I pericoli della crosta

Ipericoli della crostaLa crosta della pipa: in quest’articolo (Smoking, n°1, marzo 1980) Aldo Pellissone illustra minuziosamente le problematiche inerenti la cattiva manutenzione dell’interno del fornello e presenta – nonché promuove – un affascinante macchinario tuttofare che veniva prodotto all’epoca dalla ditta Silmax.

I pericoli della crosta

Fumare la pipa è un piacere condiviso, per fortuna da moltissimi per vocazione, per libera scelta, per spirito di avventura, per desiderio di compagnia, per liberarsi dal vizio del fumo (la pipa non è vizio), per spirito di imitazione, per farsi notare, per far uso di un regalo, per un consiglio affettuoso.
In ogni legame, però, non si deve dimenticare quanto può renderlo ancora più profondo ma ancor più quanto può «incrinarlo» ed è appunto per evitare a molti «innamorati sbadati» di trovarsi di fronte ad una «dolorosa separazione» che acconsento a qualche consiglio spendendo a questo proposito parole già spese da tanti ma, come ogni buon consiglio, da tanti spesso non ascoltate.
Che cos’è la crosta? Diamine è il vanto, la dimostrazione dell’esperienza del fumatore, dell’anzianità di servizio della pipa, del suo «cavalierato», la fonte di ammirazione per il neofita e quindi l’orgoglio e il vanto dell’artefice di tanto ambito risultato. Molti non sanno però che questo risultato di sapienti, annose ed amorose fatiche cela nell’opulenza dell’aspetto l’insidia di possibili rotture del fornello.
Vediamo ora in realtà che cos’è la crosta: non è altro se non un deposito carbonioso che cresce a ogni pipata e si àncora alla parete. Questa anzi, nel corso delle prime fumate, superficialmente rimane essa stessa carbonizzata creando valide superfici di ancoraggio al successivo progressivo deposito carbonioso. Esaminata, per così dire, la dinamica del fenomeno vediamo ora come è il suo aspetto. In genere appare come uno strato omogeneo dal colore nero grigiastro, arida al tatto dura e compatta.
Una delle sue caratteristiche, come si è visto, è l’omogeneità, però questo aspetto esteriore della crosta molte volte, invece, cela all’interno una difformità della struttura fisico-chimica: in parole povere nello strato carbonioso, che in genere ha una granulometria regolare minutamente porosa, si annidano a volte delle particelle di tabacco incombuste, che interrompono, per così dire, la continuità della crosta. Vediamo ora, come prima cosa, quali sono le cause di questo fenomeno e quindi le conseguenze che provoca nella crosta e nella sua manutenzione.
Le cause possono essere diverse ma certamente le principali sono: il modo di fumare, il grado di umidità del tabacco e il suo taglio. Circa il modo di fumare si può addebitare il fenomeno ad un caricamento errato della pipa cioè con un tabacco troppo pressato e con un elevato grado di umidità e ad una successiva accensione affrettata e quindi parziale della superficie del tabacco. Si determina così una brace che non interessa perifericamente il tabacco, inoltre, per la cattiva distribuzione (sacche d’aria) le boccate saranno rapide e frequenti ad impedirne lo spegnimento dimodoché la brace scenderà rapidamente al centro del fornello interessando disuniformemente la periferia dello stesso e lasciando quindi, in questa zona, particelle malamente combuste. Queste, a causa della piccola percentuale di catrame che sviluppa il tabacco nel corso della combustione, rimangono attaccate alla parete e se il fornello della pipa, a fumata ultimata, non viene accuratamente ripulito, nelle fumate successive, queste particelle difficilmente vengono bruciate e quindi rimangono inglobate nella crosta rendendola disomogenea e incline a possibili rotture. Se la fumata invece è preceduta da una scelta di un tabacco non troppo umido, da un caricamento corretto della pipa con un graduale costipamento, da un’accensione che interessi tutta la superficie e da ultimo la fumata viene effettuata con piccole boccate lente e regolari, si avrà come risultato dopo un certo numero di fumate, una crosta omogenea compatta di difficile rottura.
A questo punto apro una breve parentesi: ho tralasciato volutamente, a proposito della crosta, dissertazioni riguardanti la pipa caricata in parte, a metà, a tutto fornello (onde permettere una migliore formazione della crosta a partire dal fondo e quindi farla risalire così fino all’orlo), in quanto personalmente non mi trovo d’accordo con quanti sostengono queste teorie e, in quanto, mi sento anche confortato dal passato. Infatti le pipe dei nostri nonni presentavano croste che interessavano l’intera superficie del fornello (in spessore a volte eccessivo e pericoloso) ma non per questo mi risulta caricassero le loro pipe in parte o avessero precauzioni di tal fatta: al contrario ricordo benissimo, e penso molti di voi con me, vecchietti sorpresi ad accendere pipe traboccanti tabacco, che anche a ciuffi bruciava, all’inizio, sull’orlo del fornello!
Chiudo questo inciso raccomandando piuttosto, ancora una volta, un accurato caricamento di tutta la pipa, un’accensione di tutta la superficie del tabacco e fumate lente e regolari con tabacchi non troppo umidi.

