La mania della fiamma

La mania della fiammaL’articolo che segue è licenziato dall’architetto Aldo Pellissone, noto nel mondo dei pipatori italiani soprattutto per aver scritto il “Catalogo Bolaffi della Pipa” (1978). Il testo originale è pubblicato sulla rivista bimestrale Amici della Pipa (n°3, maggio-giugno 1981). Anche a questa rivista ho dedicato una tag specifica: articoli Amici della Pipa.

La “mania” della fiamma

Argomento che scotta più di una pipa mal caricata. Tanto vale quindi rimestare dentro al fornello: in questa mistura accesa di teorie, credenze, supposizioni, asserzioni troppo costipate da esagerate valutazioni sì da bruciare il buon nome dell’onesta radica comune. Le teorie attribuite il più delle volte a nomi illustri nel campo della pipa — ma in genere inventate su due piedi da chi, pipa fiammata in mano di celebrata casata o no, pontifica elargendo concetti balordi al volgo uditore al solo scopo di portare la sua attenta ammirazione non agli stessi ma allo splendore dell’oggetto posseduto — non hanno alcun fondamento tecnico, pratico e tantomeno economico salvo restando forse quello estetico. Premesso quanto, esaminiamo il problema sotto il profilo tecnico ed economico.

Un abbozzo, o peggio una piastra, — che consenta di ricavare una pipa fiammata con la simmetria perfetta e parallelismo rispetto all’asse verticale del fornello e contemporaneamente all’asse longitudinale della pipa — comporta il più delle volte un maggior sfrido di radica; e comunque ciocchi con superficie esterna a largo raggio di curvatura e a fitta granitura, che consenta fibre sufficientemente parallele e fitte, non sono molto comuni e quindi la scarsa disponibilità di tali ciocchi non consente una facile reperibilità di abbozzi o piastre fiammate: ciò fa si che questo materiale diventi pregiato, ricercato e strapagato. In Italia, paese di poveri e di ricchi, di «poeti» e di «esteti», abbiamo inventato la fiamma, attribuendole subito gratuitamente un certificato di garanzia e da parte di qualche «pensatore» (perché noi siamo anche un paese di pensatori) si è aggiunto lo slogan «fuma bene solo chi fuma in Fiamma!».

Cosi molte volte improvvisati artigiani dalla mediocre inventiva estetica spacciano pipe che non dicono nulla riguardo alla linea ma, impacchettandole in una bella fiammatura (merito della natura, dello sbozzatore e, solo da ultimo, loro), le fanno strapagare ai patiti che stravedono per questi «miracoli» perdonando loro qualsiasi licenza alle proporzioni, alla linea e talvolta anche al sapore. All’aspetto economico non va disgiunto quello tecnico e qui, fisica alla mano, possiamo dare qualche dispiacere ai cultori della fiamma. Senza voler competere con i profondi conoscitori della radica, che spesso ho l’avventura di ascoltare dissertare dottamente di fronte ad attenti uditori di sprovveduti neofiti, accennerò solo al fenomeno di dilatazione termica al quale viene sottoposto radialmente il fornello durante la fumata.

Ricorrendo solo al buon senso si può giungere facilmente alla conclusione che — essendo le fibre della radica in una pipa fiammata disposte perifericamente e parallelamente all’asse del fornello, ed essendo la coesione molecolare tra fibra e fibra inferiore rispetto a quella che vi è fra le molecole di una stessa fibra — il fornello di una pipa fiammata, e cioè con fibre parallele all’asse verticale del fornello, tenderà sempre più facilmente ad aprirsi sotto l’azione a volte violenta del calore piuttosto che un fornello ricavato in un abbozzo o piastra con le fibre trasversali all’asse dello stesso fornello. Si pensi, come esempio, alle doghe di una botte non cerchiata nel caso del primo fornello; al contrario, nel secondo, le fibre disposte trasversalmente cerchiano, per cosi dire, il fornello stesso impedendo il suo aprirsi.

È chiaro che quanto è stato detto, per fortuna, è un’esasperazione possibile solo raramente, e in particolare solo se le pareti del fornello sono molto sottili. Nondimeno, però, rimane il fatto che, sempre ricorrendo alla fisica, la dispersione del calore avviene più rapidamente lungo la fibra anziché normalmente alla stessa. Dimodoché la pipa fiammata, dove la brace interessa lateralmente le fibre per la minor dispersione del calore delle stesse, conserva molto di più il calore fino, all’estremo, ad esserne intaccata se questo raggiunge una temperatura eccessiva (dovuta, a volte, a tabacco umido e troppo costipato che, fumato quindi con boccate violente e frequenti, stenta, per la sua coesione, a concedere la discesa verso il fondo della brace). Nei fornelli presentanti fibre dall’andamento trasversale all’asse verticale del fornello, ossia presentanti larghe zone ad occhi di pernice, il calore si disperde radialmente e cioè nel senso delle fibre stesse, non raggiungendo cosi nelle medesime temperature troppo elevate e non portando mai, salvo imperfezioni del materiale, il fornello a bruciarsi.

Si può facilmente trarre la conclusione, da quanto sopra, che le pipe normali a fibre trasversali, così oneste nella loro unica aspirazione di concedere delle buone fumate, hanno una maggiore durata delle loro sorelle titolate, o meglio, una minor probabilità di bruciature. Si è detto poi, a proposito di credenze, che la pipa fiammata è più dolce, più facile a farsi: non concordo con la prima asserzione mentre mi trovo d’accordo con la seconda. Infatti l’essere o meno dolce è legato a molti fattori — dipendenti dal trattamento della radica, bollitura, stagionatura, ecc. non disgiunto il luogo di provenienza — e non alla disposizione delle sue fibre.

Al contrario, ad una pipa fiammata si imbrunisce più rapidamente il fornello a motivo di quanto già detto in precedenza ossia per una maggior conservazione del calore da parte delle sue fibre: infatti per le prime fumate è bene lasciare il tabacco soffice e aspirare a piccole boccate (precauzioni per lo più inutili per le altre pipe). Delle supposizioni e delle affermazioni ascoltate in più riprese a proposito delle pipe fiammatequando lo sono e quando no — potrei riempire qualche pagina ma in proposito non voglio dire la mia e deludere molti possessori di pipe a caro prezzo facendo crollare molti loro idoli dal piedistallo. Vogliamo allora concludere usando un’altra prerogativa italiana troppe volte dimenticata: il nostro buon senso?! Fumiamo dunque le nostre pipe tranquillamente, paghiamole per quello che valgono, pretendiamo delle buone fumate da fornelli di onesta radica stagionata quale si riesce ancora a produrre da noi; e se qualche volta ci vogliamo togliere un capriccio (ed anche io me ne sono tolti ogni tanto) sia pure; ma questo rimanga tale e non diventi un modello per chi acquista.

Condividi:

Aggiungi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *