I biscottini di Barzini

I biscottini di BarziniNel corposo articolo “I biscottini di Barzini” Paolo Guidi riassume alcune delle curiosità emerse dalle sue ricerche negli archivi della Savinelli. Fonte: Smoking (n°3, ottobre 1992).

I biscottini di Barzini

“Fumate meno sigarette! Per la vostra salute regalatevi una pipa: PUNTO ORO”. E’ una pubblicità (anticipatrice) degli anni 1960-63, una delle tante curiosità che si possono scoprire frugando negli archivi della Savinelli. Da un’intervista del gennaio 1961 dello stesso Achille Savinelli è interessante citare tre domande e risposte indicative del periodo:

D: Come va usata la pipa per ottenere i migliori risultati? 

R: Come una buona amica. Dato che i consigli da dare sarebbero molti, esiste un piccolo opuscolo, “Fumare la pipa è fumare da Re” del Comitato Propaganda Pipe. Opuscolo che si può trovare gratuitamente presso i migliori rivenditori. 

D: Per quanto tempo si può usare? 

R: Io, che sono un fabbricante, rispondo: purtroppo anche per tutta la vita. 

D: Quali sono i prezzi correnti? 

R: Una pipa di marca non costa meno di 1.500 lire. Ve ne sono anche da 10.000 lire. Ma è possibile fumare anche in una pipa da 500 lire…

Da queste cifre, sembrerebbero passati non poco più di trent’anni, ma secoli. Lo stesso giornale del 15 gennaio 1961 riporta le opinioni sulla pipa di alcuni personaggi. Per esempio, lo scrittore Emilio Cecchi la trova “meno nociva e l’unica cosa seria da fumare”. Il critico Raul Radice, che non fuma più, guarda “con nostalgia” la sua raccolta di pipe. L’attore Giancarlo Sbragia: “Fumo la pipa, in primo luogo perché fa meno male alla salute e poi perché ha molto più sapore: qualche volta però fumo anche il toscano”. Pietro Agostino d’Avack, al tempo ordinario all’Università di Roma: “C’è una ragione iniziale, dovuta al fatto che la pipa è meno dannosa della sigaretta. Oggi, dopo più di vent’anni, ho preso l’abitudine di fumare, aspirando, la pipa e sarebbe per me un grande sacrificio fumare una sigaretta”. Il grande caricaturista Umberto Onorato: “Venticinque anni fa decisi di passare alla pipa: oltre all’aver scoperto il gusto insostituibile di una buona pipata, da allora i miei disegni sono sempre puliti e la mia gola si è liberata dal fastidioso solletico che dà la carta bruciata della sigaretta. Non posso dire se preferisco la pipa al sigaro perché non ho mai fumato un sigaro: se fossi costretto a farlo, lo fumerei in una delle mie quaranta pipe”. Mike Bongiorno (sì, è sempre lui) : “Io la fumo nei momenti in cui voglio pensare. La pipa mi dà la possibilità di concentrare meglio i miei pensieri e nello stesso tempo di rilassarmi completamente. E questo è molto importante per chi, come me, debba affrontare il pubblico. Poi c’è un’altra ragione. Si sa che i fumatori di pipa non aspirano il fumo, cosa che fanno invece i fumatori di sigarette”. Lo scrittore Davide Lajolo: “Mi sembra che sia più riposante e, soprattutto, che mantenga di più il profumo del tabacco. Inoltre mi aiuta a pensare e a guardare al di là del fumo”. Il pittore Carlo Carrà: “La pipa mi piace perché il suo fumo è quasi vellutato e mantiene inalterato l’aroma del tabacco. La sigaretta invece finisce col non sapere di niente, quando è troppo leggera; coll’avere un sapore aspro, quando è troppo forte”.

In un altro giornale, sempre conservato nell’archivio Savinelli, troviamo il pensiero di Luigi Barzini, espresso nel dicembre del 1964: “Chi fuma la pipa è raramente un chiacchierone: il fuoco si spegne quando si parla troppo. Più spesso è un uomo di studi e di lettere, un filosofo dai nervi tranquilli. Fumare sigarette è come mangiare ininterrottamente e nervosamente biscottini tutti uguali. Fumare la pipa è come mangiare un solido piatto, una bistecca, adagio, meditatamente, assaporandola. Per ragioni che sarebbe lungo spiegare, la pipa ha un’insospettata capacità di conciliare la meditazione, affina le idee, placa le passioni, rende accettabile la vita. Ciò che non ho ancora stabilito con certezza è se la pipa produce in chi la fuma queste trasformazioni morali o se gli uomini, arrivando ad una certa maturità dell’animo, ad un certo punto si rivolgono alla pipa: una cosa e l’altra, probabilmente”. Ma la cosa più curiosa che ho trovato in questo archivio è un opuscolo che si apre con il calendario, dal quale si evince la data, anno 1940, e che si chiude con distanze chilometriche e targhe (tra le quali figurano anche: MdS, Milizia della Strada, e MVSN, Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale; e poi ZA, Zara, PL, Pola, FU, Fiume; c’è pure una AU, Apuania, e una LT, Littoria). In copertina la fotografia di un Carlo Savinelli giovane e con aria da seduttore che peraltro si proclama già “secolare specialista in articoli per fumatori”. Ci sono, naturalmente, i rituali consigli per ben fumare la pipa (ed è sintomatico che si concludano così: “Quando la pipa è a riposo abbiate l’avvertenza di posarla col bocchino all’insù in modo che l’eventuale umidità scenda nel focolaio, dove potrà – al contatto dell’aria – asciugare”). La parte centrale del libretto è occupata da un articolo che si dice ripreso dal giornale La Nazione di Firenze e che si intitola “Le otto compagne del fumatore – Filosofia, estetica e tecnica del fumare con la pipa!”. È un pò lungo, ma crediamo valga la pena di riportarlo per intero, per assaporare gusto e tono di un’epoca.

