Grosse o piccole?

Grosse o piccole?

Pipe grosse o piccole? E’ il turno di Giuseppe Bozzini. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista “Il Club della Pipa” (n°1, febbraio 1967).

Grosse o piccole?

Con la pipa c’è questo di buono: che si può tranquillamente sostenere tutto e il contrario di tutto. Non è un paradosso, né tanto meno una insinuazione. Direi invece che proprio qui sta il fascino (uno dei tanti motivi di fascino) della pipa, cioè che mille fumatori giurino sulla superiorità della pipa corta e mille sghignazzino di questa preferenza, propendendo ovviamente e decisamente per la lunga (vedi il pregevole articolo – (link) – del Venerato Maestro Piparo Eppe Ramazzotti nel numero scorso di questo nostro breviario); e altrettanto vale per pipa dritta o curva(link) -, per fiamma o grana, ecc… Il più bello è che la pipa si diverte a ’’far diventare vera” ogni cosa che di lei si dica, per cui una certa pipa lunga può essere più buona di tutte le corte del mondo: e viceversa una pipa corta può essere insuperabile. La spiegazione, del resto, è semplice: ogni fumatore è un individuo, personalissimo nei gusti e nelle preferenze; ma anche ogni pipa è un individuo, non esiste una pipa uguale a un’altra, neppure se figlie di uno stesso ciocco e sbozzate dalla stessa mano (o dalla stessa macchina). E mettiamocene pure un’altra, di spiegazioni: ogni pipa ha il suo luogo, la sua ora, la sua speciale circostanza, il suo tipo di tabacco, arriverei a dire il suo ’’stato d’animo” (o lo stato d’animo del fumatore, che è poi la stessa cosa, almeno in parte), per dare il miglior rendimento.

La lunga premessa era necessaria per un discorso che tenti di essere sensato su pipe grosse e pipe piccole. Fino a poco tempo fa io giuravo sulle pipe grosse, e più grandi erano meglio erano. Ci giuravo per diretta esperienza, ma forse anche perché suggestionato dalla lettura di un trattato francese in cui il capitolo ’’Del calibro”, si apre con queste parole: ’’Tratta dal cuore di un medesimo ciocco, una pipa di grossa taglia sarà migliore di una piccola. Benché il legno sia identico, esse non avranno lo stesso sapore”. A parte la speranza che l’espressione ’’dal cuore” sia usata in senso metaforico, essendo noto che la parte migliore di un ciocco è la groppa, vediamo come l’Autore giustifica la sua affermazione: la piccola — dice – si riscalderà (parete sottile) e renderà soltanto a metà (esiguità del fornello), mentre la grossa resterà tiepida e generosa. Segue un esame ’’scientifico” del riscaldamento degli strati inferiori del tabacco e dell’ebollizione dei prodotti liquidi della combustione, così infine riassunto: poiché lo spazio riservato alla combustione propriamente detta è troppo corto, esso non potrà dare che una media di una decina di tirate gradevoli, il tempo per lasciare al fumatore il rimpianto di non averne goduto più a lungo.

Prosegue il trattato (e qui traduco con assoluta fedeltà): ’’Noi non ignoriamo che certi fumatori, anche finiti (nel senso di esperti: nota del traduttore), hanno un debole per il piccolo calibro; e non solo per il suo peso leggero (che è un pregio) e per la comodità di portarselo dietro (che non lo è), ma anche (ciò che è più grave) perché colpisce l’occhio per la sua armonia con il garbo del cannello. Ora, siccome qui non facciamo gli esteti ma i pratici della pipa, noi rifiutiamo di avvilire quest’ultima al rango della cravatta o dei guanti. Noi studiamo la pipa in sé. Non la consideriamo come un oggetto ornamentale o come un palo indicatore (???: punti interrogativi del traduttore). Bisogna dunque non cercare di ricondurla a noi, ma cercare di riavvicinarci a lei — e soprattutto di imparare con quali mezzi ottenere da questo oggetto il massimo piacere. Che importa allora del suo aspetto?”.

Non si può contestare la validità di alcune di queste affermazioni, ma non si può accettare il disconoscimento dei valori estetici. Tutti i sensi sono interessati al godimento della pipa e quindi — mi si perdoni la banalità — anche l’occhio vuole la sua parte. E la vuole anche il tatto. Ma il godimento della pipa è soprattutto un fatto psicologico, nel quale la componente estetica non è certo trascurabile. E dal punto di vista estetico — credo che possiamo essere tutti d’accordo — la pipa piccola è superiore a quella grossa. Calma. Non dico che tutte le pipe piccole siano ’’più belle” delle grosse; voglio solo dire che è più facile che — a chi la fa — riesca bella una pipa piccola. E’ più facile il raccordo delle linee, così come sono persino ovvii la snellezza, lo slancio, l’armonia tra fornello, cannello e bocchino. Si può tranquillamente contestare anche la negazione della ’’comodità di porto”. Fino a quando non si affermerà la borsetta per uomini, bisogna riconoscere che un guaio (piccolo, per carità!) della pipa è proprio quello del portarsela appresso. (Tasca, d’accordo: ma quale tasca? Anche qui si potrebbe aprire una discussione ’’elegante”). E se, standosene in giro per un pomeriggio, o per una intera giornata, di pipe se ne portano più d’una, per saggiamente alternarle? Insomma, le piccole sono decisamente più comode. Come lo sono anche per fumarci ”in movimento”: mentre si passeggia, mentre si guida l’auto, mentre si svolge un lavoro che non sia di tavolino, insomma ogni volta che si compie un’attività fisica blanda, perché se si tratta di attività violenta o comunque rapida, allora niente pipa, come è ovvio. Tutto questo è innegabile.

Ma veniamo al punto più delicato e importante. Affermare in assoluto che una pipa grossa è ’’più buona” di una piccola è un non-senso, per le ragioni e le considerazioni svolte all’inizio di questa chiacchierata. C’è il momento della giornata in cui la fumatina in una pipa piccola può essere l’ideale. Gli americani, per esempio, hanno la “coffee break”, una pipa piccola per la prima fumata del mattino. Allo stesso modo ce ne può essere una per la ”fumatina della staffa”, prima di andare a dormire o prima di lasciare gli amici. Ci sono mille opportunità, nel corso della giornata, per una fumata di durata breve; potrebbe essere un delitto lasciare a metà una grossa pipa, né a tutti è simpatico il compromesso di caricarla solo parzialmente (anche perché comporta alcuni inconvenienti). Allo stesso modo, ci sono opportunità di altro genere. Un giovanissimo, per esempio, ’’non starebbe bene” con una pipa troppo grossa. E la salute? La pipa è innocentissima, lo sappiamo tutti; nei processi al fumo è sempre stata assolta. Ma se ne riduciamo un po’ il consumo… forse non facciamo male: e la pipa piccola può aiutare in questo.

Insomma, pipa piccola e pipa grossa hanno entrambe abbondanti titoli per la nostra stima e la nostra simpatia. L’uso dell’una o dell’altra dipende da svariatissimi elementi, non escluso un nostro sacrosanto capriccio del momento, ma è anche legato al tipo di tabacco. Quanto al gusto, se la pipa piccola è ”da mattino”, sarà preferibile un tabacco dolce. Quanto al taglio — e questo è importante — sarebbe estremamente difficile caricare per bene una pipa piccola con un tabacco di taglio grosso, all’americana per intenderci. Inutile dilungarsi sulla pipa di grosso calibro. E’ la componente fondamentale, con poltrona e pantofole, delle Tre P su cui si costruiscono sapientemente certe lunghe serene serate, fatte di musica, di buone letture, di placide conversazioni con pochi intimissimi amici, di riflessioni solitarie, magari anche di televisione. Conclusone? Pipa piccola o pipa grossa, fumate quel che volete, ma fumate.

Condividi: