Gli Amphora, una famiglia numerosa, sana e timorata di pipa

Gli Amphora, una famiglia numerosa, sana e timorata di pipaL’Uomo del Banco, alias Gianni Fiermonte, passa in rassegna le miscele Amphora. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°2, giugno 1986). Sulle miscele Amphora rammento che on-line è disponibile anche un contributo pdf al seguente indirizzo.

Gli Amphora, una famiglia numerosa, sana e timorata di pipa

Se decidiamo di restare con i piedi in terra e le manine che pigiano nella pipa tabacchi acquistabili in Italia, difficilmente possiamo negare all’Amphora il posto d’onore che legittimamente gli spetta. Tra i primi olandesi importati da noi, questo trinciato così poco olandese ha iniziato al fumo della pipa diverse generazioni di fumatori. Nelle tabaccherie di allora, primi anni cinquanta, non vi era molta scelta. L’«Italia» era ancora in scatola e godibilissimo quando riusciva a conservare un decente grado di umidità, il Clan era già fumatissimo ma non è mai piaciuto allo schieramento compatto di coloro che non amano pipare dolce, il Raleigh vantava una scatola metallica prestigiosa con debita effige dell’eclettico elisabettiano, però si presentava in taglio granulated ed era troppo americano, troppo ricco e pastoso per i nostri palati appena postbellici. Pochi altri restavano e di minor pregio, puntualmente usciti per la tangente quando l’assortimento cominciò a farsi più nutrito. Ed il nostro Amphora, e qui si tratta del «marrone», il Regular, al quale ancor oggi si fa riferimento come capostipite, si ritagliò immediatamente un proprio spazio di preferenze e di rispetto totale. E per rispetto nei riguardi di un tabacco intendo questo: i detrattori del Clan ed in genere del fumo olandese, fateci caso, fanno sempre salvo il Regular, gli amanti di quel fumo non lo comprendono mai negli schieramenti avversi. Si badi, è un titolo di merito. E l’aurea mediocritas degli avi, quell’equidistanza dagli estremi, quel giusto mezzo che è di per sé qualità difficile e che ne presuppone non poche altre. Infatti, quante imitazioni ha contato il Regular e che brutta fine hanno fatto in parecchie!

Ascoltiamo quindi la definizione che ne dà la Casa, nobilmente veritiera, anche perché quando un prodotto ha un tale successo conviene giocare di modestia e non caricare più di tanto gli aggettivi. Anzitutto, è il più richiesto tra i fratelli Amphora, nati in derivazione, a rinforzo e persino in trasgressione del primogenito. Composizione di americani e orientali, questo morbido all-day, lievemente profumato ma non aromatico, taglio a filo corto medio-grosso. L’Uomo del Banco condivide ed aggiunge alcuni dettagli, tanto per giustificare il proprio diritto ad una rubrica fissa su questa Rivista. Quanto alla composizione, si osservi come le vie del tabacco, non dissimilmente da quelle del Signore, siano praticamente infinite. L’apparente «semplicità» del Regular, infatti, è data da un complesso bouquet di 20 foglie diverse, una più una meno, tra le quali virginia, burley, orientali e kentucky. La mixture inglese è nata invece perfetta con tre sole componenti, virginia, orientali e latakia. Chi ha aggiunto altro, lo ha fatto spesso a proprio rischio e pericolo. Circa il gusto, elemento tra i più soggettivi, sottolineo che appaga, non stanca e non si altera durante la fumata. Come il diamante, il Regular è dall’accensione al fondiglio. Nato nel 1950, porta bene la sua splendida maturità, parla oltre cento lingue ma negli USA è cittadino onorario. Mi riservo il colpo del cartoccio in materia di compatibilità e quindi di miscele, qui la casa giustamente nicchia, magari tutti glielo fumassero sempre puro! Ne parlerò alla fine. 

Ho posto sul banco di prova prima il prodotto del produttore perché indubbiamente è più famoso il primo del secondo, proprio come nel classico esempio dell’Aspirina e della Bayer. Comunque alcuni cenni sulla casa bisogna pur darli. Oggi si chiama Douwe EgbertsTobacco Company ed ha sede ad Utrecht. Produce 16 milioni di kg di tabacco, l’85% in Amphora esportati pressoché in tutto il mondo. Commercia anche caffè, the, vini e coloniali. Fatte le debite proporzioni, proprio come a partire dal 1753, quando a Joure nel nord-Olanda l’omonimo fondatore iniziò a fornire un piccolo negozio, oggi santuario della Casa, di merci esotiche riportate da continui viaggi nelle colonie. Genius orange, tutto nave e bottega! Come minimo contributo personale, aggiungerò che ho assaggiato il loro caffè. Si chiama Moccona ed ha una tostatura simile, absit inizia verbis, al Nescafè svizzero. Non conosco i sigari Egberts, fumo solo Toscani, ho provato via pipa, sbagliando, i tabacchi per sigarette. Sono il Drum, chiaro scuro e noto in Italia, sul dolce ma non troppo: il Brandaris, quasi full che non mi è dispiaciuto ed il Winner, pallido ed in diverse versioni.

