Fumare è un bere asciutto

Fumare è un bere asciuttoIl ‘nostro’ Giuseppe Bozzini recensisce (e commenta, con brio) il libro “Il paradiso il gusto e il buonsenso” scritto da Wolfgang Schivelbusch. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°4, dicembre 1988).

Fumare è un bere asciutto

Wolfgang Schivelbusch è nato nel 1941 a Berlino, dal 1973 vive a New York. La mia ignoranza è grande, di questo signore non so nulla di più di quanto è scritto nel risvolto di copertina del suo libro di cui mi accingo a parlare. Veramente il suddetto e laconico risvolto dice anche: «Tra le sue opere, Geschichte der Eisenbahnreise (1978), Lichtblicke (1983)»; ma questo non aggiunge molto, specie per uno che non sa il tedesco. Qui interessa il libro (fortunatamente tradotto in italiano da Ranieri Callori) che l’editore De Donato (ben ritrovato!) ha mandato da poco in libreria con il titolo “II paradiso il gusto e il buonsenso” (230 pagine, 28.000 lire). Titolo un po’ enigmatico che dovrebbe essere spiegato dal sottotitolo “Una storia dei generi voluttuari”. Dico dovrebbe perché in realtà Schivelbusch non si limita a raccontare la storia delle spezie, del caffè, della cioccolata, del tabacco: ricorrendo a esempi tratti dalla vita quotidiana (ma senza scadere nell’aneddotica), analizza l’influenza che questi beni hanno avuto sulla vita dell’uomo moderno.

Sono pagine acute e divertenti, nelle quali, per esempio, si trova risposta a domande come queste: perché nel Medioevo si ha un gusto così spiccato per i cibi aromatizzati e come mai esso sparisce all’improvviso nel XVII secolo? Perché nel ’700 l’aristocrazia beve di preferenza cioccolata mentre la borghesia rimane fedele al caffè? Come mai nel XVIII secolo si preferisce il tabacco da fiuto mentre prima lo si fumava nella pipa e poi arrotolato in sigari e sigarette? E’ evidente che qui interessano appunto le parti dedicate al tabacco, sulle quali mi permetterò di avanzare qualche perplessità; dopo avere ribadito che il libro è intelligente e si legge volentieri, due qualità che non sempre convivono. Ma procediamo con ordine e passiamo alla prima citazione:

« Dei generi voluttuari introdotti nella cultura europea all’inizio dell’età moderna, il tabacco è certamente il più bizzarro. Esso porta con sé forme di consumo completamente nuove. Sotto questo aspetto, caffè, tè e cioccolata sono meno rivoluzionari. […] almeno la forma in cui si gustano è familiare. Per quanto invece si fa con il tabacco, per lungo tempo viene a mancare un vocabolo proprio. La parola ‘fumare’ si afferma nell’uso corrente solo durante il XVII secolo. Fino a quel momento ci si aiuta con l’analogia del bere e si parla di ‘bere fumo’ e ‘bere tabacco’. Ancora nel 1658 il predicatore e scrittore gesuita Jakob Balde pubblica la sua satira contro il fumo con il titolo “L’ebrezza asciutta” ».

L’analogia con il bere — prosegue Schivelbusch — ha anche un certo fondamento farmacologico. La nicotina si può paragonare nei suoi effetti più all’alcol che alla caffeina. La nicotina non stimola il sistema nervoso, lo calma. Il paragone del tabacco con l’alcol rimane valido anche quando si considerino gli effetti sgradevoli che esso provoca sui principianti: senso di vertigine, vomito e sudorazione sono gli effetti dei primi approcci con il fumo. Solo con l’abitudine — come del resto accade per l’alcol — si giunge a gustarlo.

« Quando nel XVII secolo il fumare viene inteso come ‘bere asciutto’, con ciò si intende qualcosa di più della semplice assunzione del termine per analogia con il bere, dovuta alla forma bizzarra con la quale lo si gusta. La caratteristica ‘secco-asciutto’ stabilisce un collegamento sottile con l’altro genere di consumo voluttuario nuovo, il caffè. La medicina del XVII e XVIII secolo descrive il caffè come una sostanza secca la cui maggiore proprietà è quella di asciugare i fluidi corporei delle persone. Questa credenza si fondava sull’antico schema medico dei quattro fluidi corporei e dei quattro temperamenti umani. In modo del tutto analogo la medicina dei secoli XVII e XVIII vede gli effetti del tabacco. […] Come il caffè, anche il tabacco prosciuga un fluido corporeo particolare, il ‘muco’ ». 

