Il fumare ambiguo

il fumare ambiguoParola chiave: voce del verbo fumare. Gianfranco Zàccaro, in questo testo, offre spunti di riflessione interessanti sull’eterno dibattersi tra fumo di sigaretta e pipa alla ricerca di una vera, quanto personale, autenticità. L’articolo è pubblicato sulla rivista Smoking (n°2, giugno 1979).

Il fumare ambiguo

Credo di essere un fumatore «totale» (nel campo del lecito, s’intende: sigarette, pipa, sigari), quindi ambiguo. Ma penso anche che il contrasto sia riducibile ai due elementi fondamentali: pipa e sigarette. Se dovessi scegliere una manifestazione esterna di me stesso, indicherei quella del fumatore di pipa; l’altra, è bene sia nascosta.
Questo non solo per i motivi, per i soliti motivi di superficie: la pipa è, obiettivamente, più elegante, è oggetto persistente, là dove la sigaretta è l’immagine del deperire, di quello che i filosofi chiamerebbero «essere per dissolversi». Ancora: la pipa è uno schermo fra me e il mondo, è — come disse qualcuno — «una barriera di cordialità» che, salutarmente, mi separa dalle cose quando queste incominciano a farsi imbarazzanti. Di più: la pipa risolve l’espressione del viso quando questa espressione, ondeggiando fra la perplessità e il senso di colpa incipiente, rischia di farsi leggermente idiota. E, con l’espressione idiota incombente, la concentrazione dello sguardo, magari con qualche gesto «tecnico» (non pesante come, per esempio, la pulitura del fornello; ma assunto come una seconda natura, quale l’accarezzare il fornello stesso, anche se vuoto), può far salutare contrappeso, può «risolvere». E così via. C’è, però, di più. Torniamo al raffronto con la sigaretta. Realizzo perfettamente che, quando fumo una sigaretta, compio un atto sado-masochistico. Sadico per la voluttà di consumare, di annientare l’oggetto che ho fra le labbra; masochistico perché, sempre voluttuosamente, so bene che sto aspirando carta e catrame. Il fatto che questo atto sado-masochistico sia comune a milioni di persone, aumenta la coscienza della banalità: affrettando carognescamente la componente sadica, e incupendo quella masochistica.
La pipa no: sa bene di non essere un oggetto di consumo. Se ci provi, a trattarla come tale, reagisce di brutto: si riscalda, ti scotta, nel caso sa anche puzzare di bruciaticcio. No: devi trattarla «alla pari», come un interlocutore. Eppoi, se dopo l’uso non la getti via, anzi più la usi (sapendola usare) e più si valorizza — vuol dire che è l’esatta antitesi d’un oggetto di consumo. So di fumatori che civettano con la pipa, che ci parlano, che le chiedono scusa in caso di goffaggine, che la amano. Personalmente, ancora non sono a tanto: però, la capisco. Nei momenti di tranquillo delirio, mi sorprendo a immaginare la pipa «x» gelosa della pipa «y» perché ho fumato quest’ultima con più gusto e più a lungo; o a minacciare la pipa «z» di non fumarla più per due mesi … Scherzi a parte, l’odore, il sapore, la consistenza, la reazione, non sono più solo «sue», cioè di un oggetto esterno; sono come una sintesi delle due entità, ripeto, «alla pari»: il fumatore e la pipa.
Entriamo, ora, nelle abitudini personali. Io fumo la pipa quando viaggio in auto (da solo, o con persone tolleranti), quando passeggio (splendido, nei boschi pre-dolomitici d’inverno), quando, costretto ad atti assai noiosi, meccanici e lunghi, debbo in qualche modo essere presente a me stesso, riconoscermi come che sia. Raramente quando leggo, mai quando faccio il mio mestiere, cioè quando scrivo. In questo momento, ho una sigaretta fra le dita.
La pipa postula un atteggiamento di distensione; e questo atteggiamento è confermato dalla già ricordata riluttanza, della pipa stessa, a essere trattata nevroticamente, sado-masochisticamente, con sensi di colpa o quantomeno oscuri. Dal che si può dedurre che, quando lavoro, in realtà amministro sensi di colpa, sado-masochismi, ecc… Il che, trattandosi d’un intellettuale, rientra nella norma.
Ma c’è di più. Questi pensieri «oziosi» alla Jerome mi hanno condotto, per mezzo della pipa, a scoprire una parte della mia esistenza. O, meglio, hanno confermato da altra prospettiva ciò che sapevo già da un pezzo. Avvicinarsi alla pipa, anche nei momenti di tensione, significherebbe disciplinare le tensioni stesse. Ottima (e, credo, legata a civiltà nobili e profonde, anche extraeuropee), questa funzione terapeutica della pipa. Eppure, se metto a fuoco un mio futuro di «pipaiolo» sempre più esclusivo (senza sigarette, cioè), intravedo momenti sempre più lunghi di distensione, non già una razionalizzazione delle tensioni. In altri termini, la linea “poltrona – sedia a rotelle – bara”; non già l’optimum di eroismi facilmente consumabili e raccontabili.
Solo una soluzione parziale. Dobbiamo smetterla, forse, di vestirci da inglesi. Voglio dire che la realtà della «nostra» pipa deve essere accettata per quello che è, non modellata su esempi tanto fascinosi quanto letterari, tanto suggestivi quanto poco vivibili. E la realtà della «nostra» pipa (della civiltà che stiamo vivendo, con le nostre caratteristiche, ecc…) deve, realisticamente, fondarsi su ciò che è possibile nelle nostre condizioni. In concreto, sì alla pipa nelle situazioni sopra indicate (io ho le mie; altri ne avrà di diverse, è ovvio). Per il resto, l’«avere» la pipa deve essere sostituito dal «tendere verso» la pipa. La realtà della nostra civiltà è drammatica perché parte la abbiamo fra le mani, e parte ci è tolta, ci è lontana. Stentiamo a tesaurizzare ciò che abbiamo avuto perché il nostro «tesoro» è ciò che ci manca, ciò che ci è tolto via, è l’esatta, lucida e proterva coscienza di ciò che ci manca. La pipa come ideale? L’espressione è un po’ banale, ma va bene lo stesso. Le fumate sane, civili e rilassanti, dovranno sgomitare con quelle sado-masochistiche: ma saranno veramente nostre, veramente riconoscibili.

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