Il sangue freddo del fumatore Mazzini

Il sangue freddo del fumatore Mazzini

Iniziando da Mazzini, Paolo Guidi riassume in quest’articolo alcune bizzarre notizie scovate in un libro edito a Londra nel 1897 e titolato “Tobacco talk and gossip for smokers”. L’originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°4, dicembre 1986).

Il sangue freddo del fumatore Mazzini

“Se Prometeo avesse rubato il fuoco dal cielo per accendersi la pipa, gli Dei glielo avrebbero perdonato”. La battuta è sommariamente citata da un curioso volumetto che ci è capitato fra le mani. Curioso e prezioso, perché è del 1897 e non ci risulta che sia stato ristampato (anche se, alla lettura, ci si accorge che è stato saccheggiato da chi ha scritto in epoche successive). Il volume, copertina rossa, elegante, si intitola “Tobacco talk and gossip for smokers”, di George Redway (Londra, appunto 1897). Il titolo è chiaro: chiacchierare sul tabacco, pettegolezzi e curiosità per i fumatori. E mantiene quel che promette. L’autore dichiara di averlo scritto «per quelli che prendono il loro Latakia da una schiuma, o il Virginia da una pipa di terra… per quelli che gustano le “nude bellezze’’ di un dolce Avana». Vi è largo posto per la storia e i suoi protagonisti, cominciando da quel Giacomo I, figlio di Maria Stuarda, il più fiero nemico del tabacco, che sarebbe stato l’antenato di Federico Guglielmo I, il gran fumatore re di Prussia che fondò il famoso Tabaks-Collegium. Non mancano gli aneddoti su Bismarck ed i sigari, ma ci ha colpito un capitoletto dedicato a Giuseppe Mazzini che trascriviamo quasi integralmente. Si intitola, il capitoletto, «Il sangue freddo del fumatore Mazzini» e racconta: “Questo famoso esule italiano sapeva che era stato progettato il suo assassinio e che alcuni uomini erano stati mandati a Londra per questo scopo ma egli non fece alcuno sforzo per tenerli lontani dalla sua casa. Un giorno i cospiratori entrarono nella sua stanza e lo trovarono che fumava con indifferenza. «Prendete un sigaro, signori», fu il suo immediato invito. Seguì un imbarazzato scambio di parole, finché Mazzini sbottò: «Ma voi non portate avanti l’affare, signori. Credo che la vostra intenzione sia di uccidermi». Gli individui, attoniti, caddero in ginocchio e alla fine se ne andarono con la concessione di un generoso perdono, mentre uno sbuffo di fumo più lungo del solito fu la sola maledizione mandata dietro di loro […]”. Il capitoletto (di cui abbiamo conservato lo stile) continua precisando che gli ultimi anni di Mazzini in Inghilterra furono trascorsi a Old Brompton. Le modeste camere che occupava nell’Onslow Terrace erano ingombre di carte e i tavoli largamente forniti di sigari così che gli amici potessero scegliere la marca preferita e unirsi a lui. Anche quando scriveva aveva sempre il sigaro in bocca, mentre numerosi canarini svolazzavano liberi nella stanza, evidentemente non infastiditi dal fumo

Nel volumetto ci sono anche altre storielle tipo questa. Un ecclesiastico rimprovera un confratello perché fuma. È la solita predica sul pessimo vizio che si conclude con l’affermazione: «Neppure un maiale lo farebbe». Al che l’altro, calmo, tirando placidamente dalla sua pipa: «Suppongo che voi non fumiate». «No davvero». «Allora, chi è più simile al maiale, voi o io?». Ma torniamo a un personaggio storico. Il feldmaresciallo Gebhard Leberecht von Blucher aveva un fedele «addetto alle pipe» di nome Christian Hennemann, molto zelante e premuroso. Prima di ogni battaglia, Blucher ordinava che gli si riempisse una lunga pipa: tirava qualche boccata, restituiva la pipa ancora accesa a Hennemann, si sistemava in sella, sguainava la spada e con il vigoroso grido «Avanti, miei ragazzi» si lanciava contro il nemico. Nel memorabile giorno della battaglia di Waterloo, Hennemann aveva appena porto la pipa al suo padrone, quando una palla di cannone cadde vicinissima, sollevando terra e sabbia che andarono a coprire Blucher e il suo cavallo grigio. Il cavallo fece uno scarto e la nuova pipa si ruppe prima che il vecchio eroe potesse tirare anche una sola boccata. «Riempimi un’altra pipa — disse Blucher — tienila accesa e aspettami qui un momento, intanto che caccio via quei maledetti francesi. Avanti ragazzi!». La faccenda durò non un momento, ma l’intera giornata, piuttosto intensa e calda. Alla fine, al Belle Alliance Inn, semidemolito dalle cannonate, si incontrarono i generali vittoriosi, Blucher e Wellington. Congratulazioni reciproche, reciproche lodi per il coraggio e la bravura delle truppe. Wellington chiese a Blucher chiarimenti sulla sua posizione di partenza che gli aveva permesso di sferrare l’attacco fatale per i francesi. Blucher, che non era un grande parlatore, preferì condurre Wellington sul posto stesso. Lo trovarono deserto, ma proprio nel punto da cui era partito Blucher quella mattina, stava un uomo con la testa fasciata e un braccio al collo. Stava fumando una lunga e candida pipa di terra. «Buon Dio – esclamò Blucher – quello è il mio domestico Christian Hennemann. Che strano aspetto avete, uomo. Che state facendo qui?» «Siete finalmente arrivato? — rispose Christian brontolando — sono stato qui tutto il giorno ad aspettarvi. Una pipa dopo l’altra me l’han portata via dalla bocca i colpi francesi. Una volta una pallottola se l’è presa con la mia testa e un colpo mi ha fracassato la mano. Questa è l’ultima pipa intera e meno male che il fuoco è cessato, altrimenti i francesi avrebbero mandato in pezzi anche questa e voi sareste rimasto a bocca asciutta».

L’autore del volumetto commenta saggiamente di non poter giurare sull’autenticità dell’aneddoto, che è tanto stile Munchausen. Altro stile ma analoga credibilità per l’episodio che riguarda Isacco Newton: un giorno, immerso nelle sue meditazioni, usò il dito della signora che stava corteggiando come pigino per la pipa, mentre sedeva e fumava in silenzio accanto a lei. Il silenzio è protagonista di un fatto che riguarda Emerson e Carlyle, che erano molto amici. Una sera del 1833 Emerson andò a trovare Carlyle a Craigenputtock: l’amico gli diede una pipa, ne prese anche lui, i due sedettero in silenzio fino a mezzanotte e poi si lasciarono, con una vigorosa stretta di mano e reciproche congratulazioni sulla profittevole e piacevolissima serata che avevano goduto. Cade qui a puntino una citazione da William Thackeray (1811-1864), autore della «Fiera della vanità», che scrisse: «Gli uomini per bene, con pipa o sigaro in bocca, hanno grandi vantaggi fisici nella conversazione. Possono fermarsi di parlare quando vogliono, ma la pausa di silenzio non risulta mai sgradevole, essendo riempita dagli sbuffi di fumo… La pipa cava saggezza dalle labbra del filosofo e chiude la bocca dello sciocco; genera uno stile di conversazione contemplativo, benevolmente, genuino, senza affettazione…». E Thomas Carlyle (scrittore e storico) di rincalzo: «Il fumo di tabacco è il solo elemento nel quale, secondo le nostre usanze europee, gli uomini possono stare in silenzio insieme senza imbarazzo, e dove nessuno è costretto a dire una sola parola in più di quel che abbia effettivamente da dire». Incidentalmente c’è da notare che da altre parole di Carlyle risulta che usava, specie per i principianti, mettere sale nel fornello sotto il tabacco. L’abitudine è ricordata anche in altre pagine del volumetto. 

Ma c’è un intero capitolo dedicato a strane usanze fumatorie che qui riferiamo lasciandone la responsabilità all’autore. Dunque: i Negritos dell’isola di Luzon (una delle Filippine) fumano il sigaro tenendo in bocca la parte accesa. Gli Ottentotti barattano le loro mogli per tabacco e quando non possono ottenerlo riempiono le pipe con un surrogato, consistente in escrementi secchi di elefante o rinoceronte. Nelle regioni nevose dell’Himalaya i montanari scavano nel ghiaccio una piccola galleria: ad un’estremità tabacco acceso con brace, all’altra il fumatore sdraiato. In Patagonia usa accendere una pipa, gettarsi giù con la faccia a terra (ma come fanno?) e inspirare parecchie boccate di fumo in modo che si produca una specie di intossicazione o ebrezza che dura parecchi minuti. Gli abitanti della penisola di Cook, in Australia, si passano l’un l’altro una grande pipa di bambù. Il naso dei Moschanas, tribù africana in estinzione, è spesso sfigurato dalle eccessive dosi di tabacco da fiuto; a volte devono intervenire con qualche aggeggio di ferro o d’avorio per svuotare le narici troppo piene. I Wadschidschi, che stanno sulle rive del lago Tanganyka, non masticano, non fiutano, non fumano: mettono il tabacco in un recipiente, lo bagnano, poi lo schiacciano per fame uscire un succo che mettono nelle narici, tenendocelo con «tappi» di legno. La rassegna — credibile o meno — continua incalzante. I Kaffirs, che non possono ottenere polvere da fiuto fine e pungente come la desiderano, macinano quella pronta tra due pietre e poi la mescolano con una specie di pepe ed un po’ di cenere. I neri del Dschesire mescolano il tabacco con acqua e natron (carbonato di sodio), così da formare una specie di pappa che chiamano «bucka»: se ne riempiono la bocca e la fanno rotolare a lungo con la lingua (ci sono regolari bucka-parties). In Paraguay invece sono principalmente le donne che masticano tabacco; e i viaggiatori hanno spesso descritto il loro sconcerto di fronte a signore ben abbigliate e ingioiellate che accolgono il visitatore con un bacio dopo aver tolto con tutta naturalezza la cicca dalla bocca

È stato poi calcolato che in Virginia, Carolina, Georgia e Alabama ci sono almeno centomila “tobacco-dippers”, come sono chiamati, che consumano il tabacco in questo modo: prendono un bastoncino, lo bagnano, lo tuffano nel tabacco in polvere e poi lo sfregano nelle fessure tra i denti, lasciando che la scura polvere rimanga fino a che non ha perduto il suo gusto piccante. Altri tengono lo stecchino ricoperto di tabacco in bocca e lo succhiano come i bambini fanno con il bastoncino di zucchero d’orzo. Alcune tribù del Sudamerica realmente mangiano il tabacco tagliato in piccoli pezzi. Infine c’è quel che si dice di certe tribù di Eschimesi (sarà vero?). Quando arriva uno straniero si trova circondato da nativi che chiedono di bere il liquido che resta nel cannello della sua pipa. E pare che fumino solo per questo scopo… Rientra decisamente in questa linea la storia raccontata dal Commodoro Wilkes nel suo «Resoconto sulla spedizione esplorativa negli Stati Uniti» e riportata fedelmente nel volumetto che stiamo sfogliando. Un nativo delle isole Figi raccontò al Commodoro che un veliero era naufragato nella zona e che l’intero equipaggio era caduto nelle mani dei cannibali. Dialogo: «Che avete fatto di loro?» «Li abbiamo uccisi tutti». «E dopo?» «Li abbiamo mangiati». «Li avete mangiati tutti?» «Sì, tranne uno». «E perché ne avete risparmiato uno?» «Perché sapeva troppo di tabacco; non si poteva proprio mangiarlo».

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