Ha mai provato con le Chioggiotte?

Hai mai provato con le Chioggiotte?

Emidio Pietraforte, parlando delle pipe di creta (Chioggiotte e Napoletane) presenta il libro di Giorgio Boscolo edito nel 1980 ed intitolato “La Pipa Chioggiotta”. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°2, giugno 1981).

Ha mai provato con le Chioggiotte?

Quand’ero ragazzo mi fermavo a bocca aperta dinanzi ai «bassi». Era un’altra Napoli, colma di sorprese, di cose da vedere. Forse ero troppo giovane e la miseria mi appariva con immagini di gaiezza o, forse, i napoletani erano veramente di più – oltre al pizzicagnolo, al quale mi era tassativamente vietato avvicinarmi, e l’acquolina mi impastava la bocca, facendomi non poco soffrire — c’era quella del vecchio fumatore di pipa. Ricordo di aver fatto «amicizia» con un vecchietto in via Foria, che sedeva al sole tutto il giorno con la sua cannuccia tra i denti e la pipetta che fumava sempre. Puzzava che era difficile resistergli a lungo vicino, ma io che non avevo conosciuto i nonni lo amai molto. Quando mi è capitato tra le mani il volume «La Pipa Chioggiotta» di Giorgio Boscolo, mi è salito come un groppo alla gola. Le pipe di creta sono la mia fanciullezza e, lo confesso, il mio primo fumare la pipa (ne conservo una che ho fumato almeno 25 anni fa). Un volume elegante, naturalmente imperniato su Chioggia, sulle vicende delle pipe di terra del Nord, tutto da leggere e guardare. Disegni e storia, riproduzione di documenti antichi e curiosità, ma — ed è quel che credo serva maggiormente — la riproduzione dei modelli antichi che questa piccola industria tutta italiana potrebbe riprendere con maggior lena a produrre. C’è una riscoperta delle pipe di creta e la «Chioggiotta», unica sopravvissuta con la «Siciliana», che non viene utilizzata che come souvenir, sta ritrovando onori e favori.

Boscolo ricorda che le «Chioggiotte» nascono dall’argilla del Po. E ci parla delle leggende e delle lotte tra pipari. Ci furono i rodigini della contrada di Contarina, i faentini, i toscani oltre ai napoletani. Ci fu lotta, ma solo Bassano riuscì a dare ombra a Chioggia. Nel volume è indicata la prima semplice differenza tra le pipe di Chioggia e le «altre», dandoci una preziosa indicazione: solo a Chioggia le pipe avevano ed hanno tre forellini, forse perché un buco unico si otturava con il tabacco umido, ma «non sono mancate, in proposito, spiegazioni anche singolari quantunque suggestive, come quelle di chi vede nella scelta dei tre fori un significato cabalistico o un intento augurale». Purtroppo gli antichi stampi non si trovano più: erano di piombo e le troppe guerre che hanno scosso la Serenissima, prima, e l’Italia poi, hanno reso necessario il loro uso come palle. Ma l’argilla del Po, anche se la lavorazione richiede oggi maggiore lavoro di purificazione, è sempre utilizzata. Boscolo racconta che presa l’argilla (che giungeva via fiume), la si purificava e quindi, impastata con acqua veniva lasciata a stagionare al buio. Quando il piparo decideva di lavorarla, la impastava ancora per eliminare le bolle d’aria e la «appiccicava» al muro per farle perdere l’umidità; quando la creta cadeva a terra era pronta per essere modellata.

Un’altra distinzione è nel colore. Ad un certo momento le «Chioggiotte» vennero impastate con sale o acqua di mare, in modo da diventare più porose e quindi, una volta fumate, assumere quel caldo color giallo-avorio che le distingueva dalle francesi in argilla bianca (le pipe di gesso, vedi sul blog la ricostruzione storica fatta da Arturo Vecchini). Un procedimento che affascina, molto più antico, consiste nella “vetrinatura”, una specie di smaltatura con rivestimento vetroso, che veniva effettuata sulla superficie esterna della pipa. Tutto il lavoro di catalogazione, il riuscito tentativo di dare un ordine preistorico e storico della pipa di creta, fa di quest’opera di Boscolo un volume di notevole interesse anche artistico. La classificazione, in un primo periodo che va fino al 1750 e quindi nelle successive fortune della «Chioggiotta» fino alla seconda guerra mondiale, è seguita da una ricostruzione, diciamo grafica di quelle pipe: disegni di notevole precisione con riportati tutti gli elementi di valutazione, altezza, forma del fornello, luogo di ritrovamento, colore della terra usata. Sono riprodotte teste con il leone di Venezia, con scimmie, pesci, turchi, marinai.

E finalmente si parla di come la si fuma. Niente di veramente difficile. La differenza è che la terra assorbe la nicotina e quindi le prime pipate sono un po’ asciutte. A caricarla è meglio ricordarsi di riempirla a strati e di accendere in modo uniforme. Poi subentrerà l’esperienza. Un ultimo consiglio di Boscolo: usare la canna di marasca, che donerà il profumo delle proprie resine. Ma aggiungerei che anche la «cannuccia» napoletana non è da sottovalutare, perché la sua lunghezza e la forma generalmente curva con doppio innesto a floc danno una fumata molto fresca e la rendono anche divertente, aggiungendo un certo sapore «antico» alle fumate, anche se si tratta di argilla del Po. Posso? Ebbene grazie a questi artigiani della pipa che hanno saputo conservare tradizioni e amore per il loro lavoro.

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