Il rodaggio delle pipe (di radica)

Il rodaggio delle pipe (di radica)Nel testo che segue Andrea Bizio Gradenigo tratta il rodaggio delle pipe di radica, dal suo punto di vista. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°3, settembre 1975). Lo stesso autore ha anche dedicato un successivo testo al rodaggio delle pipe in altri materiali (link all’articolo).

Il rodaggio delle pipe

La radica è un legno, particolarmente duro e compatto, ma come tutti i legni, se esposto a contatto del fuoco, brucia. Quando fumate il vostro tabacco preferito nella pipa, la brace raggiunge la temperatura di alcune centinaia di gradi centigradi, e se non vi fosse la protezione della crosta, formata principalmente dai residui della combustione, la vostra bella radica brucerebbe con il tabacco. Il rodaggio deve essere rivolto dunque a formare un primo strato di crosta, che protegga il fornello dall’eccessivo calore.

Per quanto, in merito, le opinioni siano le più disparate, io esporrò la mia, che segue a grandi linee quello che è il parere più diffuso. Si riempia la pipa nuova per un terzo con tabacco dal taglio medio, non troppo secco (altrimenti durante la combustione svilupperebbe troppo calore) e neppure troppo umido (in caso contrario imbratterebbe le pareti della pipa di succhi tabagici, che verrebbero assorbiti dal legno ancora vergine). Si accenda il tabacco con prudenza, in modo che nell’aspirare le prime boccate di fumo per eccitare la brace, la fiamma dello zolfanello non vada a contatto con la radica del fondo; non si usi assolutamente l’accendino: la sua fiamma è troppo calda e potrebbe danneggiare irreparabilmente il legno. Si fumi lentamente e completamente il tabacco: lentamente, per non surriscaldare la pipa, e completamente, affinché i depositi carboniosi della combustione si depositino uniformemente sulle pareti interne, e soprattutto sul fondo. Se non si fumasse il tabacco per intero, si creerebbe un inspessimento della crosta verso la metà del fornello, con la possibilità di formare una sorta di camera di condensazione; il fumo infatti, passando attraverso la strozzatura causata dalla maggiore quantità di residui carboniosi, si espanderebbe poi nello slargo successivo, condensandosi e dando origine alla fastidiosa acquerugiola. Il sistema della camera di condensazione è ottimo, perché dà un fumo più asciutto e più fresco, ma occorre che la pipa sia stata appositamente progettata con questo dispositivo (come avviene, ad esempio, nelle Peterson’s o nelle calabash).

Se ci si accorge che nonostante le precauzioni usate la pipa si riscalda troppo (ma non dovrebbe mai accadere!), la si posi su di una superficie morbida e non fredda (ad esempio un panno, oppure un fazzoletto), e la si lasci spegnere da sola. Quando si sarà completamente raffreddata, e solo allora, riaccendetela, e terminate di fumare il tabacco che ancora contiene. Durante il rodaggio la pipa va vuotata dalla cenere solo quando si è raffreddata; in questo modo si evita un raffreddamento troppo brusco. La pipa infatti non sopporta i veloci sbalzi di temperatura, ed a maggior ragione durante le prime fumate: corre il rischio di creparsi.

Non esiste una regola per dire quanto dura un rodaggio, questo dipende da vari fattori: il modo di fumare, la qualità della radica, il tabacco impiegato e l’eventuale trattamento cui è stato sottoposto il fornello da parte del fabbricante. In ogni caso, durante queste prime fasi, non si dovrebbe fumare la pipa nuova più di una volta al giorno (e le pipe curve, che in genere per la loro forma e per il percorso che compie il fumo lungo il cannello producono maggiore umidità delle pipe diritte, vanno fumate ancor più raramente). Quando sulla parte inferiore del fornello, che è la più delicata e più soggetta a possibili bruciature, cominciano ad apparire le prime incrostazioni di carbone, si può aumentare progressivamente la quantità di tabacco. Valgono le stesse precauzioni appena descritte. Secondo me si dovrebbe giungere a formare il primo sottile strato di crosta sulla parte alta del fornello, solo quando la crosta del fondo ha raggiunto almeno un millimetro di spessore. A questo punto, con l’apposito accessorio, si potrà leggermente ridurre la crosta del fondo, in modo che con le successive pipate essa sia tutta pareggiata all’interno del camino. La crosta andrà in seguito tenuta costantemente d’occhio, e dovrà essere contenuta entro limiti che non pregiudichino la salute della radica: legno e carbone, infatti, hanno coefficienti di dilatazione al calore differenti. Potrebbe succedere (e purtroppo succede a certi fumatori inesperti, o disattenti, o pigri) che il carbone della crosta, dilatandosi maggiormente del legno, prema sulle pareti del fornello, fino a quando la radica si crepa (di solito verticalmente).

Si potrà dire con ciò che la pipa è rodata? In un certo senso sì, ma, come accade per certi vini, solo dopo parecchio tempo raggiunge la sua maturità. Accade quasi d’improvviso, dopo anche uno o due anni: un giorno la fumi, con il tuo tabacco usuale, e lo senti “diverso”, dal gusto più rotondo, più pieno; allora potrai dire di averla rodata bene. Un’altra regoletta da ricordare — ma ce ne sono tante altre che lo spazio nemico mi costringe a trascurare — è quella di impiegare, durante il rodaggio, tabacchi poco profumati: in caso contrario l’aroma di quel tabacco seguirà le vostre future pipate anche per anni. Ciò è da imputarsi al fatto che quell’aroma resterà nella parte della crosta più ad intimo contatto colla radica, quella crosta che mai viene grattata via. Ripeto ancora: fumate nella vostra pipa sempre (ma soprattutto quando essa è ancora nuova) senza fretta, lentamente, al riparo da correnti d’aria o da sbalzi di temperatura.

Whisky, grappa, cognac ed altri distillati sono ottimi, se bevuti durante una pipata; dal che avrete capito che io non preparo in alcun modo il fornello delle mie pipe. Tuttavia, poiché ognuno ha le sue preferenze, voglio riportare un brano tratto da un manoscritto anonimo (forse della fine dell’ottocento?). State a sentire: “Di venerdì, prima che spuntasse il sole, nell’ora di Venere, empimmo il fornello (della pipa, n.d.r.) fin sull’orlo di sterco di vacca mischiato della pelle che si forma al momento della nascita sulla fronte del puledro, e che taluni appellano ippomane; indi andammo alli piedi d’un fronzuto albero d’alloro e tutto lì seppellimmo. Trascorse sette albe, riprendemmo la pipa, la votammo della mistura che s’era disseccata et avea (sic!) vermificato, e principammo a fumarla. La pipa fu deliziosa assaie et alli amici nostri spesso diam consiglio di fare siffatta cosa”. Io no!

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