Galateo della pipa

Galateo della pipaGiuseppe Bozzini ritorna a parlare di fumo, pipe e civile convivenza. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°4, dicembre 1985).

Galateo della pipa (per una civile convivenza)

Più di una lettera, fra le tante ricevute, pone quesiti che si potrebbero definire di «galateo pipario». Bisogna rispondere, quindi corriamo pure il rischio di fare il Monsignor della Casa in sedicesimo. C’è da premettere, come considerazione generale, che ci si dovrebbe comportare, a proposito della pipa, come per qualsiasi altra manifestazione, cioè con rispetto del prossimo. Non imporre se stesso, le proprie abitudini, i propri gusti agli altri; non arrecare agli altri fastidio o disagio.

Per scendere a qualche caso specifico, fumare tranquillamente la pipa ma parlarne poco. I fumatori di pipa, forse per il solo fatto di essere una minoranza, suscitano qualche curiosità, con relative domande. È cortese rispondere, ma conviene farlo in modo conciso, senza slanciarsi in esaltazioni, in appassionati proselitismi, in conferenze piene di particolari tecnico-estetici. Ho sempre in mente l’esemplare, icastica risposta che un grande alpinista diede a chi insisteva a chiedergli perché mai lui si ostinasse a voler scalare, con tutti i rischi connessi, quella tal montagna. «Perchè è là», rispose l’alpinista; e non aggiunse altro. Non dovunque e non da tutti si è bene accetti come fumatori di pipa. Per motivi di civile convivenza bisogna dunque, prima di tutto, trovare il modo di farsi accettare; e di fronte a ostilità o esitazioni, avere il coraggio di rinunciare, di rimandare la sospirata pipata a tempi e ambienti migliori. Se invece la fumata è possibile, farla senza ostentazioni. Il rituale che noi amiamo e che è necessario per un felice risultato (caricare in un certo modo, accendere con cura eccetera) può sembrare ridicolo agli occhi dei profani e dei sigarettari, può sembrare appunto ostentazione, posa. Non si dice di rinunciarvi, basta eseguirlo con discrezione.

Non sarebbe neanche da dire, perché questo fa parte della tecnica e del gusto più che della convivenza, ma cerchiamo di non fare la ciminiera, compiacendoci delle spesse nuvole di fumo. Il vero pipatore sa che il fumo si deve vedere appena e che solo al momento dell’accensione può alzarsi qualche nuvola. Non per nulla quello della fiamma e delle nuvolette iniziali è un momento delicato e critico, forse davvero il solo in cui si può «disturbare». Il discorso vale per un salotto come per un cinema, nel quale naturalmente non sia vietato il fumo. Non meno delicato è il momento, l’atto finale. Ma anche nella fase fumatoria si può incorrere in comportamenti disdicevoli (espressione veramente degna del nostro Monsignore). Ridurre al minimo indispensabile gli interventi con il pigino (e non pulirlo nei vestiti o — terrore della padrona di casa — sulla stoffa del divano, quindi, se mai, munirsi di pigini «a scomparsa»); non usare il dito che resterebbe comunque sporco; dimenticare lo scovolino rinunciando eroicamente a condurre a termine la fumata nel deprecabile caso di intasamento. L’acquerugiola: non esiste, si ignora. Non so se sia peggio sputare o scuotere via il liquido maleodorante, ma sono gesti da evitare anche in solitudine, figurarsi in presenza di altri. Non parlare con la pipa in bocca è il minimo che si può chiedere a chi si trovi a partecipare ad una conversazione. Ma attenzione anche a non eccedere con l’aria del vecchio saggio (fatalmente connessa con la pipa) che fa attendere e cadere dall’alto i suoi interventi, dando un paio di tirate prima di pronunciarsi.

Si diceva del momento finale. I casi sono due: o si appoggia la pipa spenta su un posacenere (è sperabile che ci sia) riservandosi lo svuotamento a un’occasione successiva; o si svuota subito (per esempio perché si è portata una sola pipa e si prevede una nuova fumata). La scelta fra le due eventualità dipende dalla situazione particolare. Ficcarsi la pipa in tasca (ma quale tasca?) così com’è, è eroismo inutile e dannoso. In caso di svuotamento immediato, usare con garbo il nettapipe, sempre servendosi del posacenere, augurandosi che i rimasugli siano pochi e decenti. Eccezionalmente si può rinunciare alla soffiata, pericolosa per i tappeti della casa che ci ospita, e alla passata di scovolino. Se nel gruppo c’è un altro fumatore di pipa, non «asfissiare» i presenti con fitto scambio di informazioni su miscele e simili. Tutto questo vale in situazioni «collettive», in casa di amici e in ufficio, in luogo pubblico e, almeno in gran parte, anche in famiglia. Ma allora la buona, comoda, tranquilla pipata si può fare soltanto in solitudine? La tentazione è rispondere di sì, ma questo equivarrebbe a negare che una pipata possa essere insieme buona e educata e composta. Cosa invece possibilissima. Diverso, naturalmente, è il comportamento nel caso di gruppo composto tutto di pipatori. Allora si può dare sfogo a ogni innocente mania, parlare soltanto di pipe e tabacchi, scambiare pareri e consigli eccetera. Anche qui, però, senza esagerare; il pipatore non è e non deve essere un monomaniaco, ci mancherebbe altro. C’è poi un atto che dovrebbe essere assolutamente evitato. Capita normalmente, tra fumatori, che ci si mostri rispettivamente le proprie pipe. È cortesia manifestare apprezzamento e ammirazione per la linea o la finitura della pipa altrui. Non è bello, invece, a pipa vuota, guardare «dentro» il fornello. Il gesto comporta infatti un giudizio, anche se non espresso. Giudizio sullo stato del fondo, sulla formazione del carbone, in poche parole sulle capacità tecniche (e sulle abitudini di pulizia) del proprietario della pipa. Purtroppo è un gesto molto frequente, ma è comprensibile che possa dare fastidio. E allora non guardare nel fornello altrui se non vuoi che si guardi nel tuo. Così, con questa massima quasi evangelica abbiamo fatto contento Monsignor della Casa, al quale chi scrive presenta le sue scuse per avere, indegnamente e incompiutamente (ma tirato per i capelli), tentato di seguirlo sulla strada da lui tracciata con tanta maestria.

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