Rottura nel corso della fumata

Detto questo torniamo all’omogeneità della crosta. Se questa viene a mancare per le cause già viste o per altri fattori imponderabili si è detto che presenta facilmente la possibilità di rotture. Vediamo ora tecnicamente come e perché si realizza nel corso della fumata.
Stante la sua forma anulare la crosta ricevendo calore, oltre a disperderlo radialmente, tende a dilatarsi perifericamente sempre in direzione radiale ossia le sue particelle tenderebbero a staccarsi l’una dall’altra se non ci fosse una reazione a questa spinta radiale data dal materiale radica ossia dalla parete del fornello che agisce un pò come la cerchiatura di una botte. Questa, però, ha una certa impercettibile dilatazione: ora se la crosta è omogenea, dilatandosi col calore, quindi restringendosi col raffreddarsi a fumata ultimata, non risentirà il fenomeno ma se, al contrario, la granulometria è discontinua nei punti dove la stessa si interrompe a motivo di particelle incombuste, facilmente, in quei punti la crosta si fessurerà staccandosi quindi nel corso di successive fumate non potendo più assorbire e trasmettere dilatazioni termiche.

Rottura nell’operazione di fresatura

Si è visto una delle cause della rottura della crosta quando questa non è omogenea: la dilatazione termica ossia una causa fisica.
Vediamo ora un’altra causa determinante questo inconveniente: una causa meccanica, ovvero una fresatura mal eseguita. La fresatura a mano è un’operazione delicata e va praticata quando si abbia una certa esperienza. Infatti, oltre alla scelta dell’attrezzo più adatto alla sezione del fornello, si deve badare soprattutto a come usarlo. Gli attrezzi che si trovano in commercio e che vengono da molti chiamati impropriamente frese sono di diverso tipo.
Esaminiamo per primo il tipo che potremmo definire a grattugia per la sua struttura particolare. Questo attrezzo, come si può intuire, non può certo lasciare una crosta regolare e la sua azione a strappo oltre a determinare la possibilità di facili rotture alla crosta lascia la superficie di questa irregolare e facilita così il possibile inglobamento di particelle incombuste e comunque lasciando la superficie della crosta irregolare, ne compromette la buona conservazione.
Altro tipo è quello a due lame regolabili con i sistemi diversi per poter raschiare sezioni di dimensioni diverse: anche questo, però, non si può definire una fresa in quanto, l’operazione che si può realizzare con questo attrezzo è una raschiatura più o meno regolare della crosta stessa in quanto le lame sono parallele all’asse dell’attrezzo. La fresa, infatti, al contrario, ha le lame che hanno un’angolazione con l’asse della fresa stessa che permette all’attrezzo un avanzamento nel materiale combinato con un avvitamento: comunque vedremo più avanti un approfondimento di questo concetto. Inoltre vi è il rischio che, data la particolarità dell’attrezzo e cioè di lavorare solo su due punti diametralmente opposti, in questi due punti, se l’attrezzo è mal regolato, si producono, nel lavoro, degli sforzi che, interessando solo questi e non altre zone delle pareti del fornello, a causa di eventuali difformità del materiale della stessa, possono determinare crepe specie se la pipa è a fibra fiammata e le pareti del fornello sono sottili.
Da ultimo questo attrezzo lavora con difficoltà di auto-centramento ossia difficilmente, nel corso della raschiatura, il suo asse coincide con quello del fornello: questo a motivo della presenza di sole due lame che, da sole, possono impuntarsi o a tratti scivolare sulla crosta nel corso della raschiatura.
Un attrezzo che più degli altri visti si avvicina a una fresa vera e propria, anche se di una fresa ha solo la caratteristica dell’auto-centramento assicurato dalla presenza di quattro lame anziché le due del precedente, è quello costituito da 4 lame disposte a 90° tra loro e che ha la possibilità di essere regolato come sezione e quindi di poter soddisfare a molte sezioni di fornello. Questo attrezzo, in ragione del suo discreto auto-centramento, permette una raschiatura più regolare rispetto ai due tipi precedenti, però, data la mancanza dell’angolo di avvitamento ossia dell’angolazione delle lame rispetto all’asse verticale dell’attrezzo, l’operazione non raggiunge la perfezione che possono assicurare le lame quando hanno un certo angolo che ne facilita l’avanzamento nel materiale.

