Fumatore e collezionista

Fumatore e collezionistaDedicato ad ogni fumatore e collezionista di pipe segue un corposo articolo redazionale della rivista Smoking (n°3, settembre 1986) in cui vengono passate in rassegna svariate pipe dall’alto valore non solo simbolico.

Fumatore e collezionista

Ne conosciamo uno che possiede ventidue pipe modello 101 di Savinelli di varie dimensioni e finiture; sappiamo di un altro che raccoglie Rhodesian e Bulldog di ogni marca; altri due, che non hanno problemi economici, acquistano «fiammate» perfette, non importa di quale forma e provenienza. Sono collezionisti di casa nostra. Ogni fumatore di pipa — si dice, ed è in buona parte vero — è un po’ collezionista. Per natura, perché è uno che sa dare significato e valore (non solo in senso venale) agli oggetti; per motivi «tecnici», perché un certo numero di pipe è indispensabile per concedere a ciascuna congrui periodi di riposo; per attaccamento sentimentale, perché non si butta una pipa vecchia e perché non si sa resistere alla tentazione di una nuova. Questo è collezionismo involontario, quasi inconscio; ma c’è quello deliberato, e forse più diffuso di quanto si creda.

Stiamo parlando di pipe moderne, e quindi quasi sempre di radica. Chi colleziona antiche schiume fa parte di un mondo a sé, è un collezionista d’arte (potrebbero essere quadri o argenti), anche se spesso è un buon fumatore e da ciò nasce appunto la sua passione. Sul fumare o non fumare le pipe raccolte si potrebbe aprire un’altra distinzione. È scontato che poche schiume antiche sono fumabili (attualmente) e fumate, o perché troppo delicate o perché «tecnicamente» impossibili. Per le moderne di radica si tratta di una scelta, discutibile ma rispettabile come ogni scelta. Può un vero pipatore resistere alla tentazione di incignare una stupenda fiammata per… sentire l’effetto che fa? Pare che si possa. Pare anzi che si traggano inconsuete voluttà da una «fumata sognata» e sempre rimandata nel tempo. Gozzanianamente: «Non amo che le rose / che non colsi. Non amo che le cose / che potevano essere e non sono state…».

C’è un bel capitolo sul collezionismo nel libro The Ultimate Pipe Book di Richard Carleton Hacker, pubblicato di recente dall’Autumngold Publishing di Beverly Hills, California. Diciamo subito che è un ottimo libro, denso di fatti, scritto da uno che se ne intende di pipe come pochi. Ci intriga un po’ quell’ultimate, al quale i vocabolari danno questi significati: 1) ultimo, finale, definitivo; 2) basilare, fondamentale. Bisognerebbe chiedere a Hacker quale intende o sceglie. Comunque, la sua competenza è fuori discussione, conosce tutto e tutti del mondo pipario, ne scrive e ne parla alla radio e alla televisione, è consulente della Tinder Box che è la maggior catena di rivendite di oggetti per fumatori degli Stati Uniti. Per di più è un collezionista e ha disegnato alcune serie limitate di modelli. Che dice, dunque, Rick Hacker del collezionismo? Intanto che è un fenomeno non nuovo: tra i collezionisti celebri ricorda il Duca di Richelieu (regno di Luigi XVIII), il presidente USA Jackson, Faruk d’Egitto, un certo William Bragg che morì nel 1884 lasciando alla vedova più di 7 mila pipe. I collezionisti americani di oggi (sono da 2 a 5 mila secondo le stime) raccolgono soprattutto pipe moderne di radica. Alcuni mirano solo all’high grade, non importa la marca; altri collezionano soltanto un singolo produttore. Insomma, non ci sono regole fisse. Le pipe più appetite sono quelle non più in produzione o prodotte in pochi esemplari per la rarità della materia prima adatta a certe forme. Qualità e aspetto della radica, bellezza formale, esecuzione perfetta sono attributi paganti. Fumate o non fumate? Di preferenza quest’ultime, ma c’è anche chi gode di una certa «patina» che oggi è sempre più difficile ottenere, vigendo il giusto criterio della sempre più frequente rotazione.