Qui l’autore cita testi dell’epoca che illustrano gli effetti del tabacco, tra cui uno anti-erotico; e naturalmente accenna anche a giudizi negativi. Nel paragone con il caffè, l’effetto del tabacco viene definito con termini come tranquillità, comodità, contemplatività, concentrazione. Gli antichi testi, trovano riscontro nelle affermazioni di un moderno autore medico Kurt Pohlisch, pure citate: 

« L’attività del fumare si compone di una varia e ricchissima combinazione di movimenti finalizzati e di espressioni… Già dal punto di vista motorio, non solo grazie alla nicotina, il fumo scioglie condizioni psicomotorie di tensione; trasforma stati di eccitazione in un insieme tranquillizzante di movimenti. La mano nervosa, irrequieta, fumando si occupa in maniera finalizzata… Il fumo procura occupazione nell’ozio e ozio nell’occupazione… Per quanto riguarda gli aspetti motori, farmacologici e psicologici il fumo procura buonumore, disposizioni d’animo dalle sfumature più diverse e stimolo per i lavori di concetto, una gradevole tranquillità, una paciosa mancanza di desideri, una piacevole socievolezza ».

Fumo e lavoro di concetto sono un binomio strettamente unito già per gli autori dei secoli passati; inoltre il fumo è un’attività che previene e combatte tutti gli inconvenienti della vita sedentaria. 

« Nel fumo, l’uomo che ormai lavora di concetto scarica le energie superflue, quelle energie fisiche ormai diventate disfunzioni che invece l’uomo pre-borghese eliminava con il lavoro fisico, con la caccia, con i tornei, ecc. In questo senso il fumare è definibile come comportamento sostitutivo. Il fatto che sia anche cosa piacevole non cambia nulla ». 

« Lo sviluppo della civiltà europea negli ultimi tre secoli è stato caratterizzato anche dalle forme con le quali si fumava. La funzione di base — calmare e concentrare — è rimasta; mutate, invece, sono le forme nelle quali essa si è realizzata. […] Nel ’600 e nel ’700 la pipa è lo strumento principale con il quale si fuma. All’inizio dell’800 viene ad aggiungersi il sigaro, mentre la sigaretta arriva nella seconda metà dell’800. Se si cercasse un’espressione con la quale poter descrivere questa evoluzione non resterebbe che servirsi del termine accelerazione. L’accelerazione, forse, è in assoluto il fenomeno caratterizzante l’epoca moderna. L’industria produce sempre più beni in un tempo sempre minore, e gli uomini consumano questa marea continuamente montante di beni con pari velocità. […] Nella storia del fumo questa fretta si manifesta nella semplificazione e nell’abbreviazione dei procedimenti usati per fumare. […] Mezzo secolo dopo la comparsa del sigaro, il processo di accelerazione si rinnova ancora con la sigaretta. Come il sigaro, ora viene offerta pronta all’uso e da esso si differenzia principalmente per il minor tempo necessario a fumarla. La sigaretta è leggera e corta sia nel senso fisico che farmacologico e temporale del termine. La lunghezza di una sigaretta – nuova unità di tempo informale – si differenzia da una lunghezza di sigaro come la velocità di una carrozza postale da quella di un’automobile. La sigaretta rappresenta un concetto di tempo diverso da quello del sigaro. La calma e la concentrazione che prova un fumatore di sigarette del XX secolo sono diverse da quelle provate dai fumatori di pipa o di sigaro del XIX secolo. Nel XX secolo i fumatori di pipa o di sigaro sono una categoria a se stante. Costoro manifestano l’evidente pretesa di distinguersi dal modo corrente di fumare, dalla sigaretta. Per essi non aiuta il concetto dominante tempo-misura, ma un altro, artificiale, che si può identificare nei termini di snobismo, nostalgia e simili. Per la comprensione dell’epoca, i fumatori di pipa o di sigaro del XX secolo hanno la stessa importanza — o non importanza — degli amatori di macchine antiche, sono cioè interessanti solo come aspetto negativo dell’epoca stessa ».

