Trinciato

trinciato
Fonte immagine: internet.

Anche il tabacco che serve a confezionare le sigarette è trinciato; ma il nome si applica in particolare, e con significato generico, al tabacco per pipa e a quello usato per farsi a mano la sigaretta. I due tipi si distinguono soprattutto per la finezza del taglio. Secondo un calcolo approssimativo i trinciati per pipa in commercio sono circa ottocento, numero da aumentare se si tiene conto delle miscele preparate da singoli rivenditori (dove questo è permesso, non in Italia). Nelle tabaccherie italiane dovrebbero essere in vendita un centinaio di tipi. È un dato teorico, perché la distribuzione, orientata dagli importatori e attuata dai depositi del Monopolio e dai magazzini gestiti da privati, è piuttosto irregolare. Certi trinciati, in realtà, sono reperibili soltanto in alcune tabaccherie delle grandi città, anche se sono stati regolarmente “iscritti in tariffa”. Questo dipende dal numero relativamente esiguo dei fumatori di pipa, che rende oneroso il trasporto e il magazzinaggio di piccole quantità; ma anche da congenite disfunzioni della “macchina”. Il consumo è in calo, particolarmente accentuato per quelli di produzione nazionale. Il prezzo richiesto dal produttore (comprese le spese di distribuzione) arriva al fumatore moltiplicato quasi per cinque. A parte l’aggio del rivenditore (che supera di poco l’8 per cento), il resto va al fisco. Le tasse sui prodotti da fumo sono grevi ovunque, ma l’Italia ha in materia un buon primato. In qualche paese i trinciati per pipa sono soggetti a una tassazione meno pesante delle sigarette, da noi no.

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