La pipa è un ganghero

la pipa è un gangheroL’articolo “La pipa è un ganghero” è stato originariamente scritto da Elio Sparano e pubblicato nella rivista Smoking (n°4, dicembre 1982). Di seguito ne viene riproposto il testo integralmente digitalizzato.

La pipa è un ganghero

Il mio professore di filosofia – son ricordi liceali – ripeteva spesso: «chi ha fretta deve andar piano».
È molto difficile – lo so – uniformarsi al saggio consiglio ma le poche volte in cui son riuscito a farlo, ho potuto constatare che esso risponde a verità.
Se si va piano si fa tutto in minor tempo e si fa bene. Veniamo al punto e il punto – come potrebbe essere altrimenti – è la pipa.
Si proprio la pipa che un’antica e, per me, vieta oleografia mostra come amica di un tranquillo signore, magari attempato, in poltrona e con le pantofole ai piedi.
Va bene, va bene, ammiriamola pure questa oleografia aggiungiamo un libro o un apparecchio stereo che diffonde nell’aria le note del concerto preferito, rivestiamo di legno le pareti della stanza, mettiamo accanto al signore un bicchierino di Dubonnet, l’aperitivo preferito da Churchill, e poi? Poi avremo fatto un bel manifesto pubblicitario che esalta l’utopia o, se non proprio l’utopia, il difficilmente raggiungibile.
Perché? Ma perché l’uomo, quello d’oggi è quel che è e non si può cambiarlo, perché è il punto d’arrivo, che è di partenza per i nostri figli e nipoti, di tutta una serie di cose belle e brutte, gradevoli e sgradevoli, che vanno sotto il nome di progresso.
E si ha un bel dire che non sempre il progresso è miglioramento – si può esser d’accordo ma bisogna vivere al passo con i tempi e non cristallizzati come coleotteri nella trasparente plastica del passato.
La pipa, dunque, venuta in auge, anche fra i cosiddetti mass-media, dopo il terrorizzante, è il caso di dirlo, rapporto Terry.
Malmenata, mal fumata, bistrattata da mani e bocche inesperte. Messa poi, il più delle volte, a languire in qualche cassetto.
La pipa, dunque – vetusta signora, ahi anche questo è un luogo comune, diventata falena con tutti i pizzi, gli svolazzi, gli accessori di dubbio gusto che usan le falene o belle di notte o passeggiatrici che dir vogliate.
Questa pipa sostengo si possa, anzi si debba fumarla sempre, soprattutto, crocifiggetemi ma lo penso e lo scrivo, quando si è immersi nel, altro luogo comune, frenetico turbinio della vita moderna. Perché? Perché chi ha fretta deve andare piano.
La pipa è un frenatore dolce, un suggerimento detto a bocca semichiusa, una carezza al naso, profumata (ah! Cyrano de Bergerac!) la pipa, insomma, se saputa usare, è un equilibratore della nostra ansia e, per ciò stesso, due volte nostra amica invitandoci, essa, a correre piano, quando abbiamo fretta. Forse lo sapete già ma mi vien bene qui ricordare una riflessione di Riccardo Bacchelli che ha detto: «uso la penna antica, quella col pennino che si intinge nell’inchiostro. Scrivo solo con quella perché s’impunta, perché richiede spesso di essere intinta nel calamaio, e tutto questo, frenando il fluire violento delle parole che corrono dalla mente alla mano armata di penna, mi induce all’umiltà e mi fa pensare e mi fa filtrare quel che viene come un torrente dal cervello».
Mi vien bene ricordare questa – per me bellissima – riflessione di Riccardo Bacchelli perché mi pare possa estendersi alla pipa.
Sia essa tenuta fra i denti come preferisco (amo svisceratamente per questo le curve ben bilanciate) sia essa impugnata con il pollice che segue la curva dolce e femminea del suo fornello, è un oggetto che vuole la sua parte che non si può trascurare come la fatua sigaretta o il pur nobile sigaro. No, essa, la pipa, pretende il suo spazio e frena, frena l’ansia, spegnendosi, per esempio. Occorrerà riaccenderla e, subito, sprigionerà il suo profumo, quello a noi gradito, e stimolerà la mente e ci rabbonirà se fossimo o stessimo per andar fuor dai gangheri.
Si la pipa è un ganghero, un cardine, via, sul quale far ruotare dolcemente la nostra impazienza.
Se poi questo ganghero, questo cardine, la pipa, voglio dire, sarà stato prescelto da noi, da noi stessi, e curato come si conviene e come si conviene considerato, allora tutto funziona come un orologio svizzero.
So di un amico il quale, da anni recita, come niente fosse, una commedia che ha tre attori: egli stesso, sua moglie ed un venditore di pipe che ha un bellissimo negozio in via Dante a Milano.
La trama della commedia è questa.
Lui, il prim’attore, il mio amico, entra spesso nel negozio ed esamina i pezzi più belli, ne sceglie uno e lo fa metter da parte. Qualche giorno dopo lei, la moglie, dovendo fare un regalo al marito perché ricorre il suo compleanno o per qualche altro avvenimento da consacrare con regalo, si reca dal terz’attore, il venditore di pipe, e gli dice che vorrebbe fare un regalo al marito, che di pipe lei, poverina, sa poco o nulla, che è nell’imbarazzo.
Il terz’attore fa finta di pensare, cerca, fruga, apre cinque o sei cassettini foderati di panno rosso e poi: «Eccola, è questa! Son sicuro che gli piacerà» fa, estraendo, trionfante, la pipa messa da parte dopo un accurato esame, e quanto accurato, del prim’attore che era andato a trovarlo qualche tempo prima.
Confezione regalo, oooh del prim’attore che bacia appassionatamente la sua sposa capace anche – vigliaccone bugiardo – di intuire i difficilissimi desideri del marito, gioia della moglie che si sente come una regina o giù di lì.
La commedia può esser recitata da chicchessia ma per farlo occorre che la scena sia localizzata con la massima esattezza. È opportuno, per questo, che nella nostra città la moglie, gli amici, le persone che facilmente potrebbero farci un regalo, sappiano che noi riteniamo quel negozio, anche se non è vero, l’unico in grado di vendere pipe che vanno bene per noi.
Così schiveremo il pericolo di aver donate pipe che non ci piacciono e schiveremo il pericolo di averle tra le mani o in bocca quando la pipa deve far da ganghero sul quale far ruotare dolcemente la nostra impazienza.
Superata la buriana, guardandola, sentiremo per essa un amore nuovo, forse diverso, un amore complice e stabiliremo un rapporto serio, virile, non fatuo con la nostra profumata amica.
Io ho alcune pipe che pomposamente chiamo «da combattimento» quelle che mi stanno bene in tasca, che fumano senza problemi, che si spengono difficilmente, che sono un po’ come le vivandiere dell’esercito napoleonico, donne si, ma che portavano in linea una sorsata di energia a fucilieri e cavalieri e artiglieri impegnati nella battaglia.
Poi ho le altre, quelle della oleografia. Le amo tutte, è certo, ma di amori diversi.
Quando fumo quelle oleografiche penso con amore a quelle da combattimento, e viceversa.
È la vita, signori, è la vita ma con la pipa, opportunamente usata, dietro ogni temporale occhieggia l’arcobaleno.

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