri sogni.
Ma il fuoco, scintilla divina, non è soltanto un distruttore cieco: è anche una forza purificatrice. Esiste sì il mito dell’inferno, che distrugge i peccatori che hanno rifiutato ogni possibilità di purificazione; ma esiste anche il mito del purgatorio, dove quello stesso fuoco, ugualmente ardente, distrugge la materia grave trasformandola in materia eterea, purificata e degna di Dio. Come purificatore mistico, il fuoco è presente in tutte le religioni.
Data questa complessa simbologia, non si può negare l’importanza che il fuoco assume in quel rito moderno che è il fumare la pipa. Accostare il fuoco al tabacco per renderlo incandescente significa rinnovare inconsciamente gli antichi riti della fecondità e della creazione. La difficile e laboriosa accensione del tabacco, con la cura che richiede, ci permette di rivivere la lunga conquista del fuoco da parte dell’uomo, e il suo contrastato dominio sulle forze più misteriose della magia. Tenere accesa a lungo la pipa, curando il fuoco che vi cova, è per tutti i fumatori un successo, come per l’uomo del Paleolitico era una garanzia di vita e di continuità tenere acceso il focolare. Tant’è vero che anche per i fumatori il rito viene socializzato: le gare di lento fumo possono essere viste anche sotto questo aspetto di fenomeno antropologico, rituale e sociale.

