Giuseppe Basciano: tutti i segreti dell’uomo delle Charatan’s

Giuseppe Basciano: tutti i segreti dell’uomo delle Charatan’sGiulio Alessandri intervista Giuseppe Basciano. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°1, marzo 1986).

Giuseppe Basciano: tutti i segreti dell’uomo delle Charatan’s

È vero che c’è un calo nelle vendite delle pipe straniere? «Per quel che mi riguarda non è vero — dice Giuseppe Basciano — anzi, le pipe che importo io hanno avuto aumenti di vendite. Almeno le più note». E di pipe note, o addirittura famose, Basciano ne importa e distribuisce parecchie, basterebbe citare i nomi Charatan e Larsen. Proviamo a insistere: non c’è calo neppure per le francesi? Basciano nega, dice che la sua sola francese, che è la Jeantet, è su normali livelli: «Può darsi — aggiunge — che le altre francesi abbiano perso qualche punto sul mercato, ma a me non risulta neppure per la Butz-Choquin, che non importo io». Sembra inutile battere su questo tasto, vuol dire che quella che abbiamo raccolto da alcuni rivenditori sarà soltanto qualche altra provocazione, l’argomento è abbastanza ghiotto e soprattutto lui, Basciano, è l’uomo giusto, che sa di andamento del mercato, che conosce da vicino tutto e tutti. Ammesso, dunque, che qualche straniera sia in calo, da quale causa può dipendere? Forse dal prezzo alto? Negazione: anzi, le pipe di maggior prezzo sono quelle che vanno meglio, vedi le Charatan, e poi non è vero che, mediamente, i prezzi delle straniere siano in proporzione superiori a quelli delle italiane. C’è qualche artigiano di casa nostra che spara cifre inverosimili. Forse le italiane hanno, sempre mediamente, una migliore finitura? «Più che essere meglio finite, appagano di più l’occhio», precisa Basciano.

Poi concorda che c’è un «ritorno» dei modelli inglesi, diciamo pure classici; ammette che le pipe di forme libere sono «stazionarie» (anche se, aggiunge, «la Charatan può permettersi il lusso di lavorare con successo sulle forme libere»); riconosce che c’è un altro ritorno, quello del medio-piccolo. Proviamo un attacco rovesciato: è vero che le pipe straniere, sempre mediamente, sono più facili da rodare di quelle italiane? «Può essere vero — risponde — per le pipe prodotte da chi non ha il tempo, la pazienza, i mezzi economici e tecnici per lasciare stagionare la radica tutto il periodo necessario. Il rilievo vale soprattutto per qualche artigiano che non può permettersi immobilizzazioni di capitale, compra la radica e va subito a lavorarla per realizzare al più presto. Più in generale, bisogna tener presente che la migliore riuscita è data dalla radica raccolta in periodo invernale e sappiamo tutti che purtroppo andar per montagne in inverno non è comodo e c’è sempre meno gente disposta a farlo. Comunque, non mi risulta che ci sia differenza nel rodaggio, e quindi nella resa, tra le buone pipe italiane e le buone pipe straniere; sempre restando nel campo della produzione industriale onesta, delle marche che hanno un nome e un prestigio da salvaguardare».

Giuseppe Basciano, siciliano di Genova o genovese di Sicilia, è nato in effetti a Trapani, ma a undici anni stava già sotto la Lanterna e da allora si sente genovese in tutto e per tutto. I suoi grandi amori? La moglie e le pipe. Che poi sono, in qualche modo, un unica cosa, perché la moglie lo aiuta nel lavoro e il lavoro, sempre intenso anche ora che ha passato la sessantina e potrebbe respirare un po’, è tutto-pipa. Certo, tratta anche altri prodotti, ma parla volentieri soltanto delle pipe (che naturalmente fuma). Ha cominciato come rappresentante per la GBD nel 1947, si è messo per proprio conto quattro anni dopo, da un quarto di secolo ha uno stretto sodalizio (di interessi e di amicizia) con Alberto Paronelli. Gliene sono passate di pipe per le mani in tanti anni. La prima che ha importato e distribuito è stata l’inglese Clifton, ora scomparsa, poi è arrivata la Hardcastle, sempre inglese, e via via le altre. Ha venduto per un certo periodo persino una pipa norvegese, la Lillehammer, che non si fabbrica più. «Sono stato il primo — dice — a importare pipe costose. Allora ci voleva coraggio». Aggiungiamo che è stato il primo, o almeno tra i primi, ad appoggiare concretamente le iniziative del giornalista Umberto Montefameglio che poi portarono alla formazione dei Pipa Club. Segno di una passione che non si è estinta; anzi, Basciano non si tira mai indietro quando si tratta di propagandare la pipa e sul suo futuro si dichiara decisamente ottimista. «La pipa — dice — è come il cappello, che si porta o non si porta, secondo mode e stagioni, ma lo si ha e si continua ad averlo». E lui è di quelli che il cappello lo porta quasi sempre e, bisogna aggiungere, sa anche toglierselo con educata eleganza a tempo e luogo. Dati i tempi di sbracamento generale, è cosa da notare.

Altro segno di passione: conserva gelosamente un astuccio di pipe per ogni marca che ha trattato. Inutile dire che, per esempio, il cofanetto di Charatan è da custodire in cassaforte, ogni pezzo un gioiello. È ovvio che appunto la Charatan, che distribuisce per l’Italia dal 1971, sia il fiore all’occhiello di Giuseppe Basciano. Il fatto che la marca sia entrata a far parte del gruppo Dunhill non ne ha un po’ appannato l’immagine? Basciano si inalbera: «Neanche per idea. La Charatan continua ad essere sempre la Charatan, con una sua precisa individualità, la sua personalità inconfondibile. Che sia entrata nel gruppo Dunhill è solo una faccenda di concentrazione finanziaria, non ha niente a che vedere con l’aspetto produttivo che è sempre a sé, in linea con la tradizione. Anzi, posso dire con cognizione di causa che è migliorata, con l’introduzione di una mentalità più moderna, più adeguata ai tempi». Senza modestia, la Charatan continua a proclamarsi “The world’s most distinguished pipe”; e non minore orgoglio c’è nell’affermazione (ripetuta su scatole e involucri) di essere “England’s oldest briar pipemakers”, i più antichi fabbricanti di pipe di radica d’Inghilterra. Non è la sola inglese, e del gruppo Dunhill, che Basciano importa: ci sono anche Parker, Hardcastle, Masta, Mountbatten e Ben Wade. E c’è la Sasieni, una pipa di tutto rispetto che inspiegabilmente è poco diffusa da noi. Che sia quel nome italianizzante? O forse è poco pubblicizzata. Potrebbe provarlo (annotazione un po’ maliziosa) il fatto che nel recente libro «La pipa dalla A alla Z» importazione e distribuzione della Sasieni sono attribuite a un’altra persona invece che a Basciano; e per nessun’altra marca è stato commesso un simile errore.

Oltre alla francese Jeantet già nominata (e non è certo solo per questo che Basciano fa parte della Confrèrie de Maìtres Pipiers de Saint-Claude), distribuisce un bel plotone di danesi, in testa la celebre Larsen, ma non certo trascurabili Age Bogelund, Bari, Charles Fairmom. Ultima arrivata dalla Danimarca la SON (Skovbo on Nørding), che è una pipa artigianale; e in verità si tratta di un ritorno. Artigianale è anche l’unica pipa italiana di cui Basciano cura la distribuzione: è la Jonas e non stupisce che l’artigiano sia genovese. Abbiamo lasciato per ultimo un altro fiore all’occhiello dell’attività di questo massiccio cordial-severo siculo-genovese: la Bauer, la più nota marca di pipe di schiuma. La casa Andreas Bauer, ora proprietà della famiglia Mristik, è stata fondata nel 1902 a Vienna, città che è sempre stata sede della più prestigiosa produzione di queste pipe. Non per fargli i conti in tasca, ma per la curiosità di avere un’idea di quanto possa essere diffusa la schiuma in Italia, chiediamo a Basciano quante Bauer importa e distribuisce. La risposta non può essere precisa al millimetro, ma crediamo di interpretare correttamente se azzardiamo la cifra di un migliaio di pipe l’anno. Poche? Molte? Difficile dirlo. La schiuma è «impegnativa», le si accostano fumatori maturi o quelli che, possedendo un nutrito parco di pipe ritengono, giustamente, che non possa mancare anche qualche esemplare di questa nobile materia. Fumabile soltanto in casa, o comunque in situazione tranquilla, è logico che la diffusione ne sia limitata. Una nobile decaduta? Forse, ma non diciamolo a Basciano né alla fedelissima schiera di amatori che resiste compatta (con tutta la nostra considerazione e ammirazione). E crediamo che Giuseppe Basciano, pur se ne dovesse vendere meno, non rinuncerebbe mai a questo «blasone». Anche questo è segno di amore per la pipa.

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