Hacker esamina poi le preferenze dei collezionisti. Al primo posto, com’era prevedibile, la Dunhill che ha inconsciamente (o volutamente?) incoraggiato il collezionismo perché le sue pipe possono essere classificate e datate con precisione, e questo è apprezzato dai metodici. Metodicamente, a sua volta, Hacker spiega che fino al 1955 tutte le Dunhill ebbero un numero di “patente” e la data di fabbricazione. Omesso il riferimento alla patente, dal ’55 al ’60 c’è una cifra che denota l’ultimo numero dell’anno di produzione, numero che nel successivo decennio è sottolineato. Per gli anni ’70 le cifre sono due con una linea: 11 sta per 1971, 12 per 1972 e così via. In questo decennio la prima delle cifre è cambiata in 2, così 21 vale per 1981, 22 per 1982 eccetera. Le pipe con il vecchio numero di patente sono le più ricercate dai collezionisti americani, non solo perché «più antiche», ma perché in genere di maggiori dimensioni e di finitura più rara. A proposito di finiture, Hacker elenca: Shell, sabbiata nera (adottata nel 1917); Tan Shell, marrone rossiccio, del ’53; Redbark, «scorza rossa», sabbiata; Cumberland, sabbiata, bruno scuro, con l’orlo del fornello liscio (e appunto per questo particolare, che comporta maggiore scarto, più care delle altre sabbiate); le Cumberland, uscite nel ’79, hanno il bocchino marmorizzato su due toni di colore a somiglianza della vulcanite usata negli ultimi anni trenta; Root Briar, liscia, colore bruno leggero, uscita nel 1930 (vedi articolo correlato); Bruyere, liscia, bruno rossastro; Chestnut, la più recente, simile alla Cumberland, anche nel bocchino, ma di colore bruno scuro. Fino al 1960 Dunhill adottava una finitura in cui si sabbiavano due volte le teste, accentuando così il rilievo delle venature: è stata riesumata nel 1980 con il nome di Deep Blast. Quanto alle dimensioni, dal 1957 si va dal Gruppo 1, le più piccole, fino al 6, le più grandi e ovviamente le più rare; quelle dei gruppi 2 e 3 sono le più diffuse in Europa, le 4 e 5 sono correnti in America; alle 6 mirano i collezionisti. 

E veniamo alla famosa sigla ODA, per la quale Hacker offre una sua spiegazione che dice desunta dagli stessi archivi Dunhill. Dunque: originariamente la casa offriva fornelli con designazione dei gruppi da 1 fino a 4; per le pipe più grandi usava le lettere ODA, ODB, ODC. Ognuna di queste Oversized (sovradimensionate, si potrebbe dire) portava un numero di modello, proprio come le designazioni numeriche delle dimensioni. Per anni i collezionisti hanno creduto che ODA stesse per Oversized Dunhill America, ODB per Oversized D. Bermuda e ODC per O.D. Canada. Questa era la versione dei collezionisti americani. Sbagliata. OD stava effettivamente per Oversized Dunhill, ma la lettera successiva indicava semplicemente la dimensione: la ODA, insomma, era più grande di una Gruppo 4. Pare che questo sistema di classificazione sia proseguito fino all’ODF, ma pochi hanno visto queste pipe e già sono rare le B e le C. Si tenga conto che le differenze tra le varie pipe sono soltanto di uno o due millimetri in altezza e in diametro, con qualche deviazione ammessa per le varianti. Pare che nel 1975 sia stato eliminato questo sistema di lettere per indicare le dimensioni. Forse anche per questo le ODA sono molto ambite dai collezionisti. Dunhill usava lettere anche per la sua serie DR di fiammate selezionate, con quel DR che stava per Deep Root o Dead Root o per le iniziali dell’artigiano che faceva le pipe: la versione cambia secondo chi la racconta. La designazione DR era seguita da una lettera: si cominciava dalla A e teoricamente si andava fino alla DRJ, la perfezione. Hacker dice di conoscere un uomo di spettacolo che fuma una DRH, uno dei pezzi più notevoli di ogni collezione odierna; e ricorda che una DRD è stata venduta nel 1982 per 1.300 dollari. Ora la sigla DR è stata sostituita con un sistema di stellette: una stella equivale alla vecchia DRA. Le stelle possono arrivare fino a sette, ma è un dato del tutto teorico. Pur con tutte le spiegazioni (e il libro di Hacker ne è pieno) collezionare Dunhill vuol dire sapere orientarsi in un mare di confusione; ma «naufragar m’è dolce in questo mare», per fare un’altra citazione poetica.

Poco diffusa in Italia, è oggetto di collezione in America la produzione Sasieni; in verità è sempre stata più popolare negli Stati Uniti che nella sua stessa patria, l’Inghilterra. Joseph Sasieni, che aveva lavorato per Dunhill, quando si mise in proprio segnò le sue pipe firsts con un punto blu sul bocchino e con il numero di patente. Negli anni venti, cominciata l’esportazione in America, ci furono cause con la Dunhill secondo la quale la Sasieni One Dot «first» era troppo simile alla Dunhill White Dot. Allora Sasieni mise quattro punti (Four Dot) per il mercato americano, mantenendo il One Dot in Europa. Quasi subito il distributore americano lo persuase a replicare il marchio dei quattro puntini anche sul lato destro del bocchino, in modo che lo si vedesse da entrambe le parti. Così Hacker spiega la leggenda Eight Dot, e così si spiega anche la rarità delle Four Dot, prodotte per brevissimo tempo e oggi ambite dai collezionisti (ce ne sono che arrivano ad acquistare anche le varianti di colore dei quattro puntini blu). Quando Alfred Sasieni, succeduto al padre, riprende la produzione interrotta durante l’ultima guerra, trova che sia troppo costoso (anche se destinato al ricco mercato americano) inserire otto punti in ogni pipa (forare, infilare la barretta blu, tranciare, scartavetrare, lucidare eccetera). Così si torna al vecchio marchio dei quattro punti sul solo lato sinistro (e sempre per le pipe di alta qualità) e lo si continua fino al 1979 quando Sasieni cede la ditta (e l’evento è celebrato con una tiratura limitata di Eight Dot numerate). Durante gli anni Sessanta arriva sul mercato qualche pipa Two Dot (legno con meno venature e carattere). Altre Sasieni collezionate sono le King Size e alcune delle Four Dot Canadian e di forme inusuali. Hacker consiglia anche le vecchie One Dot europee (con numero di patente) rare e pregevoli, sottostimate da quei collezionisti che guardano ai punti e non al legno. Alfred Sasieni è rimasto come direttore dell’azienda che ha sempre nel mercato americano lo sbocco principale per le serie Four Dot in finiture Natural, Walnut, Rustie e Ruff Root (sabbiata marrone rossiccio e bruno scuro). Le Two Dot sono considerate «seconde».

Apprezzate prima per la qualità del fumo e poi divenute oggetto di collezione le Barling. La famiglia è nota nel tardo ’700 per i lavori di argenteria. Nel 1812 Benjamin Barling si mette a fare pipe di schiuma, con finiture d’argento; pipe che vincono un premio alla Grande Esposizione di Londra del 1851. Poi, tra i primi, passaggio alla radica. Nel 1960 la famiglia vende all’Imperial Tobacco Company; la produzione perde gradualmente d’identità, scompare addirittura il nome. Verso il 1970 un gruppo inglese acquista il marchio e organizza, senza legami con la famiglia, la Barling Pipes Limited nell’Isola di Man. Si rifanno, con nuove macchine, i vecchi modelli. Keith Alien, già della Comoy, si unisce all’impresa che successivamente acquisisce la consulenza di Ron Hardin, che faceva parte della vecchia Barling. Tra il ’79 e l’84 le pipe Barling si riaffacciano sui vari mercati, ultimo quello americano. Per i collezionisti valgono solo le pipe del primo periodo fatte in genere con buona radica venata, anche se curiosamente erano poche le fiammate. Inoltre avevano imboccatura a fishtail molto larga e confortevole; alcuni modelli erano singolari, come la Brandy Glass (a forma di bicchiere da cognac).

La Charatan è stata la prima, sul mercato americano, a infrangere il muro dei cento dollari: si era all’inizio degli anni sessanta, quando la casa inglese uscì con la Supreme (S 100), il massimo di allora. Poi vennero la S 200 e la S 250. È attribuita alla Charatan la pipa più cara del mondo, la Summa Cum Laude, una grossa fiammata, cuneiforme, con cannello quadrato. Quando apparve nel 1976 costava 2.500 dollari. La rarità del legno è tale che — sembra — di queste pipe ne sono state fatte soltanto tre; la loro valutazione attuale supera i 10 mila dollari. Della Charatan sono molto apprezzate dai collezionisti le freehand, molte delle quali sono «d’autore», cioè si sa che sono state fatte da Dan Tennison che ha lavorato nella ditta per oltre 50 anni. Ricercate anche le Giant prodotte negli anni Cinquanta. I collezionisti lamentano difficoltà nella classificazione: per esempio non tutte le freehand hanno la dicitura FH, alcune Supreme hanno una fiamma meno bella di qualche Selected che dovrebbe essere di grado inferiore. La Charatan ha anche fatto pipe particolari per alcuni clienti e queste non si trovano catalogate né figurano in qualche carta dei modelli. Le dimensioni sono indicate da numeri di gruppo, ma anche questi non sono facilmente classificabili. Hacker è comunque del parere che valga la pena di collezionare ogni Charatan grande e high grade perché rare e destinate a diventarlo sempre di più.

