Il rodaggio delle altre

Il rodaggio delle altreAndrea Bizio Gradenigo conclude l’argomento del rodaggio andando a trattare le pipe costruite in materiali diversi dalla radica. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°4, dicembre 1975).

Il rodaggio delle altre

Ho scritto, nel numero scorso di “Smoking”, del rodaggio della pipa di radica. Mi è stato fatto osservare, esattamente, che non tutte le pipe sono in radica e che, anzi, moltissime non sono neppure in legno: ebbene, in questo caso, come si inizia a fumarle? Invero, se ho parlato solo delle pipe in radica, è perché oggi queste sono le più diffuse e le maggiormente fumate. Ma non si deve dimenticare come siano ancora molto note ed apprezzate le pipe in schiuma e quelle in terracotta, mentre purtroppo (o per fortuna?) sono sepolte nel cassetto dei ricordi le pipe in porcellana, in legno di bosso o di ciliegio oppure di rosa, in metallo, in avorio, eccetera. Ognuno di questi ultimi tipi meriterebbe, per quanto riguarda il rodaggio, un discorso a parte; tuttavia, considerata la loro scarsa diffusione, mi limiterò a qualche sommario cenno.

Pipe in legno di bosso, di ciliegio, ecc…

In auge fino al secolo scorso, sono oggi praticamente scomparse. Sopravvivono in alcune zone ancora le pipe in ciliegio (e quelle in marasca), mentre non ho più visto fumare quelle in bosso, ed è un peccato. Il rodaggio deve avvenire come per le pipe in radica (vedi il mio precedente articolo), con l’avvertenza di esser ancora più prudenti. Il legno di ciliegio, come in genere tutti gli altri legni che ancora, seppure raramente, vengono impiegati nella fabbricazione di pipe, è più tenero e dolce della radica, per cui ha meno resistenza al colore. Proprio a causa della sua minor robustezza, sarà poi bene regolare con frequenza lo spessore della crosta. Ancora maggiore prudenza suggerisco a chi vuole fumare in quelle pipe, spesso vendute come souvenir, costruite in legni tenerissimi, quasi sempre di dubbia origine, o con i tutoli delle pannocchie. Rare invece le pipe in bosso: io stesso non ne ho mai rodata una, ne posseggo alcune, vecchie di settanta-ottant’anni; il legno è molto compatto (ma, attenzione: è anche piuttosto fragile) e sinceramente non saprei dire se questo legno sia più o meno duro della radica. Fumando queste pipe che ho in collezione, ne ricevo un piacere paragonabile (se non superiore) a quello che ricavo dalle radiche, ed oltre non mi azzardo a dire, per non far da bersaglio alle critiche dei fautori del primato della radica.

Pipe in porcellana ed in metallo

La brevità e l’argomento di questa mia sommaria trattazione, accomunano due generi di pipe totalmente diversi: mi riferisco alle pipe in porcellana spesso chiamate “tirolesi” (chissà perché: esse vennero costruite ovunque in Europa), a quelle in terracotta smaltata all’interno del fornello e a quel tipo di pipe il cui interno, quando addirittura non tutta la pipa, è in metallo (dal più vile, ferro, ottone, al più nobile, argento, oro). La caratteristica comune a queste pipe è che esse non abbisognano di rodaggio e che l’eventuale crosta che può formarsi non è mai intimamente connessa al materiale di cui la pipa è fabbricata. Molto spesso non c’è neppure bisogno di regolarla: è sufficiente pulire l’interno con acqua, aiutandosi eventualmente con uno spazzolino cilindrico (del tipo usato per pulire la canna delle pistole) e la vostra pipa in porcellana tornerà come nuova: tanto, sia che abbia una parvenza di crosta, sia che l’interno sia pulitissimo, non è che il fumo con queste pipe migliori di molto.

Pipe in schiuma ed in terracotta

Richiedono molte cure ed una tecnica speciale di rodaggio. Di tutte le pipe “alternative” rispetto alla radica, sono le più diffuse. Illustri esperti del fumare nella pipa da anni disputano se sia migliore la radica o la schiuma. Senza voler entrare nella questione (irrisolvibile) dirò solo che io adopero spessissimo le umili terracotte che mi hanno fornito grandissime soddisfazioni. Entrambi i tipi di pipe posseggono una particolarità: con l’uso prolungato mutano colore. Nelle schiume appaiono via via degli aloni giallini, che poi tendono al rosato, per culminare anche in un bruno-arancio autunnale. Nelle terracotte i colori sono più scuri, meno regolari e meno sfumati, e le tonalità sono diverse secondo il diverso colore originale della terracotta (che va dal bianco candido dei “gessi” olandesi, al grigio di alcune terracotte turche, al rosso mattone in tutte le sue gradazioni in quelle genovesi e nelle “chiozzote” della laguna veneta). Il fenomeno in questione, secondo un termine francese, si chiama “culottage”. Dipende, soprattutto per le schiume, dalla particolare porosità del materiale, e da un fenomeno di condensazione. Se si osservano certi meravigliosi fornelli, che la fantasia dell’artista ha scolpito nelle forme più varie (chi può dimenticare le deliziose figurine femminili o l’austero barbuto viso di Nathan der Weise nelle schiume delle collezioni del prof. Ramazzotti e di Achille Savinelli?), chi osserva questi fornelli — dicevo — noterà come le gote ed i seni di queste fanciulle siano rosati, come che con tocco civettuolo siano stati incipriati, o come la folta barba del leggendario profeta sia bruna e scura: abilità dell’artista? No, semplicemente magia del “culottage”. E tutta la poesia di quei seni rosati viene spietatamente chiarita dal tecnico: in una pipa scolpita, raffiguri una donna o il volto d’un vecchio barbuto, nasi, gote, seni e barbe sono le parti del fornello dove maggiore è il suo spessore (sono tutti dei “rilievi”). Di conseguenza le pareti esterne, nei punti più lontani dalla brace del tabacco, sono più fredde. I vapori tabagici che si sviluppano durante la combustione, caldi attraversano le porosità della schiuma, fino a quando non trovano il contatto di queste zone più fredde della superficie della pipa: li subiscono un processo di condensazione, si depositano e, fumata dopo fumata, creano lentamente quei sottili mutamenti di colore sul fornello.

Nelle terracotte avviene un fenomeno simile, ma a causa delle inevitabili variazioni di omogeneità dell’impasto, esso si presenta più irregolare. Interessa sempre il cannello e, secondo la tecnica impiegata nel fumarle, può interessare anche il fornello. Nei “gessi” (ma il nome non deve trarre in inganno: sono sempre terracotte, anche se l’impasto è diverso) il “culottage” è particolarmente rapido: io stesso con un centinaio di pipate, sono riuscito ad imbrunire in modo soddisfacente quasi l’intero cannello di un “gesso” olandese acquistato a Gouda, lungo 54 centimetri. Il cannello di queste pipe rappresenta infatti l’equivalente dei nasi e delle barbe scolpiti sui fornelli delle schiume: è la parte più fredda della pipa e per di più passaggio obbligato del fumo, e qui i vapori tabagici vi si condensano. Spieghiamo quindi come si deve effettuare il rodaggio di una di queste pipe (schiume o terracotte) per ricevere le maggiori soddisfazioni (e particolarmente per permettere e favorire il “culottage”).

Se abbiamo detto che lo scopo primo da raggiungere nel rodaggio di una radica deve esser rivolto a formare il primo strato di crosta nel fornello, nel caso di queste pipe lo scopo deve esser opposto: impedire la formazione della crosta. In questo modo i vapori della combustione sono liberi di attraversare le porosità della parete. Si inizierà a fumarle riempiendole per intero e le prime pipate non dovranno consumare più della metà del tabacco. I gessi e le schiume non vanno fumati fino in fondo, ed in ciò sta anche la particolare salubrità di queste pipe: è noto infatti come le sostanze nicotinose si accumulino negli ultimi residui di tabacco, che in questo caso funzionano come un filtro naturale. Impregnandosi di vapori umidi, le pareti interne della pipa donano un fumo specificatamente asciutto e fragrante, ed allo stesso tempo si auto-preservano da troppo spesse incrostazioni carboniose. Nei “gessi” questo processo è particolarmente evidente: iniziati a fumare in questo modo, non sarà più possibile formare la crosta nella parte inferiore del fornello, e così si favorirà il “culottage” non solo sul cannello, ma anche sulla testa della pipa.

Esiste una disparità dì opinioni se durante il rodaggio la parte residua del tabacco non fumata vada lasciata sul fondo della pipa a costituire la base anche per le successive pipate, oppure se la pipa vada svuotata completamente, e riempita “ex novo”. Indubbiamente con il primo sistema si accelera la preparazione della schiuma, ma il secondo ha il pregio — non del tutto trascurabile — di essere meno dannoso per la salute. Contrariamente a quanto spesso si ritiene, le pipe in schiuma non sono tanto più fragili di quelle di radica (fragili invece sono le terracotte): il loro vero nemico è costituito dalle macchie. Specialmente quando si puliscono, si deve prestare attenzione a non macchiarle con le dita o con gli scovolini sporchi di nicotina: con un panno umido si potrà anche schiarire la macchia deturpante (cosa che non riesce con le terracotte), ma un alone resterà indelebile. Un ultimo consiglio per chi vuole fumare nei “gessi” che non hanno il cannello in legno: avvolgete una decina di spire di spago sulla parte terminale del cannello: eviterete di provare il fastidioso contatto dei denti con la terracotta, e parimenti eviterete di danneggiare con i denti lo stesso cannello.

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