Il fumo

Il fumo sottile che si leva dalla nostra pipa, che inaliamo e da cui siamo quasi circondati, è molto più che uno dei risultati derivanti dalla combustione di sostanze organiche.
Anche il fumo implica una simbologia complessa. E’ un velo che circonda misticamente il fumatore e lo protegge, lo nasconde dal mondo esterno. Gli dei omerici apparivano ai mortali avvolti in una densa nebbia (che è l’equivalente del fumo); Atena proteggeva Odisseo sottraendolo alla vista dei suoi nemici mediante lo stesso sistema. Del resto, ancor oggi le cortine fumogene sono comunemente usate, e non certo per un loro significato simbolico! Sembra quindi che il fumatore cerchi, in qualche modo, di frapporre fra sé e l’altro-da-sé una barriera, impalpabile ma reale, che gli permetta di isolarsi, di ritrarsi in sé stesso, di stare in pace con i suoi pensieri.
C’è differenza, in questo atteggiamento, tra fumatori di pipa e di sigaretta?
Il rapporto tra il fumatore e la sigaretta è un rapporto di tipo nevrotico, molto diverso, almeno per i suoi aspetti fondamentali, da quello che lega il pipatore alla sua pipa.
Se è vero, come vedremo meglio in seguito, che la pipa è un simbolo androgino, e che pertanto basta a sé stessa, ne consegue che il fumatore di pipa è una persona completa ed equilibrata, che per ciò stesso gode di un rapporto più bilanciato e corretto con la realtà che lo circonda.
Il fumatore di sigaretta, al contrario, proprio per la simbologia essenzialmente “fallica” della sigaretta stessa, ha un rapporto con il mondo di tipo aggressivo, più che comunicativo. La pipa, invece, favorisce immediatamente e senza eccezioni il consolidarsi dei rapporti tra fumatori. I pipatori formano clubs e associazioni che i fumatori di sigaretta non formerebbero mai. Le stesse gare di lento fumo, al di là delle motivazioni agonistiche, sono un’occasione per consolidare e riaffermare lo “spirito di gruppo” che lega fra loro i pipatori.
Una delle possibili spiegazioni potrebbe essere ricercata proprio nel carattere tipicamente popolare della pipa, carattere che fa parte integrante della società contadina, cioè di quelle “culture subalterne” delle quali ho già parlato in più di un’occasione. La sigaretta, invece, è un simbolo tipico della società industriale e della cultura dominante.
Passiamo ora a considerare il secondo aspetto del problema: il fumo come piacere orale.
Senza voler insistere sulle motivazioni che spingono a fumare, diamo per accettato che il fumare costituisca essenzialmente il risultato di un fenomeno di regressione. Per Freud, la regressione è lo spostamento della libido (energia psichica attraverso la quale si manifestano gli istinti di vita) verso stadi anteriori dello sviluppo organico dell’individuo: ad esempio, il passaggio dalla sessualità adulta a stadi della sessualità infantile.
Il fumatore di sigaretta aspira (cioè mette dentro di sé) il fumo così come il bambino ingoia (cioè mette dentro di sé) il latte materno. Il fumo della sigaretta è trattato come un alimento: esso colma il senso di vuoto (fame simbolica) che ci è dato dalle frustrazioni e dalle privazioni della vita quotidiana, dai falsi bisogni che la società dei consumi ci impone.
Ecco perché il fumatore di sigaretta trova quasi impossibile liberarsi del suo vizio: per lui, smettere di fumare equivarrebbe a “crescere”, a rinunciare al latte materno, a “svezzarsi”. Non a caso i forti fumatori di sigarette che smettono di fumare tendono a mangiare di più: essi infatti, dovendo rinunciare a un piacere orale, lo compensano sostituendolo con un altro piacere orale: l’ingurgitare cibo.
Per quanto riguarda la pipa, il discorso è del tutto differente. Essa, infatti, se pure in parte soddisfa il desiderio di suzione, ne costituisce però una sublimazione, o per meglio dire una ritualizzazione. Il fumo della pipa non si “ingoia” come il latte, ma si degusta nel cavo orale.
Il fumo della pipa, in altre parole, non simbolizza il latte che il bambino affamato ingurgita senza capacità di discernimento; la pipa è soddisfazione dell’adulto che esercita i suo sensi in un gioco complesso di degustazioni e riconoscimenti. Il che si traduce in un discreto e raffinato esercizio dell’intelligenza (nel significato più profondo del termine; cfr. lat. intellego, “io distinguo”).
Il fumatore di pipa è il buongustaio, che sublima le sue pulsioni ritualizzandole e trasferendole su di un piano intellettuale e culturale.
Il fumatore di sigarette (parliamo qui sempre del “vizioso”, non di chi fuma occasionalmente), al contrario, è paragonabile al mangione, che ha con il cibo un rapporto nevrotico. La sigaretta, infatti, si può fumare per mille motivi, ma non certo per degustare il tabacco; il fumatore di sigarette non sa assolutamente che cosa fuma; fuma una marca, una confezione, un’immagine creata dalla pubblicità.
Il fumatore di sigarette, che fuma per esorcizzare le sue nevrosi, fumando se ne crea un’altra: la nevrosi da sigaretta. Egli sa che il troppo fumare nuoce alla sua salute: l’oggetto di piacere diventa un possibile oggetto di morte. La dipendenza psicologica dal fumo diventa fattore di conflitto: dall’azione piacevole deriva un senso di colpa. Questo rapporto fra piacere e senso di colpa riproduce le contraddizioni della morale tradizionale, per la quale ciò che genera piacere è di per sé stesso peccaminoso e riprovevole. Il fumatore è così coinvolto in un circolo vizioso (tanto più che il senso di colpa e la frustrazione che ne deriva spingono a cercare conforto nel fumo), dal quale non può uscire se non nella maniera più traumatica: smettendo di fumare.
Il fumatore di pipa, non essendo un forte fumatore, e potendo smettere ogni volta che vuole, non è afflitto, solitamente, da sensi di colpa. Il suo è un piacere tranquillo e “legittimo”, non turbato dai fantasmi di terribili minacce o punizioni oscure: la pipa non tradisce, non inganna, non ha una faccia terrificante che si nasconde dietro un aspetto buono.
Ne consegue un rapporto più equilibrato con sé stessi e con la realtà. Da questo maggiore equilibrio, nasce una più serena visione del mondo, che fa del pipatore un gaudente raffinato e contegnoso, un estimatore degli aspetti migliori della vita. E’ un piacere epicureo e oraziano, che si gode senza chiasso, con un certo rituale che ne prolunga e rafforza il godimento, collocandolo su di un piano più elevato.
Il terzo ed ultimo aspetto simbolico del fumo è quello di elemento purificatore. L’identificazione tra fumo e spiritualità, denunciata dall’analisi linguistica, è presente nelle mitologie e nei riti: Odisseo, dopo aver ucciso i pretendenti, purifica con il fumo la sala della strage. Nella religione cristiana, il celebrante, in segno di onore e purificazione, spande il fumo odoroso dell’incenso. Nei luoghi sacri dell’Oriente bruciano in permanenza i bastoncini di incenso profumato dai quali si solleva un’esile spira di fumo.
Si potrebbe continuare con altri esempi; tuttavia, è fuori di dubbio che i riti del fumo sopravvivono anche nel nostro quotidiano fumare la pipa, e che il velo profumato che si stende intorno a noi costituisce, a livello inconscio (e molto probabilmente a livello di inconscio collettivo), un elemento di purificazione.

