Impariamo a fumare

Impariamo a fumare

Nell’articolo “Impariamo a fumare” Baldo Peroni prosegue la sua disamina incentrata sulla pulizia e manutenzione della pipa. L’originale è pubblicato sulla rivista “Il Club della Pipa” (n°4, luglio 1968).

Impariamo a fumare

Nell’articolo precedente (link), malgrado le divagazioni di carattere autobiografico, abbiamo raggiunto due conclusioni di fondamentale importanza: una negativa, positiva l’altra. Eccole, espresse in forma sintetica: 1) se la pipa, per una ragione qualunque, non è fumata a dovere, richiede una costante pulizia, altrimenti emana cattivo odore; 2) se la pipa è fumata a regola d’arte, non richiede praticamente pulizia, ma solo una manutenzione periodica ed emana un odore buono e sano, garanzia di ottime e serene pipate. Prevenire è meglio che reprimere, dice un vecchio adagio: non si riferisce precisamente alla pipa, ma alla pipa, come alla vita in genere, si può benissimo applicare. Ecco perchè dedicheremo questo secondo articolo della serie a qualche cenno sull’arte di fumare la pipa in modo corretto.

Perchè una pipa, nuova, malgrado il diffuso pregiudizio, è facile da fumare? Perchè è asciutta e perfettamente pulita. E se il fumatore, applicando le poche regole fondamentali che enunceremo, riuscirà a mantenerla tale, la pipa continuerà ad essere buona, senza bisogno di frequenti pulizie e lunghi periodi di riposo. Ma capita spesso, vuoi per l’imperizia del neofita, vuoi per lo stato del tabacco, vuoi infine per elementi diversi ed estranei, che le pipate non possano svolgersi in modo regolare. Quando nella pipa sono avvenute un certo numero di combustioni imperfette, ecco che il fornello si inumidisce, ecco che nel cannello e nel bocchino si annidano, insieme con la famigerata acquerugiola e dalla stessa portati e provocati, depositi semi-solidi e maleodoranti di catrame, di nicotina, nicotinina, nicoteina e nicotellina, le quattro basi che entrano nella composizione del fumo del tabacco. La pipa si impregna così di umidità e di cattivo odore, trasformandosi da un oggetto di piacere in uno strumento di disgusto per il fumatore e per chi gli sta vicino.

E’ inevitabile che nella pipa — e specialmente nel cannello e nel bocchino — si formi un poco di umidità, dato che il tabacco è una materia eccezionalmente igroscopica e che di conseguenza nel fumo è sempre presente vapore acqueo in una certa proporzione: l’essenziale è ridurre al minimo indispensabile la condensazione e la precipitazione dell’acqua. Ciò si ottiene grazie ad una combustione regolare ed integrale del tabacco. In altre parole, il fumatore che desideri avere una pipa asciutta, fragrante, in perfetto stato, tale da poter essere fumata più e più volte al giorno e per parecchi giorni di fila, dovrà caricarla bene e fumarla fino in fondo, fino cioè a bruciare anche l’ultima particella di tabacco. Solo così eviterà la formazione di una poltiglia umidiccia sul fondo del fornello e della altrettanto sgradevole acquerugiola che a volte letteralmente inonda cannello e bocchino, raggiungendo la bocca con effetti deleteri per le papille gustative della lingua e per il morale del fumatore.

Una fumata è perfetta, dicevamo, solo se il tabacco arde fino all’ultima particella, trasformandosi in una cenere asciutta, bianco-grigia, pressoché impalpabile, segno e coronamento di un’opera condotta con maestria. Perchè ciò avvenga, è indispensabile che gli strati profondi del tabacco, i primi cioè ad essere immessi nel fornello, restino quanto più possibile asciutti. Vediamo ora le condizioni necessarie e sufficienti per conseguire questo risultato.

Grado di umidità del tabacco

E’ essenziale, in primo luogo, che il tabacco, dal punto di vista igroscopico, sia in condizioni ottime, non sia cioè nè troppo secco nè, soprattutto, troppo umido. Se il tabacco è molto secco, brucia con facilità, ma rapidamente, sviluppando molto calore: pizzica quindi la lingua, che tenta di difendersi con una salivazione più abbondante, con il rischio che questa scenda lungo il bocchino e il cannello, aumentando la naturale umidità che per legge fisica vi si forma. Se, invece, il tabacco è troppo umido, la combustione è più lenta e il calore sviluppato meno intenso. Ma nel fumo è presente una maggiore quantità d’acqua e, inoltre, più grave è il rischio di frequenti estinzioni che, accompagnate da altrettante riaccensioni, provocano una caduta d’acqua sugli strati profondi del tabacco, fino a portare al definitivo irrimediabile spegnimento della pipa e alla formazione di quella poltiglia cui abbiamo alluso prima.