E’ evidente che a questo punto ogni fumatore di pipa… ha almeno un sobbalzo. Andiamoci piano, signor Wolfgang Schivelbusch. Saremo magari anche un po’ snob e nostalgici, ma noi nella pipa troviamo proprio “Il paradiso il gusto e il buonsenso” che — guarda caso — è il titolo del suo libro. Lei si è lasciato trascinare dalla tesi, senza dubbio acuta e suggestiva, e non ha messo in conto le molte componenti dell’abitudine che abbiamo scelto. Noi non abbiamo la “pretesa” di distinguerci dal modo corrente di fumare, cioè dalla sigaretta; semplicemente preferiamo un altro “modo”; e se non è “corrente”, se ha la conseguenza di “distinguere”, non l’abbiamo voluto, perché la nostra scelta è proprio una questione di “gusto e buonsenso”, la pipa ci soddisfa, ci dà piacere, “ci fa bene”. D’accordo, avremo scarsa (o nessuna) importanza ai fini della comprensione dell’epoca, come dice lei, ma anche è una “pretesa” che non ci appartiene, siamo contenti così (e siamo dei modesti). La storia classificherà la nostra come “epoca della sigaretta”? Si accomodi pure, ma questo non toglie che noi siamo nel nostro tempo, lo viviamo compiutamente, godendolo e soffrendolo come tutti. Ci secca un po’ — ecco — che lei, classificandoci “categoria a se stante”, ci consideri come dei sopravvissuti, come quelle rare specie animali che alcuni definiscono “fossili viventi” perché, non si sa come, continuano ad esistere in un’era che non è più la “loro”. 

Mi secca, insomma, essere un mosco pigmeo o tragulo che – lo dice David Attenborough – « rappresenta i primi mammiferi ungulati che brucarono nelle foreste di 50 milioni di anni fa ». Lo stesso grande divulgatore osserva: « Solo in rari casi una specie vivente sembra simile a una i cui resti fossili sono conservati in rocce risalenti a varie centinaia di milioni di anni fa. Una tale specie si è trovata a occupare una nicchia ecologica che è rimasta immutata per lunghi periodi e che si adattava in modo così perfetto alle sue caratteristiche da non determinare alcun mutamento. Di solito, però, le specie viventi differiscono, pur potendo condividere caratteri essenziali con i loro lontani ascendenti ».

Dunque (a parte che il paragone “fossile” ci ha portati un po’ lontano, è il caso di dire), saremo dei sopravvissuti, ma non abbiamo niente in comune con Sir Walter Raleigh, grande fumatore e propagandista della pipa a cavallo tra ’500 e ’600. Altri tempi, altre pipe… altri cavalli. Il nostro Schivelbusch afferma che « per il fumatore del XX secolo la sigaretta, che si fuma nello spazio di 5-7 minuti, contiene lo stesso potere di concentrazione e di rilassamento di un sigaro, consumato in mezz’ora da un fumatore del XIX secolo ». Ma poi lui stesso cita lo storico della cultura Alexander von Gleichen-Russwurm, secondo il quale (già nel 1914) la sigaretta è « simbolo della vita moderna che non concede riposo né, nei discorsi seri, asseconda l’approfondimento e la riflessione. Essa stimola, sì, ma si estingue non appena il pensiero che ha stimolato s’infiamma. Con poco sforzo di mani oziose, la sigaretta offre all’ospite di passaggio l’apparenza di un ambiente gradevole e funge da simbolo di una casa ospitale quando la mancanza di tempo non permette di offrire di meglio ». Se questo è il risultato del processo di semplificazione, abbreviazione e accelerazione, è comprensibile che noi fumatori di pipa non ci si lasci coinvolgere in questo processo. Il quale — osserva Schivelbusch — colpisce la stessa sigaretta quando, per esempio, fa scomparire il bocchino e fa scomparire il portasigarette. 

Il libro di cui ci stiamo occupando esamina acutamente anche l’espansione sociale del fumo (progressivo inserimento delle donne) e l’espansione degli ambienti da fumo. Per quanto riguarda le donne si dicono cose che ben conosciamo. Quanto agli ambienti: « Fin quando fumare pipa e sigaro comporta lo sviluppo del fumo restando prerogativa esclusiva degli uomini, esso rimane limitato ad ambienti ben precisi. L’appartamento borghese del XIX secolo comprende una stanza — la stanza da fumo o salotto dei signori — riservata appunto a tale scopo. Fuori da questo ambiente fumare è proibito. Ciò vale specialmente per i luoghi pubblici all’aperto dove il divieto di fumare sarà assoluto per molto tempo ancora. In origine la misura si giustificava con il pericolo d’incendio in città dove le case erano prevalentemente di legno. Quando poi questo motivo non fu più valido, il divieto di fumare in pubblico divenne simbolo di repressione politica. Per il fumo, la ‘conquista’ di strade, piazze e parchi significò assumere un carattere politico-simbolico simile a quello già proprio del movimento di emancipazione ». A proposito dell’importanza politica del fumo, Schivelbusch nota che il sigaro era anche strettamente legato al fatto oggettivo che i sigarai erano l’avanguardia militante del movimento operaio del tempo. Furono essi a fondare in Germania il primo e più radicale sindacato. « Curioso fu poi il cambiamento della simbologia del sigaro che divenne status symbol dell’imprenditore capitalista ».

Condividi:

Aggiungi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *