Intervista a Giuseppe Ramazzotti

Intervista a Giuseppe RamazzottiRoberto Zangrandi intervista il professor Giuseppe “Eppe” Ramazzotti. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°1, marzo 1979).

Eppe Ramazzotti

Viso serioso, bassa statura, capelli argentati, barba bianca a lievi riccioli, la pipa sempre in bocca, classe 1898, servizio militare negli alpini con il grado di capitano nella prima guerra mondiale sui campi di battaglia dell’Adamello (allora fumava Capstan medium), un passato di dirigente d’industria (è stato presidente della Ducati di Bologna), una gran passione per le scienze naturali (è il maggiore esperto mondiale di tardigradi, microrganismi presenti nelle acque, nei licheni), di famiglia milanese dal 1500, Giuseppe Ramazzotti, il più rispettato pipatore italiano, il più amato miscelatore di tabacchi, fra i maggiori collezionisti europei di pipe, ha accettato di rilasciare a Smoking l’intervista pubblicata in queste pagine. Si parla poco di pipe, ma più dell’uomo. Della sua natura socievole ma, per alcuni aspetti, schiva. Delle sue passioni, dei suoi ricordi. Della sua collaborazione e fraterna amicizia con lo scrittore giornalista Dino Buzzati, fratello della moglie (con cui è sposato da 56 anni) e autore insieme con lui di due libri sulla pipa entrati a far parte dei classici dell’argomento. La chiacchierata, fatta in un pomeriggio di gennaio, con cielo azzurro, temperatura per niente invernale e sole che non riusciva a entrare nel buio studio di Eppe Ramazzotti scorre liberamente, senza un ordine preciso, così come è stata annotata sul taccuino di chi scrive. E’ una chiacchierata che balza da un argomento all’altro, fra aneddoti, ricordi, ripetizioni, chiarimenti. Deve essere letta così com’è, senza pretendere nulla di più. A Ramazzotti darebbe fastidio.

D. — Professore, lei è imparentato con i produttori dell’amaro che porta il suo nome?

R. — Sono, in realtà, il figlio dell’inventore del liquore: mio padre era andato in Francia a lavorare nella fabbrica dell’Amer Picon e, tornato in Italia aveva deciso di produrre un liquore simile a quello. Io sarei dovuto entrare in azienda, ma non mi interessava. Così l’azienda andò a due nipoti di mio padre. In un certo senso mi dispiace, ma sono contento ugualmente.

D. — Quali sono i suoi hobby, oltre la collezione di pipe?

R. — Praticamente non ne ho. Raccolgo pipe e mi interesso di tardigradi, che mi hanno fruttato una libera docenza in idrobiologia. Per il resto, leggo libri, di carattere scientifico, e scrivo molto. Di pipe e tardigradi.

D. — Cosa beve?

R. — Grappa veneta e friulana e poi anche whisky scozzese.

D. — Dove trascorre le sue vacanze?

R. — Da molti anni a Belluno, tre mesi, tutte le estati. E’ una grossa villa con importante valore storico e artistico, è citata in parecchi libri. Quando poteva, Dino Buzzati trascorreva con noi le sue vacanze in villa. Leggevamo, parlavamo, lui scriveva. Adesso, le sue spoglie sono conservate in una chiesetta poco distante dalla villa.

D. — Com’è il suo rapporto con i medici?

R. — Ottimo. Li vedo molto raramente. In verità li detesto, così come non ho assolutamente fiducia nei check-up. E poi sono un fatalista.

D. — Quando ha cominciato a fumare la pipa?

R. — E’ stato nel 1917. La mia prima pipa me la regalò mio zio Cecco. Era in radica a occhio di pernice con il bocchino in ambra. Ero allora allievo ufficiale, avevo la testa grossa e non avevano ancora trovato un cheppì adatto a me. Perciò non mi veniva permesso di andare in libera uscita perché l’uniforme non era completa. Allora, fumando appoggiato a una finestra, aspettavo che il tempo passasse. Un giorno entra un sergente, dice: «Che bella pipa!». E me la ruba. Ecco, la mia prima pipa mi fu rubata dal sergente dei bersaglieri Galloni. Comunque la prima volta in assoluto che fumai fu quando avevo tredici anni ed ero in montagna con i miei parenti. Comprai una pipa e il tabacco che fumava mio nonno. Mi misi tranquillo in un prato e fumai tre cariche di seguito, tanto che stetti male e vomitai per ore. (Comunque, su questo argomento Smoking ha chiesto a Eppe Ramazzotti di scrivere un breve articolo che compare in queste stesse pagine).

D. — Come e quando si è appassionato a tabacchi e miscele?

R. — Non c’è una data. A un certo punto mi sono sentito chiedere di consigliare qualche miscela e così ho cominciato a mischiare tabacchi. Ma non le fumo, quelle miscele. Le assaggio solo e poi le regalo oppure le relego in barattoli sparsi per casa. Oggi fumo solo cimette di toscano o trinciato comune che mi portano dalla Svizzera e che faccio seccare sul calorifero. Qualcuno dice che sono un barbaro, ma mi piace così.

D. — Quante pipe conta la sua collezione?

R. — Oltre mille, penso. 200 sono fumabili e sono in radica moderna. Regolarmente ne fumo otto, tutte curve. Qualche volta rispolvero anche una pipa di schiuma che ho annerito con quasi diecimila fumate, se i miei calcoli sono giusti. E poi, il solo motivo per fare una miscela è forse quello economico. Oppure psicologico, per il gusto di avere qualche cosa di esclusivo. Per alcuni versi è sciocco: sarebbe interessante miscelare tabacchi originali, vergini, e non tabacchi che sono già delle miscele. Comunque, non importa.

D. — E’ vero che vende qualche pezzo della collezione?

R. — Sì. Devo sgombrare qualche armadio. Ma ho delle difficoltà a stabilire una quotazione delle pipe che vendo. E poi è comunque difficile dare un prezzo alle cose che piacciono, così finisce che in realtà vendo pochissimo oppure nulla.

D. — E la collezione come è nata?

R. — Subito dopo il mio matrimonio. Mia moglie mi regalò una pipa di schiuma. Due amici che viaggiavano e che raccoglievano uno orologi l’altro fiasche per polvere da sparo mi hanno aiutato molto a raccogliere pipe antiche. Ma da anni non ne compro più.

D. — Ha il senso della famiglia? 

R. — Sì, molto. Ho sette nipoti, di cui vado orgoglioso. Alcuni sono in giro per il mondo, insegnano nelle università americane. Tutti, più o meno fumano la pipa. Sono molto contento quando riusciamo a organizzare grandi riunioni di famiglia. Anche se mi sento, a quel punto, un po’ patriarca.

D. — Anche per la pipa lei viene definito patriarca o nume tutelare. Come si sente in questi panni?

R. — Malissimo. E poi non sono un nume tutelare della pipa. Nessuno è indispensabile. Se le interessa, detesto le gare di lento fumo, anche se ogni tanto ci vado. 

D. -— La sua posizione sulle polemiche che investono la Dunhill? E’ una pipa che merita l’alto prezzo che le viene attribuito? 

R. — Un parere personale: alcune pipe italiane sono alla pari se non addirittura superiori. Le mie le ho vendute quasi tutte a Luigi Menegazzi.

D. — La pipa, forse, è una religione. Lei è d’accordo con quanti invece ne fanno un’autentica dottrina?

R. — No, certamente. La pipa è uno strumento a cui ci si affeziona e a cui è bello affezionarsi. Uno strumento capace di ridare tranquillità e serenità a chi fuma. Tutto qui.

D. — Cosa pensa del fumo povero, quello senza fronzoli e senza complicazioni?

R. — E’ l’unico fumo sensato. Ognuno fumi come gli pare, basta che sia contento. Le polemiche su pipe, miscele, e tutto il resto, se uno è contento, passano in secondo piano. Anzi, scompaiono.

D. — Cosa desidererebbe fare ancora?

R. — Niente. Recriminare su quanto non si è potuto fare fa male perché toglie la serenità. Mi piacerebbe continuare ad occuparmi di tardigradi e di pipe. Mi piacerebbe essere ancora in condizione di fare lunghe passeggiate in montagna, ma non posso più.

D. — Come passa le sue giornate?

R. — Molto normalmente. La mattina mi alzo presto e fumo fin dal mattino. Studio i tardigradi, rispondo alle lettere, passo molto tempo nello studio (una stanzetta con tre armadi pieni di pipe, libri dappertutto, comode poltrone, un leggio vicino a quella preferita dal professore, due microscopi sulla scrivania ingombra di carte, libri, e lettere ndr) parlo con mia moglie, ricevo amici, leggo. Una vita molto calma e regolata. La giornata finisce alle due di notte.

D. — Qual è il suo ricordo di Dino Buzzati, delle cose che avete fatto insieme?

R. — Nonostante la differenza di età, io e Dino non eravamo solo cognati, ma anche amici. Ho seguito Dino nei primi passi della sua vita di scrittore, pittore, giornalista. Ho assistito ai suoi primi, tumultuosi amori. In casa conservo ancora il ritratto di una ragazza (è appeso in salotto) di cui Dino si innamorò perdutamente. Ho anche parlato a lungo con lui del suo ultimo libro, Un amore, di come è nato e di come è stata sofferta la vicenda che narra. Il rapporto, diciamo, di lavoro era invece disteso. Ci capivamo al volo. Abbiamo scritto “II libro delle pipe” e “Introduzione alla pipa” di sera, bevendo grappa e fumando trinciato forte. Disegnavamo insieme, ognuno aggiungendo dettagli alle illustrazioni dell’altro. E’ stata una fase serena della mia vita. Comunque, venga in salotto, c’è un ritratto di Dino bambino.

Ci alziamo e seguo il professore lungo lo stretto corridoio dell’appartamento di Porta Venezia, con i tram che sferragliano per strada e i giardini pubblici di là dei bastioni. Nella sala, grande e buia, si vede il ritratto del futuro scrittore: un viso calmo, grave e serio. La chiacchierata finisce qui. Il cielo è diventato scuro. E’ sera. Il professore non ha più nulla da dire ed è un po’ stanco.

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