La combustione

Nella combustione, cioè nella consumazione del tabacco, abbiamo individuato due aspetti simbolici. Per illustrare il primo, dobbiamo rifarci brevemente al concetto di aggressività. Questo fenomeno è oggetto di studio da parte di numerose discipline scientifiche, ma è forse l’etologia che ha dato i maggiori contributi alla comprensione del problema. Che la tendenza all’aggressività sia una caratteristica ereditaria indispensabile per la conservazione della specie, è ormai un fatto acquisito; ma ciò, si badi bene, non significa che l’uomo sia per “istinto” aggressivo: vuol dire piuttosto che un benefico controllo genetico del comportamento permette certe reazioni, nei confronti dell’ambiente, atte a garantire la sopravvivenza dell’uomo e, da un punto di vista socio-culturale, il miglioramento delle sue condizioni di vita.
L’uomo, infatti, è l’unico animale che, oltre a subire le evoluzioni ambientali adattandovisi, riesce a modificare l’ambiente stesso per adattarlo alle proprie esigenze vitali. Esistono dunque due evoluzioni umane: quella genetica, lentissima, e quella socio-culturale, sempre più rapida.
Tutti i segnali che negli animali servono a bloccare l’aggressività dei conspecifici, sono stati resi inadeguati nell’uomo da una frenetica evoluzione culturale. La società attuale ci educa alla competitività e all’aggressività, diseducandoci alla paura e alla pietà: la paura, che in natura “ha una fondamentale importanza” viene severamente punita o bollata come vigliaccheria. L’educazione a un malinteso concetto di coraggio ci spinge ad aggredire anche i più deboli, ad essere violenti anche con chi fugge.
A ciò si aggiunga un altro grave fenomeno: il sovraffollamento, che agisce secondo meccanismi complessi stimolando l’aggressività verso i conspecifici e vanificando i meccanismi inibitori.
Così, nella moderna società urbano-industriale, l’altro è il nemico, il violatore del territorio, l’ostacolo da abbattere. Allo stadio attuale dell’evoluzione umana, quell’aggressività che nell’animale costituisce un mezzo di adattamento, è divenuta una conseguenza nevrotica delle condizioni di vita che l’uomo stesso ha creato.
Fatta questa premessa, non è difficile ravvisare nella combustione del tabacco, cioè in una distruzione controllata, la ritualizzazione dell’aggressività distruttiva a cui ci costringono gli stimoli, le repressioni e le frustrazioni della società.
Ma vedrei, anche qui, una certa qual differenza tra il fumatore di pipa e il fumatore di sigarette. Quest’ultimo, infatti, rivolge la propria aggressività innanzitutto verso sé stesso (egli fuma sapendo di danneggiarsi) e in secondo luogo contro l’oggetto della sua libido. Così la sigaretta viene ad assumere il duplice aspetto di fonte di piacere e oggetto da distruggere. Il controllo della sua distruzione dovrebbe essere ad un tempo il controllo della distruzione di un oggetto èidolon cattivo e il fuoco purificatore (rieccolo!) che manda in fumo la nevrosi. Ma (e si tratta di un grosso “ma”) il fumatore di sigaretta non esercita un vero controllo: i due minuti e mezzo circa durante i quali egli consuma il rito non sono gestiti direttamente da lui. La sigaretta, infatti, brucia da sola se viene lasciata a sé stessa. L’oggetto della libido si distrugge in realtà da sé, fra le dita impotenti del fumatore.
Si inserisce qui il secondo aspetto simbolico della combustione: il controllo del trascorrere del tempo. Il fumatore di sigaretta non è padrone del suo tempo: non è libero di prolungare o affrettare il suo piacere. Egli è la tipica espressione dell’uomo industriale, dell’uomo di città dei nostri giorni, che è “il più grande sperperatore e assassino del tempo che la terra abbia mai conosciuto “.
Il pipatore, al contrario, controlla il suo tempo; lo dilata o lo contrae a suo piacimento: egli non cerca affannosamente di fermarlo, di afferrarlo mentre scorre via; ma anzi crea il suo tempo, perché ha capito che il tempo umano può essere creatura dell’uomo. Egli sa trovare il tempo per caricare la sua pipa, per accenderla, per controllarne la combustione, per vuotarla, per pulirla. I suoi valori sono del tutto particolari.
Così, se la sigaretta è un tentativo di fuga dallo scorrere del tempo, un tentativo vano e fallimentare di controllo, la pipa rappresenta la conquista del tempo da parte dell’uomo.

L’oggetto in sé

Abbiamo già accennato alla simbologia “fallica” della sigaretta.
Per quanto riguarda la pipa, l’unione di un cannello (simbolo fallico) con un fornello rotondeggiante e concavo (tipico simbolo femminile) fanno della pipa un oggetto che partecipa di ambedue le simbologie e che pertanto può assumere connotazioni diverse ed avere significati complessi.
Questo “equilibrio” esistente nella pipa fra il maschile e il femminile e la sua conseguente connotazione di oggetto completo in sé stesso, partecipe della mitica completezza androgina originaria e primordiale, sono forse all’origine (insieme ad altre complesse ragioni già in parte analizzate) dell’immagine di serenità e tranquillità, di saggezza e bonomia che la pipa porta con sé. Un’immagine di soddisfatta completezza, di forza tranquilla e sicura (in opposto all’aggressività nevrotica e all’insicurezza della sigaretta), in una parola, di pace.

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