A questo punto Hacker parla di Savinelli. Citiamo quasi testualmente dal libro: «La Savinelli è un’altra qualità ben degna di collezione. Notevoli in particolare le top-of-the-line Autograph, che includono freehand e i più grandi pezzi di radica. La prima Autograph uscì nel 1962. C’è anche una Triple-0 Autograph che è il massimo di perfezione nella produzione Savinelli per quanto concerne la grana del legno, ma queste pipe si trovano di rado. Di particolare interesse per il collezionista è la Savinelli Linea ’76, un’offerta speciale limitata per il centenario della casa. Ci sono sei diverse forme nelle serie di Linea ’76, quattro dritte e due curve, ognuna fatta di radica eccezionale con uno styling moderno… Alcune di queste nuove forme sono apparse nella linea Savinelli 1984: si tratta delle limitate edizioni non comprese nell’offerta 1976. Le pipe Linea ’76 erano tutte high grade ‘firsts’ vendute, allora, a cento dollari ciascuna. Ognuno dei sei modelli era disponibile in finitura liscia o sabbiata. Le dodici pipe formano un set unico che non è facile vedere oggi».

La Comoy è la più antica del mondo ancora in attività e una delle prime a stabilirsi a Londra. Il top della collezionabilità è la Specimen Straight Grain, senza il più piccolo segno, grossa taglia, tanto rara che l’ultima, pare, fu fatta nel 1980. Segue la Selected S.G. e quindi viene la famosa Blue Riband, la più diffusa tra i collezionisti. Il nome viene sia dall’Ordine della Giarrettiera, sia dal «nastro azzurro» per la velocità navale. Introdotta nel 1932 è tutt’ora in produzione. La radica per la Blue Riband è più piccola di quella per la Specimen, ma ugualmente priva di imperfezioni, quindi piuttosto rara. Nel 1984 ne sono state fatte soltanto quattro. La finitura è naturale, il disegno a fiamma o occhio di pernice. Per ironia non c’è niente di blu nell’intera pipa, ma in un anno durante la seconda guerra mondiale fu effettivamente adottata una C blu sul bocchino e questa variante, come rarità aggiuntiva, è molto ricercata. Sono pipe che non figurano in listino, vendute soltanto per assegnazione; nell’ultimo decennio la Comoy ha fatto meno di 120 Blue Riband. Si colleziona anche la Extraordinaire: il nome indica pipe che hanno appunto qualcosa fuori dell’ordinario, come un cannello lunghissimo o un fornello più alto della media. Per un certo periodo sono state prodotte le Monogram, una serie di pipe miniatura. Una pipa speciale per il 150° anniversario è uscita nel 1975, al prezzo originale di 150 dollari, comprensivo di vera d’oro e di un particolare certificato.

Un’altra citazione quasi testuale per la Castello «di gran lunga la più collezionabile di tutte le pipe italiane». Supremamente fumabile — scrive Hacker — ha tutti i requisiti per i collezionisti, compresa la difficoltà di trovarne. Le prime pipe di Carlo Scotti — continua — erano del 1948, marcate «Mi Reserva»; avevano un fornello piccolo e forme classiche con una barretta bianca inserita nel bocchino in lucite nera. Poi arrivò l’ormai famoso rhinestone, «cristallo di rocca»: una storia che pochi conoscono. Nel 1952 Wally Frank, il celebre tobacconist della East Coast, fece un viaggio d’affari in Italia e si imbattè nelle pipe di Scotti; gli piacquero e decise di importarle negli Stati Uniti. C’era però un piccolo problema: la barretta bianca di Scotti risultava quasi identica al marchio che Frank usava per la sua linea di pipe White Bar. Soluzione ovvia: Scotti avrebbe semplicemente cambiato il suo logo. I due uomini — poetizza Hacker — si sedettero al caldo sole italiano e saltò fuori l’idea di fare un foro nel bocchino, inserirvi un pezzetto di foglio d’argento spiegazzato, sigillandolo sopra con lucite trasparente. Era nata una leggenda e anche oggi qualche collezionista è convinto che ogni Castello ha dentro un diamante o nella peggiore delle ipotesi un cristallo di rocca. Leggenda a parte, conclude Hacker: «la superba lavorazione e fumabilità della Castello è in realtà ciò che costituisce il vero valore della pipa».

