L’erica arborea

L'erica arboreaMichele Battista riassume storia e caratteristiche dell’erica arborea. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°2, giugno 1975).

L’erica arborea

Il lusinghiero successo ottenuto dal primo numero di questa rivista, ci spinge a proseguire il già introdotto discorso sul cammino della pipa nel tempo. Questa volta però rinfrancheremo il nostro respiro sostando nel vasto campo dell’Erica Arborea. Ci rinfrancheremo, ma non troppo, perché la pipa da noi definita semplicemente di “radica” (bruyere o briar), ha una origine alquanto incerta nonostante sia trascorso soltanto un secolo o poco più dal suo provvidenziale avvento. Nella prima metà del secolo XIX la distinzione tra le classi sociali costituiva un ben determinato dato di fatto anche nell’arte e nell’uso del fumare; i ceti privilegiati ostentavano pregiate pipe di schiuma fabbricate in Germania o in Francia e sigari raffinati il cui costo, sia pure nell’ordine dei centesimi, non era accessibile ai ceti più bassi. Questi ultimi, pur di appagare gli umani desideri del tabacco, ripiegavano sulle comuni pipe di gesso o sulle ancor più modeste terrecotte “napoletane” o “chioggiotte” nei cui fornelli spesso bruciavano spezzoni di robusti sigari toscani o caporals, oppure residui, ma non troppo, dei famosi Panatélas lasciati cadere lungo il cammino con ostentato sussiego da riveribili signori o da impeccabili ufficiali delle regie guarnigioni.

I popolani, particolarmente i contadini ed i montanari, ricorrevano, con immaginabile scarso risultato, a qualche pipa di legno destinata a bruciare in poco tempo con lo stesso tabacco. E’ di questo stesso periodo anche la comparsa della sigaretta, impropriamente definita “sorella minore del sigaro”, la quale trovò facili consensi tra quei giovani che si apprestavano al noviziato del fumo. Considerati gli effetti pratici (la sigaretta veniva confezionata a mano con l’ausilio della carta o della paglia di mais) e quelli non trascurabili di carattere sanitario, questa innovazione pareva destinata ad esaurirsi in breve tempo, ma ahimè! mai previsione si rivelò tanto catastrofica. Ritornando alla nostra pipa, diremo che secondo alcune fonti le pipe di erica arborea furono fabbricate dai montanari dei Pirenei intorno al 1851 e successivamente valicarono le frontiere diffondendosi con successo sul mercato artigianale francese. Secondo altre, la scoperta è da attribuirsi ad un ostinato quanto ignoto artigiano francese il quale, recatosi ad una fiera di Saint Claude alla ricerca di un legno dotato di caratteristiche di durezza e di incombustibilità per fabbricar fornelli, apprese, applicò e sperimentò con successo il consiglio suggeritogli da un altrettanto nostro ignoto benefattore cui aveva esposto il suo problema. Secondo altre fonti infine, la scoperta ebbe origine da una pipa di schiuma rottasi accidentalmente ad un francese fabbricante di pipe durante un pellegrinaggio in Corsica in omaggio a Napoleone. Per rimediare e forse anche per evitare ulteriori dolorosi sinistri, il nostro acquistò da un artigiano locale una pipa di un “certo” legno che non tardò a farsi apprezzare dal competente acquirente. Sia pure in forma aneddotica, sono queste le sole notizie sulla pipa di radica, il cui primo esemplare, made in Saint Claude e salvo rettifiche, porta la data del 1856. In seguito avremo occasione di parlare di questa località del Jura tanto nota nella geografia della pipa.

Anche in Italia la pipa di radica ha una sua storia. Contando infatti la nostra penisola, per la particolare posizione geografica, vaste zone di produzione del prodotto quali la Liguria, la Toscana, la Calabria, la Sicilia e la Sardegna, subì, specialmente nel meridione, l’iniziativa di alcune ditte straniere. Secondo quanto afferma il prof. Mariosa, autore di un accurato studio sull’argomento, verso la fine dell’800 e l’inizio del 900, due ditte, la Wassmuth di origine tedesca e la Vassas Fréres di origine francese, impiantarono due segherie nella zona di Villa S. Giovanni e di Reggio Calabria, impegnando la manodopera locale alla ricerca del prodotto grezzo che “dicioccato”, veniva poi esportato per la lavorazione. Il contributo determinante lo dettero invece i nostri connazionali emigrati in Francia, in gran parte originari del Varesotto i quali, rientrati in Italia, importarono questa nuova forma di artigianato cui si dedicarono con sacrificio e successo, dando vita col tempo a quelle industrie che oggi costituiscono nel Varesotto stesso una degna e competitiva Saint Claude Italiana. Merita citazione a riguardo quel Ferdinando Rossi che nel 1886, studiati i procedimenti di fabbricazione proprio a Saint Claude, acquistò i macchinati necessari ed impiantò a Milano la prima fabbrica italiana della pipa di radica. Lo seguirono nell’iniziativa a breve scadenza nomi quali Savinelli, Tagliabue ed altri ancora, che oggi costituiscono anche all’estero altrettanti marchi di garanzia per qualità e stile. Ciò detto, il nostro discorso potrebbe apparire incompleto senza la citazione di qualche dato tecnico sulla materia che ci interessa. Non me ne abbia l’amico Direttore se cerco di sottrarre prezioso spazio al già denso contenuto di questo numero, ma il nostro impegno è rivolto specialmente alle attese dei nuovi aderenti a questa particolare forma di cultura.

L’Erica Arborea è un arbusto sempreverde della famiglia delle ericacee, tipico della macchia mediterranea. E’ nota volgarmente con il nome di “scopa maschio” o “scopa da fastello”, cresce lentamente ma spontanea assieme ad altri arbusti della specie in boschi, pascoli e terreni incolti delle zone centrali e meridionali (Italia, Francia, Corsica, Grecia, Albania, Spagna, Algeria) ad un’altitudine al di sotto degli 800 metri (vengono considerate di maggior pregio le piante che vivono a 200-400 metri sul versante del mare stesso). Esteticamente non è una bella pianta, ha comunque rametti lisci, foglie ericoidi e fiori. Le radici, poste immediatamente al di sotto del fusto esterno, a seconda del senso di sviluppo (trasversale o longitudinale) vengono qualificate femminine o mascoline ed estirpate dopo almeno 20-30 anni, quando raggiungono un peso presumibile di circa 1 kg. ed un diametro variante da 10 a 50 cm. Sono ormai rari i casi in cui ci si trova in presenza di piante secolari le cui radici raggiungono peso e grandezza eccezionali. Una volta estirpato, il ceppo passa nelle esperte mani dell’uomo che, attraverso gli accurati procedimenti di una tecnica sempre più perfezionata, lo trasforma in oggetto degno di pregio. Nei prossimi numeri ci occuperemo di questo particolare argomento, certi di fare cosa gradita a tutti coloro che, al piacere di fumare, uniscono l’attaccamento alla fedele amica pipa.

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