Come deve essere una fresa

Esaminati brevemente i più comuni attrezzi reperibili in commercio vediamo ora come deve essere una fresa vera e propria e, per prima cosa la forma, o meglio la disposizione delle lame, il loro numero, la loro forma, l’angolo di avvitamento che hanno con l’asse della fresa (che comporta l’avvitarsi dell’attrezzo combinato al taglio) l’angolo di taglio (l’angolo che la faccia interna della lama fa con la perpendicolare alla superficie da fresare), l’angolo di spoglia che è lo angolo che la faccia esterna della lama fa con la tangente alla superficie da fresare.
Gli attrezzi manuali più comuni che abbiamo visto (frese impropriamente dette) presentano una comune caratteristica e cioè quella di non avere l’angolo di avvitamento ed inoltre, parimenti, in talune anche l’assenza dell’angolo di taglio e di spoglia e, da ultimo cosa più grave, l’avere solo due lame o al massimo quattro. Vedremo più avanti come questa caratteristica negativa influisca nei confronti di una regolare fresatura. Esaminiamo ora nuovamente i primi due attrezzi visti e come prima cosa in essi l’angolo di avvitamento.
In questi due tipi detto angolo è 0°: a motivo di ciò il fronte del loro avanzamento, e quindi il loro lavoro, incontra la maggior resistenza nel materiale. L’angolo di taglio assente nei più comuni attrezzi manuali ora visti, a seconda della sua inclinazione rispetto alla perpendicolare alla superficie da fresare, aggredisce più o meno profondamente il materiale. L’angolo di taglio è calcolato sulla base della qualità del materiale, della sua durezza, compattezza, lavorabilità, ecc. Nel nostro caso, che prevede come materiale la crosta carboniosa di una pipa, e, al massimo la superficie di radica interna del fornello stesso (a volte può essere necessaria una rettifica o un allargamento del fornello stesso per esigenze varie), l’angolo di taglio ha valori molto modesti da 5° a 25° in quanto con angoli maggiori e a parità di sforzo le lame dell’attrezzo tenderebbero ad infilarsi nel materiale piuttosto che fresarlo.

L’auto-centramento

Da ultimo consideriamo l’importanza di questo requisito che, come già si è detto, è direttamente proporzionale al numero delle lame od anche all’angolo di inclinazione (avvitamento) che queste hanno con l’asse delle frese se sono in numero limitato.
L’auto-centramento (già la parola ne dà il significato) è la posizione corretta che assume l’attrezzo nella sede che deve fresare (nel nostro caso la coassialità col fornello della pipa) per poter concedere un lavoro regolare senza strappi o scivolamenti. L’auto-centramento si ottiene aumentando al massimo la superficie di contatto contemporaneo della fresa con la superficie interna del fornello. Con l’auto-centramento si sono, per così dire, esaurite le caratteristiche che deve avere una fresa per poter realizzare una buona operazione di pulitura nel fornello di una pipa.
Concludendo questo esame, che ha considerato gli attrezzi manuali più comuni che si trovano in commercio, possiamo rilevare che gli stessi, non garantiscono indubbiamente una fresatura regolare essendo troppo vincolati all’esperienza più o meno valida di chi li usa; a questo punto, in ragione di tali conclusioni, ha preso corpo l’idea di realizzare una macchina che non lasci al caso, all’improvvisazione o all’inesperienza la colpa di molti dispiaceri.