Anche la Caminetto è una tipica pipa da collezione: della sua storia e della sua resurrezione si parla in altra parte della rivista (leggi l’articolo). Dopo aver accennato alla Kaywoodie, una pipa da grande magazzino ma che ha dietro una vicenda che rende collezionabili gli esemplari degli anni venti e trenta, il libro di Hacker dedica un po’ di spazio alle pipe danesi. Per la verità ci aspettavamo un discorso più lungo, vista la grande considerazione che hanno per queste pipe i collezionisti italiani che conosciamo. Comunque Hacker ricorda che tra le prime ad arrivare in USA furono le Larsen, le Kriswells, le Knute e quelle marcate da Pibe Dan. Definisce «collezionabili in alto grado» oggi le Erik Nording, le W.O. Larsen e le Preben Holm.

Aggiungiamo rapidamente alcune curiosità, sempre tratte dal libro di Rick Hacker. Nel Guinnes dei primati figura la pipa più cara del mondo: 15.000 dollari, si chiama Flying Horseman e ovviamente si tratta di schiuma scolpita. Un set del 1982 con quindici pipe fatte da altrettanti membri della Confrèrie des Maìtres Pipiers de Saint-Claude era valutato 30.000 dollari. La prima pipa di Natale fu fatta da Comoy nel 1976. Seguì Dunhill nel 1980, che ne fece soltanto cento: la numero 1 fu data a Richard Dunhill e la 2 fu collocata nel museo della casa. La versione ’82 in 250 pezzi (contenitore a forma di libro) è stata venduta a 425 dollari; stesso prezzo per le grosse della versione ’83. La Zenith uscì nel 1981 con 2 mila pezzi di porcellana di Delft. L’autore del libro ha disegnato pipe commemorative di Sherlock Holmes: di una calabash di radica con vera d’argento sono stati fatti 221 pezzi numerati; della pipa di John H. Watson 400 pezzi. Interessanti alcune considerazioni generali. Non sempre è un affare per le ditte produrre serie di pipe speciali per collezione, perché questo può interferire sulle vendite normali. D’altra parte certe edizioni limitate vendono presto a prezzi molto più alti che non le stesse pipe in versione non commemorativa. In qualche caso c’è il valore aggiunto di finiture in metalli preziosi o quello del particolare contenitore. Per il vero collezionista, dice Hacker, se un pezzo è desiderabile non fa differenza che la pipa sia stata fumata o no. E ancora: «Se voi potete identificarvi con la pipa e sentire che essa è parte di voi (e perché avreste comprato una pipa che non lo sia?) allora fumatela. In effetti ricaverete doppio valore dal vostro investimento, godendolo fisicamente come possedendolo». 

La conclusione: compra ciò che ti piace e non cercare l’affare. Per noi, invece, non c’è conclusione. Anzi, questo ampio saccheggio del bel libro di Hacker ci serve proprio da inizio. Vogliamo, cioè, aprire un discorso con i collezionisti di casa nostra. Discorso difficile, lo sappiamo: riserbo, ritrosia, perché no… timore del fisco. Ma sappiamo che non è assolutamente vera la troppo facile equazione collezionista uguale ricco. Conosciamo collezionisti che sacrificano alla loro passione altri piaceri, altri agi, altre spese più o meno superflue. Ne conosciamo che sono riusciti a mettere insieme collezioni di tutto rispetto senza dilapidare patrimoni, con acquisti fatti nell’occasione opportuna, con il fiuto, con la ricerca paziente, magari con gli scambi. Ecco, noi vorremmo aiutare questi appassionati, con la dovuta riservatezza. Aiutarli a conoscersi fra di loro, a essere informati del particolare «mercato», a scambiarsi notizie e, magari, pipe. Offriamo, insomma, un servizio — e disinteressato — alla loro passione. Vedremo insieme come ci si potrà organizzare: cominciate a scriverci e a darci suggerimenti.

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