Intervista a Paolo Battino Vittorelli

Intervista a Paolo Battino VittorelliTermino le mie pubblicazioni di giugno rieditando l’interessante intervista di Giuseppe Rizzuto fatta all’on. Paolo Battino Vittorelli (scheda su wikipedia). L’articolo originale è apparso sulla rivista Smoking (n°3, settembre 1976)

Intervista a Paolo Battino Vittorelli

L’on. Paolo Battino Vittorelli è nato nel 1915. Dal 1939 fuma la pipa. In questi trentasette anni di fumo ha collezionato un centinaio di pipe di tutte le dimensioni e di tutte le marche, più alcune che non usa, ma che conserva per ricordo. Tra queste, due belle pipe di schiuma di mare regalategli dal segretario del partito comunista ungherese Kàdar.

D. — On. Vittorelli, quando ha cominciato a fumare la pipa?

R. — Una data che non si può dimenticare: il 1° settembre 1939.

D. — Perché?

R. — Perché quel giorno dopo che era partito l’ultimatum della Gran Bretagna alla Germania, i partiti antifascisti decisero di fare una riunione per concordare il loro comportamento nel corso della guerra che stava per scoppiare. A questa riunione mi recai con un compagno di “giustizia e libertà”, Franco Venturi, — “Gianfranchi” nella clandestinità — il quale fumava la pipa. Alla riunione avrebbero partecipato altri grandi fumatori di pipa, come Emilio Lussu, Alberto Cianca, per quanto riguarda “giustizia e libertà”. Io ero il solo, data la mia età, a non fumare praticamente nulla. Fumavo una sigaretta ogni tanto. E l’idea di trovarmi a dover affrontare questo nuovo periodo, questa nuova fase storica in mezzo a tanti fumatori di pipa senza avere il modo di controllare i nervi come loro, mi indusse ad accettare l’invito di Franco Venturi di andare da un tabaccaio a comprarmi le tradizionali due pipe con tutti i necessari aggeggi. E con questa condizione, che di solito un neo-fumatore di pipa si pone: di fumare un tabacco leggero. Il tabacco leggero allora più accessibile in Francia si chiamava mi pare, “scaferlati de virginie”. Franco Venturi fumava, anche per ragioni di costo, il “grigio”, corrispondente alle sigarette francesi più pesanti. Mi accadde quello che accade a tutti i neo-fumatori di pipa: che, non rendendomi conto della differenza che passa tra un fumatore di pipa e un fumatore normale di sigarette, ho ingoiato il fumo. Alla terza pipa andai a casa con un forte mal di capo, nausea. Imparai la lezione e mi resi conto della necessità di fumare la pipa come si fuma la pipa, cioè considerando che il pregio del fumo della pipa è non tanto quello di mandarlo nei polmoni, quanto quello di respirarlo da tutte le parti.

D. — C’è chi fuma sigarette e pipa

R. — La pipa esige la monogamia. Non è possibile essere bigami: fumare la sigaretta e la pipa. Il fumo serve a raggiungere uno stato di distensione o di maggiore concentrazione. Per esempio incominciare un articolo fumando, con la pipa si può fare; con la sigaretta no. Con la pipa il fumo va a finire al di là degli occhi. Con la sigaretta quando si è curvi sulla macchina da scrivere viene a finire negli occhi.

D. — Ma perché la pipa ha maggiori pregi a questi fini di evasione?

R. — Anche la sigaretta si fuma, e quindi il fumo è uguale dalle due parti. Ma: la sigaretta è fragile, la pipa no; la sigaretta si può rompere, la pipa no; nella pipa si usa la bocca che aspira e le mani che usano la pipa come i preti usano il rosario, perché la pipa si può manipolare da tutte le parti. E ancora: molta gente per pensare ha bisogno di mordicchiare una matita; il fumatore di pipa non ne ha bisogno perché ha la pipa da mordicchiare. La pipa ti permette di rompere un bocchino per non rompere la testa di qualcuno.