Fresare a macchina

Realizzare una corretta pulizia del fornello della pipa mediante una fresatura regolare che lasci uno spessore uniforme alla crosta sulle pareti; assicurare nell’operazione tutte le garanzie possibili contro rotture della crosta, o peggio, del fornello in causa di sforzi eccessivi esercitati nello stesso da una operazione manuale con frese di diametro errato o a causa di pressioni manuali eccessive o da altre cause legate comunque all’inesperienza.
Come impiego ausiliario, ma non per questo meno importante, permettere la lucidatura dell’esterno della pipa, la pulizia e il floccaggio del bocchino.
Per soddisfare a questa esigenza è stata costruita una macchina che risolve egregiamente questi problemi. Vediamo ora di fare una descrizione esauriente della stessa senza entrare nel merito di un’illustrazione tecnica troppo approfondita.
La macchina funziona mediante la corrente elettrica normale (220); questa mette in moto un moto-riduttore che trasmette il movimento al mandrino, su questo si innesta la fresa, bloccandola con l’ausilio di una chiavetta che serra, tramite una vite, la fresa, rendendola solidale al mandrino, e quindi alla fresa, una velocità che varia da 20 a 40 giri al minuto. Inoltre, ad impedire sforzi eccessivi dovuti all’inesperienza o all’uso di frese inadatte, il moto-riduttore è dotato di una frizione che ferma il movimento quando, nel corso della forzatura, vengono a crearsi sforzi eccessivi, che potrebbero incrinare, oltreché la crosta, anche il fornello. Una manopola che comanda una vite micrometrica dosa, per così dire, lo sforzo che può essere assorbito nell’aggredire il materiale di modo che si può lavorare con assoluta tranquillità in quanto, per chi usa per la prima volta la macchina, non vi è la preoccupazione di sbagliare tipo di fresa od esercitare una pressione eccessiva durante la fresatura; infatti, in tale circostanza, il moto-riduttore si ferma immediatamente. La messa in moto del moto-riduttore e il suo distacco sono assicurate da un interruttore.
Le frese di diametro diverso e a sezioni diverse (cilindriche o coniche) soddisfano alle più comuni forme di fornello, per altre forme (ad esempio conicità più spinte) si può ovviare con gli accorgimenti illustrati nell’opuscolo allegato alla macchina stessa.
La macchina concede anche la possibilità di poter lucidare l’esterno della pipa o pulire i bocchini; infatti possiede un secondo motore che mette in azione un alberino (2800 giri) sul quale si possono innestare attrezzi atti a tali operazioni: una spazzola od un rullo di panno rotante per la lucidatura della radica e del bocchino; una pinza per montare lo scovolino che in rotazione effettua una perfetta pulitura del canale; infine una testina tornitrice di precisione per fioccare il bocchino (optional). Quest’ultimo motore è messo in moto da un altro interruttore.
A questo punto oramai si può concludere che la pipa è finalmente… in buone mani.

Il prodotto Silmax

Il prodotto SilmaxLa macchina fresatrice-pulitrice Silmax (brevettata) è realizzata in legno massello pregiato e di linea gradevole dotata di due motori di differente potenza e velocità con frizione elettronica regolabile; tutti gli attrezzi sono contenuti in un box. L’uso dell’apparecchio diventa un piacevole hobby e permette di conservare a lungo inalterate le doti delle pipe. Operazioni possibili:

  • FRESARE per asportare correttamente dal fornello i residui carboniosi utilizzando frese elicoidali di alta precisione e di varie forme (cilindriche, coniche, speciali) per ogni forma e dimensione del fornello da diametro di mm. 12 a mm. 25;
  • LUCIDARE la radica ed il bocchino con appropriate spazzole rotanti;
  • PULIRE il cannello, il foro del fornello, ed il bocchino mediante uno scovolino rotante ad alta velocità;
  • FLOCCARE i bocchini di ricambio mediante un’attrezzo a tornire di precisione, (optional)

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