Guardiamoci allo specchio

Guardiamoci allo specchio

Il fumatore di pipa davanti allo specchio, ovvero: fattori fisici e psicologici che influenzano la scelta di una pipa. Il testo è di Baldo Peroni, autore del libro “L’arte e il piacere di fumare la pipa” (1968). L’articolo originale è pubblicato sulla rivista “Il Club della Pipa” (n°8, dicembre 1969).

Guardiamoci allo specchio

Sulle pagine di questa rivista è già stato scritto parecchio a proposito della scelta di una pipa. Ma i criteri enunciati sono stati soprattutto oggettivi, tecnici. Io stesso, nel mio manuale sull’arte e il piacere di fumare la pipa, ho dedicato un capitolo a questo argomento, prendendo in considerazione, nei limiti dello spazio concessomi, tutti gli elementi fisici, materiali che si riferiscono a una pipa, ossia forma, dimensioni del tutto e delle varie parti, peso, perfezione, prezzo. Alla parte «psicologica» della scelta, ai fattori soggettivi che debbono presiedere a questa azione di importanza fondamentale e a volte unica, ho dedicato invece poche righe frettolose: «… la pipa diritta è per l’uomo attivo, dinamico, un po’ estroverso; quella ricurva è la pipa del saggio, dello studioso, dell’introverso». Veramente troppo poco. E troppo superficiale. Ma anche nella letteratura sulla pipa, per quanto almeno ne so, questo argomento è sempre stato trattato piuttosto di sfuggita.

In sostanza, la pipa è un oggetto, come un oggetto è un cavatappi, ad esempio. Ma vi sono oggetti più oggetti degli altri e oggetti che hanno quasi un’anima e con i quali l’uomo — non oso dire il proprietario — si identifica. Se qualcuno ci rompe una sedia, la cosa ci può al massimo seccare, ma se qualcuno adopera la nostra penna stilografica non proviamo soltanto seccatura: si tratta di un sentimento più complesso, nel quale entra un poco di dispiacere. E si badi: questo dispiacere sparisce o quasi se la nostra penna è a sfera. La penna stilografica tradizionale è infatti qualcosa di estremamente personale che si adegua alla nostra scrittura, espressione di noi stessi, qualcosa che ci accompagna per tutta o buona parte della vita, sempre identica a se stessa; la penna a sfera, invece, è più impersonale, al punto che se ne ricambia quella che dovrebbe esserne l’anima. 

Vi sono molti oggetti carichi di implicazioni psicologiche: l’auto, la macchina fotografica e soprattutto la pipa. Parafrasando Buffon, si potrebbe dire che la pipa è l’uomo, poiché la pipa è lo stile di un uomo. Idealmente, per ogni uomo c’è e ci può essere solo una pipa ideale: le altre a questo ideale si avvicinano, ma non lo raggiungono mai. Non è certo questa la sede per disquisizioni psicologiche profonde e rigorosamente tecniche. Al nostro scopo, che è quello di studiare i fattori che influenzano la scelta di una pipa, basta, in fondo, la psicologia dell’uomo della strada, quella di tutti i giorni. L’idea che voglio esprimere, nella sua semplicità, è questa: la pipa va scelta in funzione della personalità di un individuo. E qui intendo per «personalità» la risultante di un aspetto fisico e di un aspetto psichico. Quando parliamo della personalità di un individuo, ci riferiamo, più o meno consciamente, all’impressione globale che ne abbiamo avuto, derivante dal suo corpo, dal suo volto, dalla sua voce, dal suo modo di muoversi e atteggiarsi e da quello che della sua intelligenza, del suo carattere, dei suoi sentimenti riusciamo a intuire. Vediamo qualche citazione. 

La prima riguarda l’aspetto fisico in relazione alla pipa. Pierre Mac Orlan, in un racconto tratto da «Immagini sul Tamigi» (link all’articolo sul blog) – un racconto se vogliamo paradossale, ma che contiene molte e profonde verità — scrive di essere entrato, a Londra, «… in una magnifica bottega dove si vendevano pipe con l’intento di eclissare tutto quanto non fosse pipe o accessorio di pipe dalla faccia della terra». Chiesta una pipa a «un vecchio signore vestito come un contabile», questi sparì e «tornò poco dopo, tenendo fra le braccia una grande scatola di cartone dove pipe di tutti i calibri e di tutte le forme si avviluppavano come tartarughe in una cassa. Frugando nel profondo della scatola, il vecchio signore contemplava il mio viso, con l’aria di interessarsi seriamente all’esame. Fattasi un’opinione, prese una pipa, la tese in direzione delle mie labbra e dichiarò semplicemente: ’’questa vi sta”». Il racconto prosegue poi narrando come l’autore dovette rifare tutto l’arredamento della sua casa parigina in funzione di quella particolare splendida pipa. Ed anche questa è una verità, perché pipa, fumatore e ambiente costituiscono — o dovrebbero costituire idealmente — un insieme congeniale e armonico.

E passiamo ora all’aspetto psicologico della questione. Cardon, fabbricante francese di pipe di schiuma, nel suo «Le Musee Du Fumeur Traitant Du Tabac Et de La Pipe», pubblicato nel 1886, ci parla di un celebre fumatore del tempo, un certo Monsieur de Rodde, per il quale «… la pipa è come l’abito: si identifica con colui che la fuma e diventa, per così dire, parte integrante della sua persona». Ma non basta: il signor de Rodde sosteneva anche di essere in grado di descrivere la persona cui una pipa presa a caso apparteneva. E’ ovvio che il de Rodde si riferiva alla pipa usata, ossia fumata, che è ricca di indicazioni prettamente psicologiche: la mordicchiatura del bocchino, segni vari sul fornello, la crosta soprattutto… Ma anche una pipa nuova, con la sua forma essenziale, è già in grado di darci un’idea abbastanza precisa del suo proprietario, come vedremo meglio più avanti. Che una pipa sia carica di significati profondi, psicologici, non è una verità nota solo nel secolo XIX a Parigi. Basti ricordare questo episodio avvenuto nel 1617: durante una esplorazione lungo le rive del Missisipi, il capo indiano della tribù Illinois tese il suo calumet al celebre padre Marquette, dicendogli: «Prendi, figliolo: te lo offro per farti conoscere il mio cuore».

E vediamo ora che cosa, sulla scelta della pipa, hanno da dirci alcuni autori. Il Weber (link al testo citato) si limita a considerare l’aspetto esterno del fumatore: suggerisce di porsi davanti a uno specchio e «provare» la pipa, come si prova un abito o un cappello. Come criterio generale, raccomanda di attenersi a questo: «In linea di massima un uomo alto e slanciato sta meglio con in bocca una pipa col cannello lungo, mentre uomini più bassi e piuttosto in carne, con il viso tondo, hanno un aspetto più naturale se fumano una pipa ricurva». L’analisi più completa che io conosca l’ha fatta, da buon tedesco, l’Hochrain e lo seguirò per qualche tratto. Egli osserva che la pipa cambia il nostro aspetto esteriore, sottolinea ed esalta la personalità, conferendo al soggetto un’impronta diversa e inconfondibile. Dice: «Intorno al fumatore di pipa aleggia un odore del tutto particolare, un’aria di originalità. La pipa rende l’uomo più virile e le donne non mancano di apprezzarlo». Secondo l’Hochrain, il tipo di pipa e la sua forma esercitano un notevole influsso sulla fisionomia del possessore: «Le pipe possono cambiare un viso, in meglio o in peggio» e questo va assolutamente tenuto presente all’atto dell’acquisto: sarà quindi bene guardarsi in uno specchio e ascoltare il parere di una donna cui si tiene, sia essa la moglie, la fidanzata o anche semplicemente un’amica. Ma la cosa più importante, secondo l’Hochrain, è quella di «… non scambiare mai il nostro tipo fisico con quello che vorremmo essere e quindi non mettere in bocca una pipa che vorremmo ci stesse bene» per assomigliare a questo playboy o a quel divo dello schermo.

Le regole fondamentali enunciate dall’autore tedesco coincidono praticamente con quelle del suo collega americano, anche se l’esposizione è alquanto più minuziosa e non priva di un umorismo a volte leggermente teutonico: «Al tipo ben messo e rotondo si addice soprattutto una pipa di media lunghezza o con un bocchino ricurvo. Invece, a quello longilineo e snello sta meglio di tutte la pipa lunga, elegante e leggera. Molto adatta anche la pipa sfaccettata e in genere quelle di forma aristocratica». Su questi motivi fondamentali, l’Hochrain esegue qualche variazione, addentrandosi, sia pure di sfuggita, nel campo psicologico: al tipo atletico e muscoloso si addice la pipa che sta ben salda in mano, la classica pipa diritta; a quello meditativo e flemmatico conviene la pipa con un lungo cannello, la pipa da lettura o anche una Churchwarden; all’individuo impulsivo, collerico, che tende a infiammarsi e a «tirare» troppo in fretta andrà bene una pipa «asciutta», magari con doppio canale di tiraggio o addirittura con il filtro; allo sportivo si addice una pipa quadra. Insomma: «… chi ha la pancetta e sta andando in piazza non può fumare la stessa pipa dello spilungone e il sollevatore di pesi non può mettersi in bocca la pipa adatta a un fantino». La pipa, conclude l’Hochrain, «rende felici e soddisfatti» a patto però che non turbi mai un’armonia interiore e che sia in armonia con l’ambiente. E da questa conclusione possiamo capire il dramma del Mac Orlan, che a poco a poco, per adeguare l’ambiente alla pipa, dovette cambiare mobili, tappezzerie, accessori vari, raggiungendo infine, sia pure con molta spesa, quella sorta di Nirvana che è l’appannaggio del fumatore di pipa. Questo, in pratica, è tutto quello che ho potuto trovare scritto di proposito sulla scelta della pipa. Ovviamente, accenni occasionali non mancano presso altri scrittori sull’argomento, come ad esempio l’Herment. Ma io vorrei occuparmi della scelta della pipa tenendo presente la personalità «globale» del fumatore, e questi cenni, peraltro degni di nota, restano pur sempre insufficienti allo scopo.

Ma come arrivare ad un criterio che con la massima «oggettività» soddisfi la «soggettività» di una scelta così importante? Per giungervi, per arrivare alla scelta della pipa che meglio ci si addice sotto tutti gli aspetti, sarebbe necessario conoscere a fondo se stessi, il che, come hanno ammesso ed ammettono tutti i filosofi e le persone di buon senso, è la cosa più difficile di questo mondo. Ho pensato a lungo a questo problema, e credo di averlo risolto facendo ricorso all’astrologia. Ma perché proprio all’astrologia? Per una serie di considerazioni che sarebbe troppo lungo e forse neppure interessante esporre in questa sede, ma che penso possano venire riassunte molto brevemente in questa semplice proposizione: l’astrologia è basata su dodici segni zodiacali, cui corrispondono altrettanti tipi umani, e dodici sono i modelli classici, archetipi, delle pipe di radica. Ma sarà bene sgombrare prima il terreno da un malinteso fondamentale. L’astrologia, contrariamente a quanto si crede, non si propone di predire la buona sorte o la mala ad una persona: essa vuole dare ad un individuo la conoscenza di se stesso, nel suo fisico e, per dirla in parole semplici, nella sua anima. Ed è appunto in base al fisico e alla psiche di una persona, in base cioè alla «personalità» nel senso visto più sopra, che una pipa va scelta.

Per una scelta, insomma, che sia al tempo stesso estremamente «oggettiva» e squisitamente «soggettiva» occorrerà assegnare a ciascun segno zodiacale la corrispondente pipa, poi, in base al tipo zodiacale di un individuo, passare alla pipa che meglio gli si addice. L’astrologia è una scienza o un’arte molto complessa, cui si può dare credito e si può non darlo. Ma anche gli studiosi più moderni e più scettici sono d’accordo sul fatto che un certo fondamento le pretese degli astrologi seri lo hanno. La pratica astrologica richiede una serie di nozioni piuttosto vasta, e non sono certo io a voler trasformare i lettori di questa rivista in astrologi dilettanti, tutti presi ad erigere il proprio tema di natività per identificare la loro pipa ideale. In un prossimo articolo darò qualche indicazione di carattere generale che potrà riuscire se non altro curiosa. E più curioso ancora sarebbe se qualche lettore si accorgesse di aver scelto «astrologicamente», ma senza saperlo, la sua pipa prediletta!

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