Le otto compagne del fumatore

“Avere una sola pipa è il colmo dell’ingenuità per un fumatore. Meglio non averne, e fumar sigarette. Un appassionato di cavalli o di automobili, il quale possiede un solo cavallo, o una sola macchina, è un disgraziato. Senza contare che per un appassionato del fumare la pipa è molto più facile possedere una collezione dei nobili, ma non troppo costosi, strumenti del più dolce vizio dell’uomo intelligente. Bisogna – perché l’attrezzatura del fumatore sia perfetta – possedere otto pipe. Sissignori: né una di più né una di meno. Sette pipe sarebbero già poche; averne nove sarebbe un inutile scialo. Il numero otto – numero già perfetto nella cabala – è perfetto per i viziosi del fumo a pipa. Ed eccone la complessa, ma sublime ragione: tutti sanno che è bene far riposare la pipa almeno una settimana dopo l’uso; dunque, ogni giorno, per sette giorni, deve essere cambiata. Ma chi credesse che ne bastano sette sarebbe in grave errore. Se fossero sette sole si creerebbe una terribile monotonia nei «ritorni». Pensate: ogni lunedì, ogni martedì, ogni mercoledì e via di seguito, tornereste a fumare nella stessa pipa. Ora, è purtroppo noto il fatto, che i giorni di ogni settimana della nostra vita borghese si somiglino disperatamente. Ebbene; se a questa monotonia si aggiunge quella della stessa pipa, si esclude ogni sorpresa, ogni novità, ogni gioia, insomma, di un vizio il quale, appunto perché è vizio, deve essere vario, piacevole, multiforme. Pensate perciò quale beneficio arrechi in una normale collezione la presenza dell’ottava pipa! È l’interferenza ideale; l’elemento che scombina la monotonia del turno; e, se siete pratici di calcoli aritmetici, vi accorgerete che devono passare ben cinquantasei giorni prima che la pipa del lunedì (per esempio) ricapiti ancora proprio di lunedì. Tutte queste considerazioni possono sembrare piuttosto pignole. Non pensa così, però, colui il quale conosce la psicologia del fumatore o meglio ancora il fumatore in persona. Un fumatore di pipa è veramente il meticoloso per antonomasia. Egli è meticoloso fin da quando, dopo aver a lungo sostato dinanzi ad un negozio di articoli per fumatori, entra a scegliersi una pipa per rimpiazzarne un’altra della serie che dopo un lungo ed onorato servizio sia stata destinata al riposo. Mi disse un rivenditore che ci vuol più pazienza a vendere una pipa ad un fumatore che a vendere un cappellino ad una signora esigente. Il fumatore pretende di osservarne almeno cento. Ne osserva la radica (i fumatori in pipe di altro materiale sono eccezioni) giudica se la «fiamma» (la venatura) sia più o meno perfetta; prova che il cannuccio entri nella «testa» né troppo serrato né troppo agilmente; soppesa la pipa nel palmo della mano; la mette sul piano del banco col fornello all’insù per provare che non si rovesci; prova con l’unghia la durezza e quindi la stagionatura del legno; tiene la pipa in mano, con una posa indifferente, e allontanando la testa un po’ inclinata osserva la «linea», poi il colore; misura colla falange di un dito la capacità del fornello; e infine, proprio quando tutte le pipe sono passate in rassegna e la scelta è fatta, ed il prezzo è convenuto, egli mette in bocca la pipa. Quel gesto è veramente definitivo. La pipa è sua per la vita. Nessun fumatore avvicinerebbe alle labbra una pipa che non acquisterà. Anzi, il venditore, quando proprio ha consumato tutta la sua pazienza e vede fare quel gesto, tira un tale sospiro che i vetri del negozio si appannano di dolcezza. Ma una pipa nuova, sia pure «sposata» col rito di cui sopra, è sempre un’incognita. Bisogna saperla avviare, prima di tutto. È necessario, per esempio, non caricarla subito tutta. Per la prima fumata basta mezzo fornello. E questo è uno dei sacrifici che impone la pipa novizia al suo signore e padrone il quale è abituato a rimpinzare il fornello delle sue vecchie pipe fino all’orlo per la gioia delle fumate di un’ora e di un’ora e un quarto. Ma tutti i novizi – tutti, dico – hanno questi tirocini. Da principio bisogna andare adagio, pena la rovina completa dell’oggetto tanto desiderato e tanto amato, ora finalmente in nostro possesso. La pipa, per esempio, può pigliare dei brutti vizi: quello di bruciar troppo, tanto che anche il legno brucia. Fumare perciò, le prime volte con cautela, sopportando pazientemente l’onere di tirar fuori piccoli buffetti di fumo molto alla svelta, sempre uguali, senza tirarne neppure uno troppo forte o troppo debole. E allora le fibre della radica, le ultra-capillari e chilometriche fibre nascoste nel massello del legno, assorbono il benefico umore del tabacco; la superficie interna fa la sua grumetta incombustibile e la novizia diverrà dopo due o tre usi la più dolce, la più pronta, la più docile compagna delle meditazioni del fumatore il quale, un giorno, potrà permettersi il lusso di fare con lei le fumate più pazze per durata ed intensità. Un fumatore conserva così e rinnova così la sua collezione. Le sue otto pipe saranno sempre in ordine, ubbidientissime, in attesa del loro turno. Esse si chiameranno con un nome, un nome che si adatti, per esempio, alla loro forma che, per essere chiari, deve essere variatissima. Un fumatore che possedesse otto pipe identiche sarebbe da paragonarsi a quel tale che, partendo, acquistò dieci copie dello stesso giornale con la giustificazione che il viaggio era lungo. E così la pipetta snella, sottile, spigliata si chiamerà «Gigliola»; quella tozza e corta «Agata»; quella di radica chiara avrà nome «La bionda»; quella scura «Brunetta»; quella curva «Pinzochera» o «Beghina» e via di seguito. Ce ne sarà una incomparabilmente migliore delle altre: la chiameremo «Favorita» e gioiremo quando toccherà il suo turno. Al contrario ci sarà quella che non tira, che recalcita sempre, che si spegne… Quella la sostituiremo e la regaleremo al nostro peggior nemico. E chiudo con una serie di consigli per coloro che, dopo aver letto queste brevi note correranno ad acquistarsi le otto pipe. Tenetele pulite. Il cannuccio si lava con alcool: ma niente alcool nel fornello che deve esser pulito con un piccolo cucchiaio apposito non tagliente ai bordi. Sceglietevi un buon tabacco, mescolando sapientemente le varie qualità in commercio attraverso il tirocinio delle prove e dei tentativi. Regola generale? Tabacco ben asciutto: il tabacco umido è una aberrazione. La maggiore difficoltà sta nel calcare il tabacco nel fornello. Mettetevelo a vari strati calcando ogni strato con attenzione. Quando il fornello è colmo provate ad aspirare: l’aria deve passare «trattenuta», ma non «impedita». È questa una virtù e una capacità che si acquista con l’esperienza; pena il fumar troppo caldo o il fumar troppo umido e faticosamente. Se la calcatura riesce male, vuotare e ricalcate da capo. E per finire ricordatevi che nella pipa c’è tutto un mondo filosofico. Apprezzatelo. Un fumatore mi disse, impassibilmente, accennando al fornello della sua pipa: «Purgatorio!» Ed infine, aspirando dalla sommità del cannuccio: «Paradiso!».”

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