Come caricare la pipa

Su questo argomento non si insisterà mai abbastanza: solo se la pipa è stata ben caricata, la combustione potrà essere regolare e completa. Come si sa, le pipe nuove e le pipe già usate vanno riempite in modi diversi. Non possiamo dilungarci molto, in questa sede, sulle varie tecniche e ci limiteremo a qualche cenno, rimandando il lettore alle opere complete e, in particolare, se ci è consentita la citazione, al nostro manualetto «L’arte e il piacere di fumare la pipa».

Se la pipa è nuova, il caricamento andrà fatto a pizzichi fino a un terzo del fornello, con pressione energica ed uniforme fin dal secondo strato. Dopo dieci o quindici fumate, si caricherà il fornello fino a metà e dopo un’altra ventina di fumate lo si caricherà completamente. Il fumatore noterà che, con la pipa carica fino a un terzo o poco più, la pipata avviene in condizioni ideali: la formazione di acquerugiola è trascurabile o nulla, la combustione integrale. Tanto che questo sistema è consigliabile a chi trova difficile o impossibile portare a termine una pipata normale: meglio poco e buono che abbondante ma insoddisfacente. Questa tecnica presenta notevoli vantaggi soprattutto sul posto di lavoro: una pipa caricata fino ad un terzo dura circa un quarto d’ora ed è probabile che in questo periodo di tempo si riesca a rimanere tranquilli; non c’è niente di peggio che dover interrompere una pipata bene avviata per colpa del telefono o di qualche visitatore inatteso.

Se la pipa è già usata, il caricamento va sempre effettuato a pizzichi: il primo e il secondo vanno semplicemente posati sul fondo del fornello, quelli successivi dovranno subire, mediante l’indice o il mignolo, una pressione progressivamente più energica in senso verticale, ma uniforme in senso orizzontale, così che il tabacco, nei suoi vari strati, sia disposto in modo omogeneo: le figure 1 e 2 che appaiono in queste stesse pagine rendono l’idea del caricamento corretto e di quello sbagliato.

Figure 1 e 2. Impariamo a fumare.
Figure 1 e 2. Il caricamento della pipa va sempre effettuato a pizzichi. Il primo ed il secondo vanno semplicemente posati nel fornello; quelli successivi dovranno subire una pressione progressiva in senso verticale ma uniforme in senso orizzontale. Nella prima figura vediamo un caricamento esatto, nella seconda un caricamento sbagliato.

Il tabacco ben stipato offre tutte le garanzie di una combustione continua, di una fumata priva di imprevisti e, soprattutto, di una formazione uniforme della crosta sulle pareti interne del fornello. Va da sè che l’accensione deve essere piena su tutta la superficie e attaccare non solo il primo strato ma anche il secondo e possibilmente, sia pure in parte, il terzo. Lo strumento ideale resta sempre il fiammifero, sia del tipo svedese o minerva. Sarebbe un errore aspirare con troppa energia: val meglio utilizzare un primo fiammifero, aspirando con dolcezza e contemporaneamente spostando la fiamma dal centro ai bordi del fornello, infiammare bene tutta la superficie, trarre qualche boccata con un certo ritmo, premere il tabacco che sotto l’azione del fuoco si sarà gonfiato e ripetere l’accensione con un secondo fiammifero, anche se la pipa tira bene.

Come fumare la pipa

L’aspirazione dovrà essere continua e leggera quanto più possibile, con di tanto in tanto, a intervalli più o meno lunghi, qualche «boccatina» un po’ più energica ma non troppo, a volte in coincidenza con l’occlusione quasi totale del fornello mediante un dito: l’afflusso di una corrente d’aria non potrà che favorire e ravvivare la combustione (vedere la figura 3). Il grafico cerca di rendere l’idea, ma purtroppo per le «boccatine» non si possono dare regole. Basti dire che esse potranno essere un po’ più frequenti all’inizio della fumata per assicurare un’accensione completa e profonda e dovranno essere alquanto più frequenti — ed anche più energiche — verso la fine della fumata per attaccare decisamente gli ultimi strati del tabacco, quasi sempre più umidi dei primi e di quelli intermedi.

Figura 3. Impariamo a fumare.
Figura 3. Il grafico mostra il normale andamento di una fumata. All’inizio le boccate saranno piuttosto frequenti per accendere bene il tabacco, poi si diraderanno, per tornare più intense verso la fine.

E’ solo l’intuito che suggerirà il momento opportuno in cui aspirare più energicamente. Scrive mirabilmente il Ramazzotti: «Il fumatore esperto sa mantenere la combustione del suo tabacco in uno stato perfetto, che oserei chiamare “dormiente”; sembra cioè che la Pipa stia sempre per spegnersi e invece non si spegne mai. Per ottenere questo risultato è necessaria una particolare sensibilità, che si raggiunge soltanto dopo lunga pratica e che permette di alternare alle piccole inspirazioni delle leggerissime soffiatine entro il cannello, per riattivare — nel giusto momento — la combustione languente». Il lettore attento avrà notato la differenza fra la tecnica suggerita dal Ramazzotti nel paragrafo riportato e quella da noi proposta: potrà quindi scegliere quella che meglio si addice al suo stile. L’essenziale è arrivare a fumare — ossia a bruciare — tutto il tabacco. Non va dimenticato che, durante la fumata, quando si ha la sensazione che il fumo aspirato sia troppo tenue, occorrerà premere il tabacco con il dito o con l’apposito strumento.

Secondo la nostra personale esperienza, con la pipa completamente carica, la fase critica della combustione si ha verso i due terzi della fumata, come illustrano i grafici delle figure 4 e 5. Se il fumatore è agli inizi della sua carriera, se il tabacco non è in buone condizioni, se si è impegnati in una conversazione, se, soprattutto, intervengono fattori estranei di disturbo, il fuoco si estingue bruscamente, con pregiudizio per la pipa e delusione per il fumatore. Per arrivare alla fine della pipata senza inconvenienti, bisogna intervenire prima della fase critica, prima cioè che la parabola del grafico precipiti: basterà «accendere» la pipa anche se questa è ancora perfettamente accesa (vedere grafico della figura 6). In questo caso, dato che il tabacco arde ancora e la pipa è ben calda, saranno consentite aspirazioni un po’ più energiche che non nell’accensione iniziale, anche perchè molto probabilmente si avrà a che fare con un tabacco — negli strati in cui la brace non è ancora arrivata — piuttosto umido e l’ulteriore apporto di calore di una fiamma viva contribuirà ad asciugarlo e a favorire il proseguimento della combustione. Sistema efficace, questo, seppur non consentito nelle gare di lenta pipa!

Figure 4, 5 e 6. Impariamo a fumare.
Figura 4, 5 e 6. Nel primo grafico vediamo una fumata perfetta. La linea sale, rimane costante per parecchi minuti e verso lo scadere dell’ora scende. La pipa si spegne perché il tabacco è stato bruciato completamente. Nel secondo grafico vediamo una fumata “sfortunata”: il tabacco si spegne prima del tempo e la linea precipita. Nel terzo grafico vediamo un espediente per continuare in santa pace la nostra fumata: quando la pipa tende a spegnersi si può intervenire con  un fiammifero acceso.

Se, malgrado tutto, la pipa si spegne ugualmente, non bisogna farne una tragedia: basta riaccenderla immediatamente, secondo le solite regole. E’ stato osservato da molti esperti fumatori — e tra questi anche il Ramazzotti — che è tipico di certi tabacchi lo spegnersi almeno un paio di volte durante la pipata, ad onta della tecnica raffinata del fumatore. «Cosa c’entra tutto questo con la pulizia della pipa?», potrà chiedersi a questo punto il lettore. Abbiamo detto all’inizio che è meglio prevenire che reprimere. Se la combustione si è svolta regolarmente fino alla fine, la pipa sarà asciutta e, per pulirla, sarà sufficiente rovesciare il fornello per farne uscire la cenere e soffiare energicamente due o tre volte attraverso il bocchino. Una volta raffreddata, la pipa sarà di nuovo pronta per una buona fumata. Ma se le cose, per qualunque ragione, sono andate male, bisognerà procedere ad una radicale pulizia della pipa, utilizzando gli appositi strumenti secondo le facili norme che indicheremo in seguito.

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