D. — Il fumatore di pipa è dunque un monogamo…

R. — Ecco, come si fa a conciliare l’istinto naturale dell’uomo alla poligamia con la monogamia dello strumento pipa? Il fumatore di pipa riesce a farlo passando da una pipa all’altra, da un tabacco all’altro, secondo i bisogni della giornata. C’è un momento in cui un individuo ha bisogno di una bruna e un altro in cui ha bisogno di una bionda. Questo individuo riesce a far fronte a questo bisogno di evasione e di alternativa quando fuma la pipa passando dalla pipa curva a quella dritta, dalla pipa grande a quella piccola, dal tabacco leggero in certi momenti della giornata, a quello forte. L’accendere la pipa cinquanta o cento volte, che dai non fumatori di pipa viene considerato un difetto, è un altro di questi elementi di evasione, perché è uno dei tanti movimenti alternativi del nostro pensiero rispetto alla tendenza naturale del pensiero a concentrarsi su argomenti che lo preoccupano e ad arrivare ad un tale stato di tensione da non essere in grado poi di risolvere i problemi.

D. — In più passi dell’intervista affiora il legame tra il suo fumar la pipa e la clandestinità …

R. — Non c’è dubbio. Perché quelli erano momenti in cui avevamo bisogno del massimo di calma, del massimo di serenità, del massimo di concentrazione, e, contemporaneamente, avevamo anche bisogno di quel minimo di evasione che era impossibile raggiungere su un altro campo. In tempi normali l’uomo evade dalle proprie preoccupazioni in mille modi. In quei momenti, elementi di evasione non ce ne erano. Anzi, direi che il proprio respiro in un punto in cui si poteva essere scoperti dal nemico era motivo di tensione. Fumar la pipa no. Certo, la grossa difficoltà in quei momenti era quella di trovare il tabacco. Ma quando non si hanno altri mezzi, si mette qualunque cosa nella pipa: del tabacco scadente, delle cicche di sigarette. Quante volte mi è successo di raccogliere delle cicche di altri, per riuscire a riempire la pipa con qualunque cosa. Certo non erano delle buone fumate, ma coprivano in parte il bisogno di fumare che si prova quando ci si trova in certe circostanze.

D. — Ricordo che una volta, trovandoci assieme ad una tavola rotonda, essendo lei senza pipa e sentendosi quindi “scoperto” dovetti prestargliene una io perché lei si potesse sentire a suo agio. Si potrebbe quindi dire che senza la pipa le è più difficile la concentrazione…

R. — Più che la concentrazione, direi che la pipa è uno strumento molto duttile e molto efficace per controllare i propri nervi. In un dibattito, quello che io temo senza la pipa, è di non riuscire a conservare tutta la calma necessaria per intervenire nel dibattito al momento giusto. Io credo, per esempio, che in un dibattito televisivo, l’importante non sia di esporre tutte le proprie idee, ma, dato che il dibattito è contraddittorio, di aspettare il momento adatto per intervenire, magari con una battuta, che però è di rapida comunicazione con il pubblico, per riuscire attraverso tre parole, quattro parole, dette al momento giusto, a far capire tutto il senso del dibattito e il senso del pensiero di chi interviene nel dibattito. La pipa è uno strumento formidabile per riuscire ad aspettare il momento giusto.

D. — Che tabacco fuma?

R. — Io sono contrario alle miscele casalinghe. Io che sono deputato di Torino, ho una certa conoscenza di vini. A nessuno verrebbe in mente di mescolare tra loro due vini già imbottigliati: ad esempio un barolo ed un barbaresco, perché non si mescolano i vini, si mescolano i mosti. Le miscele di tabacco sono nate quando venivano venduti i diversi tipi di tabacco separatamente. Credo che oggi vi siano tante di quelle miscele confezionate che non c’è alcun bisogno di ricorrere all’improvvisazione. Nel nostro paese tabacchi allo stato puro non ne esistono. Per cui, se in Italia ci si mette a far delle miscele proprie, si miscelando miscele già fatte. Ma c’è una cosa che mi preme dire. L’Inghilterra è entrata a far parte della comunità europea. Dopodiché non si riesce a capire perché i prezzi dei tabacchi inglesi continuino ad essere così più alti dei tabacchi importati dagli altri paesi del mercato comune. Se si va a Bruxelles, il Prince Albert costa certamente meno del Dunhill, ma non costa molto meno o costa addirittura lo stesso di un comune tabacco inglese. Qui in Italia invece, il tabacco inglese costa due volte quello che costa un tabacco americano o olandese o tedesco. Non ne vedo la ragione.

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