La pipa oggi: ancora un fatto culturale?

La pipa oggi: ancora un fatto culturale?Segue l’articolo di Michele Vacchiano, Segretario Nazionale dell’Accademia Italiana della Pipa. Pubblicato sulla rivista Smoking (n°4, dicembre 1979).

La pipa oggi: ancora un fatto culturale?

Che la pipa sia nata come strumento destinato a fini rituali e cultuali, mi sembra ormai indiscutibile. Se dobbiamo prestar fede a Erodoto, sappiamo che già le tribù della Scizia aspiravano i fumi di erbe inebrianti a scopo rituale. Per quanto ne so, la notizia dataci dallo storico ellenico costituisce la prima testimonianza scritta di simili usanze che sia pervenuta fino a noi. Le cosiddette «pipe delle fate» rinvenute nell’area celtica, se autentiche, confermerebbero l’ipotesi che l’uso del fumo cultuale doveva essere diffuso in tutta la regione indoeuropea. E non solo in essa, dal momento che, secondo alcune testimonianze, gli sciamani siberiani usano ancor oggi inalare fumi allucinogeni o stupefacenti, per raggiungere un più intimo contatto con la divinità. Il medioevo cristiano deve aver cercato di cancellare in Europa ogni traccia di simili rituali «demoniaci»: li ritroviamo descritti da Colombo e dai suoi biografi, oltre che nelle cronache dei viaggiatori spagnoli del XVI secolo. Il risveglio dell’interesse etnografico che il Rinascimento trascina con sé porta un certo numero di autori ad interessarsi alle usanze rituali delle culture amerinde, le quali prevedono un largo uso del fumo a scopi magico-religiosi. Contrariamente agli Sciti e ai popoli dell’Eurasia, i precolombiani utilizzano le foglie di una pianta indigena, il Tabacco, che i viaggiatori spagnoli si affrettano a portare in patria. In Europa, il tabacco perde subito il suo precipuo valore cultuale, divenendo dapprima specialità medicinale (ma per quanto di «magico» c’è nella medicina, dì tanto il tabacco conserva, almeno a livello preconscio, il suo fascino soprannaturale), poi semplice erba voluttuaria. Nelle cronache e nei racconti del XVII e del XVIII secolo, non troviamo nulla che possa farci pensare ad una sopravvivenza del valore rituale del fumo, a meno che (tutte le possibilità sono aperte) non si vogliano interpretare come persecuzioni «religiose», dovute al timore di tutto ciò che è magico, le persecuzioni con cui i sovrani di molte nazioni cercarono di estirpare l’uso del Tabacco. Ad avvalorare tale ipotesi potrebbe essere citato il fatto che soltanto un sovrano europeo cresciuto nel clima dell’illuminismo, e perciò tollerante, abbia osato riabilitare l’uso della pipa: quel Federico il Grande, re di Prussia, (1712-1786), che accolse alla sua corte sommi musicisti e filosofi. Le prime avvisaglie di un ritorno all’uso «rituale» della pipa si possono riscontrare, non senza fatica, nel periodo napoleonico. La «Bouffarde» che per il soldato francese era compagna inseparabile, costituiva per lui il momento di riposo, di meditazione, di fuga dalla realtà. Durante le marce più estenuanti, Napoleone, che pure non fumava, non mancava mai di concedere ai suoi fidi alcuni minuti di sosta per fumare la pipa, favorendo così la formazione di un’usanza reiterata, e quindi ritualizzata. Il grande balzo verso il recupero dell’uso cultuale della pipa si ha nel XIX secolo, gli ultimi anni del quale vedono il diffondersi della sigaretta, che negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale si impone in tutto il mondo occidentale e raggiunge il massimo della sua diffusione. La pipa, troppo scomoda, ingombrante e laboriosa da caricare, viene relegata ad un uso secondario, mantenendo una massiccia diffusione solo nelle zone rurali o culturalmente e socialmente isolate. Nel pipatore moderno confluiscono dunque due filoni principali. Il primo filone è quello «borghese», che, dall’inizio di questo secolo, porta a considerare la pipa come mezzo di distinzione e promozione sociale, in quanto destinata a coloro che «hanno il tempo» di occuparsene. In questo senso la pipa è «status-symbol» e il suo uso costituisce la ritualizzazione di un comportamento socio-culturale in grado di connotare in maniera inequivocabile il fumatore come appartenente a una determinata classe. Semiologicamente parlando, la pipa è il «segno» di un certo comportamento generale. Un secondo filone, parallelo al primo e compresente nel fumatore di oggi, è quello che potremmo definire «rurale» o «rustico». Essendo la pipa il modo di fumare tipico delle classi rurali, il moderno pipatore partecipa agli altri il suo desiderio di «riscoperta dei valori autentici». In quest’ottica, la dicotomia pipa/sigaretta riproduce semiologicamente il divario esistente fra mondo contadino (con tutte le sue buone qualità e i suoi attributi di pace, saggezza e bucolica contemplazione, prerogative tipiche non del mondo contadino in quanto tale, ma dell’immagine che di esso ha l’abitante della città industriale) e cultura urbana, connotata come frenetica, caotica ed alienante. In questa dimensione, l’uso, o meglio, il culto della pipa, rappresenta il culto di valori diversi da quelli che l’urbanesimo ci propone. Che poi anche la «riscoperta dei valori autentici» sia diventata uno «status-symbol» della moderna borghesia urbana, è un diverso discorso, che, se non altro, ci aiuta a capire, almeno in parte, la diffusione che la pipa ha avuto in questi ultimi anni, soprattutto nel Nord industriale e nei grossi agglomerati urbani. La pubblicità stessa ci presenta la pipa sotto questo duplice aspetto, mostrandocela, ora in ambienti raffinati e di classe, ora come compagnona fidata dell’«homo rusticus». Un terzo tipo di culturalizzazione del fenomeno-pipa è riscontrabile se lo si analizza secondo un’ottica psicoanalitica. Da questo punto di vista, il ricordo-desiderio freudiano della suzione, implicato dall’usanza del fumare, si arricchisce, per quanto riguarda la pipa, di un elemento che manca al sigaro o alla sigaretta. Infatti, il tanto decantato senso di pace e rilassatezza, di invito alla meditazione, eccetera, che la pipa offre ai suoi cultori, altro non è se non la ritualizzazione di un gesto di per sé inconscio: quello del succhiare. Ritualizzazione almeno in parte consapevole, che manca nella sigaretta, la quale, perciò, non appaga, e porta alla reiterazione del gesto, in un inutile tentativo di soddisfazione (e si arriva così ai due e più pacchetti quotidiani). Se si volesse spingere ancor più avanti il discorso (ma sarebbe forse azzardato), potremmo paragonare la sigaretta all’archetipo jungiano della Madre Terrificante, la quale spaventa e con la quale ogni rapporto d’amore è impossibile se non permeato d’odio (si pensi a quanti fumatori incalliti di sigarette desiderano, senza riuscirvi, di staccarsi dal loro vizio), mentre la pipa, con la quale non c’è alcun rapporto nevrotico, è la Madre Buona, che soddisfa il nostro inconscio desiderio dì suzione, di calore, di affetto, senza nulla chiedere in cambio. L’approfondimento di questi meccanismi, trattati qui superficialmente, non potrà che giovare alla conoscenza e alla diffusione della pipa, anche grazie alla corretta impostazione delle future campagne di propaganda.

Condividi:

Aggiungi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *