Radica

radica
Nell’immagine la materia prima per fare le pipe: la radica.

Abbiamo già detto molto sotto le voci Abbozzo, Ciocco e Erica Arborea. Qui completiamo le informazioni su quella che è la materia prima della pipa moderna: la radica. I francesi la chiamano bruyère, gli inglesi briar. Non è una radice, ma un’escrescenza (il ciocco appunto) che si forma, per un meccanismo che i botanici non hanno ancora ben chiarito, tra il colletto e l’apparato radicale di un arbusto (l’Erica Arborea) tipico della macchia mediterranea. Forma, colorito e particolare struttura anatomica rendono questo legno adatto per la fabbricazione delle pipe. Le doti di compattezza e di resistenza all’azione del fuoco derivano proprio dalla formazione irregolare del ciocco e della disposizione anomala delle sue fibre. A questo è da aggiungere la possibilità di mettere in luce un disegno di venature che somma pregio estetico al pregio tecnico. L’Italia è la maggiore produttrice di radica e il suo prodotto gode fama in tutto il mondo, considerato decisamente superiore a quello greco, spagnolo, albanese, ma anche ai pur apprezzati ciocchi della Corsica e d’Algeria. La radica italiana si trova soprattutto in Calabria, Toscana, Sardegna, Liguria, Sicilia. L’esportazione, una volta fiorente, è ora in calo. La scoperta che questo è il legno ideale per la pipa si deve ai francesi e risale alla metà del secolo scorso. Ci sono varie versioni su quella scoperta, pare abbastanza casuale: di sicuro c’è che in quell’epoca si cominciò a impiegare la radica (di provenienza della Corsica) nelle fabbriche di Saint-Claude (nel Giura) che già producevano pipe con altri legni (bosso, pero, olmo) Si parla spesso di radica secolare e può darsi che qualche ciocco sia nascosto sottoterra da cento anni e più, ma ormai, nei luoghi più accessibili, dove la raccolta è più facile e quindi viene periodicamente ripetuta, si scende molto al di sotto di questa età. Gli esperti dicono che se i ciocchi hanno meno di quindici anni valgono assai poco. Un’altra leggenda riguarda la stagionatura. Chi parla di dieci o più anni racconta favole. Una stagionatura complessiva (tra segheria, magazzino e fabbrica) di due-tre anni è più che sufficiente. A parte l’immobilizzo di capitali (per cui si accelera la stagionatura con essiccatoi, pratica che i produttori più seri respingono), prolungare troppo questo periodo potrebbe essere dannoso, perché per essere convenientemente lavorata la radica deve mantenere un certo grado di umidità (ideale il 16 per cento). La produzione italiana della radica sta attraversando un periodo non facile, anche perché in tutto il mondo si fabbricano meno pipe. C’è sempre meno gente disponibile per il duro lavoro di scavare ciocchi e per quello, non privo di rischi, di segarli. C’è la concorrenza di altri paesi. C’è la richiesta sempre crescente di placche e di qualità superiori (extra extra), mentre è difficile collocare gli abbozzi piccoli e qualitativamente meno pregiati. Per curiosità aggiungiamo che la qualità, in ordine decrescente, è indicata con questi termini: extra extra, extra, prima, misto, seconda e così via. La presenza di extra extra non supera il due-tre per cento e questo spiega il suo prezzo elevato.

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