Il tempo doma le pipe ribelli

Il tempo doma le pipe ribelli

Rodaggio delle pipe e pipe ribelli: Umberto Montefameglio continua a discorrere delle sue esperienze. A fine articolo segue anche un farraginoso metodo proposto da Aldo Pellissone. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista “Il Club della Pipa” (n°1, febbraio 1968). 

Il tempo doma le pipe ribelli

Abbiamo visto nell’articolo apparso sullo scorso numero della rivista (link) come possa succedere che per un motivo imponderabile una pipa di marca possa non diventare buona. E’, naturalmente, un caso molto raro, perché vi sono sistemi adatti a far diventare buone anche le pipe più riottose. La pipa che stenta a farsi è difficile trovarla tra quelle di marca. Ma può accadere. Non state a chiedermi i motivi, perché proprio non li so. Avevo certe convinzioni in proposito, che però sono state smentite dai fatti. Prima di adottare l’ormai famoso sistema spiegatoci dall’architetto Pellissone (che pubblichiamo a parte), indubbiamente buono, ma secondo me da usarsi solo dopo averne provati altri più semplici, ne consiglio alcuni semplicissimi. Di una facilità che farà certamente sorridere qualche incredulo.

Ecco il primo: se una pipa, dopo averci fatto dieci-quindici fumate, non comincia a diventare buona, ebbene mettetela a riposare (io consiglio il sistema del bocchino in su e testa in giù). Naturalmente, prima pulitela bene con scovolini e magari con uno degli appositi liquidi detti impropriamente «sciogli-nicotina» (solo nel bocchino e nel cannello, però!). Poi, «dimenticate» questa pipa per almeno un mesetto e fumatevi beatamente le altre, già rodate. Trascorso un mese, la pipa sarà asciuttissima, sempre che non l’abbiate riposta nelle grotte di Bossea; allora, provate a rifumarla. A volte capita di scoprire che la pipa ribelle è diventata una delle migliori! Questo metodo, al quale, in verità, neppure io credevo molto quando mi è stato suggerito, nel novanta per cento dei casi dà risultati eccezionali. Se dopo un mese di assoluto riposo la pipa desse ancora effluvi nauseabondi, ebbene, fateci altre due o tre pipate, tanto per aumentare la crosta, ripulitela accuratamente come la prima volta e mettetela nuovamente a riposo. Chi avesse già una discreta collezione, e quindi non fosse assillato dalla necessità di avere disponibile subito anche quella pipa, può lasciarla riposare due mesi o anche più.

Il professor Ramazzotti ha una trentina di pipe di una marca inglese, che costano carissime; ebbene, una di queste l’ha dovuta dimenticare dieci anni. A più riprese l’aveva rifumata dopo lunghissimi periodi di riposo, poi si era scocciato ed aveva deciso di non fumarla più. Qualche mese fa, mentre discorrevo con lui del problema delle pipe che non diventano buone, e di cui parlai nello scorso numero, egli mi disse: «La peggior pipa di radica che ho è una … Ho provato di tutto per farla diventar decente, ma non ci sono riuscito. Ora saranno dieci anni che non la fumo. Aspetti che gliela faccio vedere». L’attesa non fu lunga, perché il professor Ramazzotti è la persona più ordinata che io abbia mai conosciuto. Ed inoltre ha una memoria stupefacente. Dallo scaffale inferiore della libreria prese una scatola: «Ecco, qui ci sono tutte le mie … (e mi disse il nome della marca). Dovrebbe essere qui in fondo». Le pipe erano tutte accuratamente riposte nel loro sacchettino (quel sacchetto che molti pipatori dimenticano addirittura sul banco del negozio non appena acquistata una pipa). Al terzo tentativo venne fuori la pipa in oggetto. «Vede? E’ questa», e me la porse. Accostai il fornello al naso, ma non sentii alcun odore particolare. «A me sembra una pipa come le altre», gli dissi. «Ora le faccio sentire che puzza vien fuori», e così dicendo l’esimio pipologo la caricò di Capstan, tabacco che in questo periodo egli predilige per le fumate mattutine. Lasciai spegnere la mia pipa carica di Park Lane N. 7 per non confondere gli odori e annusai ripetutamente l’aria: «Io sento solo odore di buon tabacco», dissi. «Per forza, sono solo alle prime boccate, aspetti e sentirà», mi rispose il barbuto pipologo. Ma la pipa era diventata buona davvero, con piacevole sorpresa dell’esimio professore. Naturalmente, questo è un caso limite: se dovessimo far riposare una pipa dieci anni per farla diventare buona staremmo freschi. Non tutti hanno una collezione di milletrecento pipe, tra le quali oltre cinquecento di radica… Eppure, quella pipa era diventata buona grazie a dieci anni di assoluta inattività.

Un altro sistema per domare una pipa ribelle a ogni rodaggio è quello di usare le spuntature di toscano. Prendiamo di peso un esempio dalla realtà. Ero ancora nello studio del professor Giuseppe Ramazzotti e il discorso cadde nuovamente sulle pipe difficili, e specificatamente su quella pipa tornata buona dopo dieci anni di isolamento. «Ne ho un’altra — disse lo scienziato — che non fumo più da anni, perché incorreggibile. Ora la provo». Si alzò, la pescò a colpo sicuro tra le altre e la caricò con il solito Capstan. Dopo qualche minuto avvertii un odore diverso ed esposi il mio dubbio: «Quello che lei sta fumando, però, non è Capstan puro: scommetto che ci ha messo dentro un po’ delle solite spuntature». «No, le assicuro che è Capstan, senza nessun’altra aggiunta. Guardi, ho aperto la scatola nuova proprio stamattina. Però ha ragione. Se lei sente l’odore, io provo effettivamente un leggero sapore di spuntature. Forse è perché — spiega il professore — anni fa, prima di mettere questa pipa definitivamente in pensione, ho fatto due o tre vigorose pipate di spuntature. Si vede che le hanno fatto bene, perché questa pipa adesso è diventata fumabile». Si era fatto tardi e dovetti accomiatarmi: «Mi faccia sapere come è finita la pipata: è verso il fondo che la pipa, spesso, non dà più soddisfazione». Ci telefonammo la sera dopo. «Ho fatto altre due fumate — mi informò — e le devo dire che le spuntature le hanno fatto bene. La pipa ribelle, anche se non è eccezionale, è diventata fumabile. Una pipa onesta, insomma, come ne ho tante».

Dunque, le spuntature sono un altro sistema che giudico prezioso per rodare le pipe più riottose. Naturalmente, per usarlo, bisogna essere pipatori che non disdegnano trinciati forti. Le spuntature hanno sì il vantaggio di ridurre molto quell’inconfondibile sapore di radica bruciacchiata, che per le prime quattro o cinque fumate quasi tutte le pipe emanano, ma hanno anche la caratteristica (che per taluni può essere un pregio, ma per altri un grave difetto) di far diventare la pipa piuttosto forte. Se io voglio rodare una pipa velocemente, uso spuntature, magari mescolate all’Hollandia. Poi, una volta rodata la pipa, fumo la miscela prediletta (Italia + Amphora + Dunhill, o Balkan Sobranie o Four Square). Anche dopo, però, dieci o venti pipate, ogni tanto vien su un vago sapore di fondo che mi ricorda le spuntature. Il che, almeno secondo il mio personalissimo gusto, è tutt’altro che spiacevole. A chi ama tabacchi dolci, tipo Lincoln, Schippers o Egbert’s 44, tanto per intenderci, consiglio di facilitare il rodaggio spargendo di un sottilissimo velo di miele la parete del fornello prima della pipata. L’operazione non va però ripetuta alle fumate successive. Il miele tratterrà sulle pareti del focolaio un primo strato di carbone, che però sarà piuttosto molle. Bisogna quindi non grattare assolutamente il fornello dopo la prima pipata: durante le successive fumate, infatti, la crosta si indurirà e la pipa sarà presto rodata. Così come il rodaggio con spuntature rende una pipa forte, allo stesso modo una pipa rodata con il miele avrà sempre un sapore di fondo dolciastro, che non a tutti piace. I tabacchi più adatti per un rodaggio con il miele, secondo il mio opinabile giudizio, sono: Hollandia, Amphora, Lincoln, Schippers ed Egbert’s 44. Non lo consiglio, invece, con i trinciati di gusto inglese. Ma altri sono di diverso avviso: Davoli ad esempio consiglia il rodaggio al miele anche ai patiti del Balkan mixture. Un altro tabacco che attenua molto l’aspro odore della radica durante le prime fumate è il Park Lane N. 7, il cui uso consiglio per il rodaggio delle pipe ribelli a tutti coloro che non se la sentono di fumare le spuntature.

Un’ultima cosa: se vi accingete, per la prima volta, a pipare spuntature allo stato puro, fatelo solamente a stomaco pieno, ma non immediatamente dopo il pasto, intercalando le boccate a piccolissimi sorsi di grappa stravecchia, vuoi di Moscato, vuoi, meglio ancora, di Barolo. Naturalmente, a scanso di sbronze colossali e per non essere perseguitati dalla lega anti-alcolica, preciso che un bicchierino dovrà bastare per tutta la pipata… o quasi. Basta infatti inumidire la lingua e il palato. Il «tracannamento» è del tutto facoltativo. Ma quando a Bacco preferite Venere, lasciate stare, per carità, le spuntature e, se trovate il tempo per una pipata, caricate con Three Nuns, che ha un solo difetto: costa un po’ di più. Concludo rinnovando l’invito a tutti i soci, specialmente ai più esperti, di scrivermi sulle loro esperienze di rodaggio. E’ un argomento del quale non parleremo mai abbastanza e con il quale vi perseguiterò anche sul prossimo numero.

MIELE FUSO E CENERE PER UN BUON RODAGGIO (di Aldo Pellissone)

Per far diventare buone radiche sabbiate o, comunque, di Sardegna, l’architetto Aldo Pellissone, di Torino, consiglia questo sistema: «Si prenda un tubetto metallico con un diametro inferiore a quello del fornello della pipa (personalmente uso un cavatorsoli per mele), con lo stesso si prelevi un po’ di miele (circa un cucchiaino da caffè), si pulisca quindi l’esterno del tubetto o cavatorsoli in modo che il miele sia solo all’interno. Ora si lasci l’estremità dello stesso sulla fiamma del gas finché il miele si metta a bollire fluidificandosi al massimo (si badi a non farlo incendiare) quindi si rovesci tale contenuto bollente nel fornello della pipa (previa otturazione mediante uno scovolo del forchino del cannello). Ora si badi a far ruotare il fornello in modo che il miele ne rivesta completamente la parete; si lasci riposare per qualche minuto e intanto si provveda a lavare perfettamente il tubetto o cavatorsoli. Fatto questo si ponga nuovamente l’estremità, così pulita, dello stesso sul gas e la si lasci finché non accenni a diventare bluastra (non deve assolutamente arroventarsi); a tal punto si introduca l’estremità così riscaldata nel fornello della pipa ruotandola contro la parete interna dello stesso. Il miele brucerà caramellandosi e consumandosi, sposandosi perfettamente con la radica. Si ripulisca molto bene il tubetto o cavatorsoli e lo si rimetta sul gas e si ripeta l’operazione precedente finché nel fornello della pipa non sia rimasto che un sottilissimo strato di miele brunastro. Si lasci ora asciugare una giornata il fornello così preparato, quindi si tasti con un dito il miele: lo stesso dovrà essere ora solo più leggermente attaccaticcio. Giunti a questo punto si prenda della cenere di tabacco fumato in precedenza in altra pipa e la si rovesci nel fornello. Ora si tolga lo scovolo che chiudeva il forchino del cannello e di lì si soffi via la cenere superflua dal fornello. Si lasci ancora asciugare una giornata e quindi si carichi con il tabacco, dello stesso tipo della cenere usata, comprimendolo pochissimo e badando, nel far ciò, a non grattare la parete del fornello. Sentirete che pipate squisite a cominciare dalla prima e, nel fornello, già dalla prima volta rimarrà una sottile ed omogenea protezione sulla parete! Un ultimo consiglio: fumate, se è possibile, sempre lo stesso tabacco usato per la prima volta nella pipa!».

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