«Signor, mirate com’il tempo vola», ed è già l’ora di passare ai numerosi fratelli del Regular. Se ne conoscono sette, oltre ad un altro parente stretto, l’Egberts 44, che è stato venduto anche in Italia, tradizionalmente olandese nel sapore e nel taglio baai a striscia lunga. Di costoro riferirò le definizioni della Casa e aggiungerò le mie osservazioni. È di certo soltanto la mia differenziazione tra prima e seconda generazione di Amphora. Tra i fratelli di letto comprenderei quelli concepiti come il primogenito, tuttavia con le particolarità che seguono: nel «Verde», il Rich Aroma, stessa base ma profumazione assai più intensa. C’è chi vi distingue gusto di noce ma anche sentori di cioccolata, miele, vaniglia e caramello. Nel «Blu», il Mild Aroma, bouquet di più di 20 tabacchi leggeri e naturali, lo dice la Casa, ma una profumazione meno intensa, per un risultato finale morbido e delicato. Magari solo un po’, ma il «Rosso», o Full Aroma, mi sembra di spalla grossa. Così la manierata piaggeria rinascimentale indicava i nobili rampolli — e il Rosso lo è — costretti a portarsi dietro quella superfetazione dorsale che nei comuni mortali veniva più spicciamente chiamata gobba. Questo gibbo, ripeto, a mio personale avviso, consiste nel picco di rottura della linearità del gusto, provocato da una aromatizzazione temeraria che la struttura portante dei fratelli di letto non regge e soprattutto non merita. «Virginia, Burley e Orientali con una profumazione particolare a base di arancio, lampone e fiori». Lo dice la Casa. Però il 50% in più rispetto al Mild si avverte tutto, credetemi.

Quelli che io definisco della seconda generazione sono lo Scotch Whisky, il Black e il Golden. Nascendo in epoca successiva possono avvalersi delle più moderne tecniche di cosmesi, in ogni caso con esiti finali interessanti. Quello al Whisky segue una moda importata dagli U.S.A. In Europa c’è chi ha saputo resistere e chi ha ceduto. Nella definizione pubblicitaria «un sapore sempre più richiesto che non poteva mancare nella gamma Amphora» si può perfino leggere una giustificazione. Lo avete voluto, eccovelo! Tuttavia nel suo genere è ottimo e non aggressivo. Non sconfina, insomma. Il Black, tostato e fermentato un paio di volte, è un tabacco stupendo a vedersi per le suggestive screziature, buono a fumarsi, molto bilanciato e sapientemente costruito. Deve essere costato anni di sperimentazione. Non trovo somigli alle Mixtures inglesi, come si dice, se non nell’aspetto. Penso invece che sia tra i più riusciti nella ormai vasta famiglia dei Blacks, soprattutto se si considera che i tabacchi tostati paradossalmente peccano quasi sempre nella tostatura. Qui invece è accorta ed armonizzata. È uno dei trinciati che più mi ha colpito in assoluto tra i post moderni, se mi si passa una tale classificazione.

Il Golden, buon profumo, fresco alla bocca e insinuante nel gusto, ha tuttavia suscitato talune perplessità. Gli hanno attribuito scarsa personalità oppure, più benevolmente, lo hanno considerato da amatore, come spesso avviene quando ci si propone di giustificare il gradimento di pochi. Da amatore lo è, a mio avviso, ma nel senso più proprio. Ha un gusto sottile, molto venato, come quei «Blancos» che gli spagnoli definiscono «ligeros al palatar». Leggeri, d’accordo, ma per apprezzarli occorre un buon palato e il mio è tra i meno indicati, incrostato com’è di Toscani e Semois. In ogni caso, con un po’ di pazienza credo di averlo «capito». Mentre scrivo, sto fumando l’ultimo nato. È l’Amphora Ultra Mild, quando leggerete forse sarà già in vendita da noi. Stesso taglio del Regular, appena più sottile, stesse componenti di base ma di qualità più delicata, una fermentazione particolare e lieve tostatura. Sembra indovinato, ma alle prime fumate cerco di non azzardare mai un giudizio definitivo, ne riparleremo. Per ora il grado di delicatezza risulta giustificare una sorta di destinazione ai beginners.

Avevo promesso alcune miscele e qui le dò, parlando della omnivalenza del Regular. La parola è un po’ grossa, ma significa solo massimo grado di compatibilità e ancora più pedestremente l’estrema disponibilità ad essere fumato insieme con altri tabacchi trinciati di buona personalità che accetta di spartirla con chiunque, di convivere senza prevaricare né essere prevaricato. Al riguardo citerò ricette significative, di gente che dà del tu alle foglie più nobili di tutto il mondo. La “miscela Savinelli”, quale esempio di perfetta convivenza con il flake inglese: Regular e Capstan Medium, nella ricetta originaria 4 a 1 ma proporzionabile a piacimento. È una miscela d’autore tra le più riuscite e imitate. La “miscela Fincato ’80”, esperimento riuscito di convivenza totale, un gioiellino di ingegneria genetica, peccato forse un po’ troppo affollato. Regular + 7, con tanto Latakia ma anche Clan, Sweet Dublin, Balkan, Gallaher ed Exclusiv Royal, quest’ultimo non facile a fumarsi da solo. Va bene anche con i toscani, il Regular. Nella «miscela Ramazzotti» di alcuni anni fa, (poi, sembra, ripudiata o disconosciuta) Amphora, Lincoln, Comune e mezzi toscani. A me piaceva ed a quei tempi, con le tabaccherie ancora prive degli inglesi, era quanto di meglio passasse il convento. In compagnia di danesi lo troviamo nella «miscela Boccadamo» che utilizza la Mac Baren’s Mixture. Forse è una miscela interessata dato che l’autore cura l’importazione di entrambi. Però sembra che la fumi davvero. Infine, la miscela dell’Uomo del Banco. Premetto che non è né sarà celebre, tuttavia è ben fumabile ed inoltre decisamente patriottica: Regular, Italia e Brenta Personal in parti uguali. Come sottofondo musicale, chi trovasse troppo svelto il Mameli, si abbandoni al coro del Nabucco.

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