Tabacco

tabacco
Fonte immagine: internet.

Qualche breve richiamo a nozioni di storia e di botanica (ma senza esagerare). Intanto il nome: il termine tabacco viene dallo spagnolo “tobaco” ed è stato adottato quasi ovunque (tabac per i francesi, tobacco per gli inglesi, tabak per i tedeschi, olandesi e russi, tobak per svedesi e sloveni). Sull’origine si discute da sempre. Il vescovo Bartolomeo de Las Casas, nella “Historia de Las Indias”, scritta a metà del ’500, indica con tabaco quella specie di sigaro che Colombo in persona aveva visto fumare dagli indigeni di Cuba al tempo in cui vi era approdato. La pianta arrivò in Spagna e Portogallo con i marinai di Colombo. L’ambasciatore francese Jean Nicot portò semi e foglie in Francia, dove la polvere ricavata dalle foglie secche triturate guarì la regina madre Caterina de’ Medici dalle sue terribili emicranie. In breve tutta Parigi si curava con la miracolosa erba, in polvere, in infusione, persino con i clisteri. Molto più tardi, quando la nuova pianta venuta dall’America fu introdotta nella botanica ufficiale, la si chiamò Herba nicotiana; nome che ebbe successivamente consacrazione come Nicotiana Tabacum nella classificazione scientifica di Linneo. Sir Walter Raleigh, pare, introdusse il tabacco in Inghilterra, che nel Seicento diventò il paradiso della pipa (di argilla, ma per i dandies d’argento). In Francia, un’ordinanza del 1668 prevede la distribuzione di tabacco alle truppe e quasi ogni soldato ha la sua pipa e il suo acciarino. Dopo l’uso medicinale, la pipa è dunque il primo mezzo per la consumazione del tabacco. Segue, nel Settecento, un periodo di gran voga del fiuto, fino a che l’impiego della schiuma non riporta in auge la pipa. L’Ottocento vede l’affermarsi del sigaro prima e poi della sigaretta. Il tabacco è dunque una pianta erbacea di origine americana, appartenente alla famiglia delle Solanacee (che comprende patata, pomodoro, belladonna, noce vomica). Il genere Nicotiana comprende varie specie. Le piante che oggi conosciamo e coltiviamo della Nicotiana Tabacum sono il frutto di molti incroci, accidentali o voluti. Si coltivano un po’ in tutto il mondo, nelle zone calde e temperate, e sono profondamente diverse fra loro. Possono arrivare fino ai due metri di altezza, con foglie lunghe da quindici a settantacinque centimetri. Il seme è piccolissimo, tanto che non lo si può spargere direttamente nel terreno: bisogna prima fare dei semenzai, poi si trapianta. In base alle caratteristiche delle foglie, che sono la parte più importante, si possono indicare quattro grandi gruppi: Havanensis, Brasiliensis (ne fa parte il Burley), Virginica (tra i più diffusi) e Purpurea, il cui nome deriva dal colore del fiore. Raccolte una per una, e a volte in tempi successivi, oppure tutte insieme con il fusto, le foglie passano alla cura (abbiamo già detto dei vari metodi di essiccazione). Seguono fermentazioni, condizionamenti vari, stagionatura, miscelazione, aromatizzazioni, taglio per i trinciati e confezione per i sigari. La fase manifatturiera è più lunga e complessa di quella agricola. I maggiori produttori di tabacco sono Stati Uniti e Cina; stanno crescendo alcuni paesi africani, come lo Zimbabwe (già Rodhesia) e Camerun. Al terzo posto nella graduatoria della produzione c’è l’India, seguita dall’ex Unione Sovietica, Brasile, Turchia, Giappone, Bulgaria, Grecia e Italia. I paesi che esportano più di quel che importano sono, nell’ordine, Brasile, Stati Uniti, India, Zimbabwe.

Condividi:

« Torna all'indice del glossario

Aggiungi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *