Preparazione

preparazione
Fonte immagine: internet.

Se per preparazione di una pipa si intende un trattamento preventivo con intrugli più o meno alcoolici, la moderna pipa di radica non ne ha bisogno. Un nonno contadino di nostra conoscenza sottoponeva la povera pipa a una preparazione complicata e un pò sconcertante. Acquistava un pacchetto di tabacco (trinciato forte) e lo irrorava di grappa. Ne caricava la pipa nuova e il resto glielo avvolgeva attorno, servendosi di una carta oleata. Legato il pacchetto con uno straccio, lo ficcava nel mucchio di letame che stava davanti alla stalla e ve lo lasciava per qualche settimana. Secondo lui, il calore sviluppato dalla fermentazione del letame era quanto di meglio ci volesse per far “maturare” la pipa, con il contributo di grappa e tabacco. Ancora oggi c’è chi crede di “preparare” la pipa imbevendo il legno con alcol, oppure riempiendo il fornello con un alcolico al quale dà poi fuoco. C’è anche chi, nell’intento di accelerare la formazione della crosta di carbone, carica la pipa con tabacco e l’accende, poi prende il fornello in bocca e soffia fino alla totale combustione del tabacco. Metodi barbari da condannare. Se l’interno del fornello nuovo è lucido (è il meglio: permette di accertare compattezza e integrità del legno) si può passarci un dito inumidito per togliere la polvere. Non condannabile (ma non necessaria) la passata di uno straccetto imbevuto d’olio (ma poi bisogna aspettare una settimana prima di fumare) o miele diluito. Il trattamento al miele è fatto anche in qualche fabbrica. Sempre più spesso, però, l’interno della pipa nuova si presenta scurito con polvere di carbone: è una specie di pre-rodaggio fatto in fabbrica. Non è però nemmeno giusto ficcare subito in bocca e fumare la pipa appena uscita dal negozio. Bisogna guardarsela, rigirarla fra le mani, accarezzarla, pulirla un pò della polvere (e magari disinfettare l’imboccatura del bocchino), farle qualche coccola. In questo senso, più psicologico che tecnico, si può parlare di preparazione.

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