Estate e fumo

Estate e fumoGiulio Alessandri, nel pezzo che segue, da i suoi suggerimenti per fumare la pipa anche in estate nonostante il caldo. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°2, giugno 1983).

Estate e fumo

Si sa, il calduccio del fornello, tanto gradevole nell’inverno, lo è decisamente meno in periodo di canicola. Estate e pipa non vanno molto d’accordo, come del resto starebbe a provare la minore diffusione di questo modo di fumare nei paesi caldi. C’è addirittura chi abbandona completamente la pipa per un paio di mesi, concedendosi alle odiate sigarette, per tornare poi all’«amato bene» ai primi freschi di settembre. Oltre al fattore della temperatura c’è da considerare che in genere il periodo estivo è per tutti più movimentato, si va più in giro, si fa maggiore attività fisica, si sta molto di più all’aperto, e la pipa — va riconosciuto — non è molto amica del movimento (anche se c’è qualche sciagurato, visto da chi stende queste note, che fuma la pipa in moto, intendendo per moto proprio il veicolo a due ruote, piuttosto veloce e quasi sempre rumoroso). Non condividiamo questa faccenda dell’«agosto pipa mia non ti conosco», ma non condanniamo nessuno, rispettiamo abitudini e debolezze; siamo però del parere che si possa tranquillamente continuare a fumare la pipa anche d’estate, superando qualche inconveniente, adottando qualche accorgimento.

Intanto, il tipo di pipa. Il movimento comporterebbe pipe corte e leggere, ma è notorio che sono quelle che si scaldano di più e portano alla bocca il fumo a temperatura più elevata. Un compromesso è offerto dalla pipa corta ma con abbondante legno nel fornello; magari una semicurva; e — perché no — una sabbiata o rusticata, la cui maggiore superficie disperde il calore e inoltre risente meno delle mani sudaticce. Per le fumate «sedute», invece, adattissima la lunga canadese, che assicura fumo fresco. Anche qui, se vogliamo pignoleggiare, ci sarebbe una controindicazione, rappresentata dalla polvere, sempre più diffusa nella secca atmosfera estiva. Ma si può ovviare curando meglio la pulizia, del resto parzialmente favorita dal fatto che la pipa, col caldo, asciuga più rapidamente. S’intende che le scelte dipendono molto dal luogo. Quel che vale in montagna non va bene per la spiaggia e viceversa. Così, una curva, ideale per una passeggiata nei boschi, non è consigliabile da portare sotto l’ombrellone al mare. E i pescatori, allora, la cui immagine è codificata con la pipa curva sempre in bocca? Intanto, è quella che sta meglio e a lungo fra i denti senza pesare troppo e lasciando libere le mani; e poi il pescatore se la deve vedere solo con la salsedine, mica con la polvere di una spiaggia!

Altro problema, il vento, che «si fuma» la pipa al posto nostro. Non usano più tanto, ma ci sono le pipe col coperchio sul fornello; e se uno sa di dover passare un certo periodo in un luogo ventoso può sempre ricorrere ai coperchietti mobili in commercio. Anche qui è possibile rilevare una contraddizione. La temperatura elevata consiglia tabacchi secchi, sia nel senso della scarsa umidità, sia nel senso di «magri». Ma se l’uso di trinciati leggeri, di poco corpo, non troppo aromatizzati, non dolci (possono essere anche robusti) va bene, il secco nel senso di privo di umidità brucia troppo rapido all’aperto (e scalda). Insomma, anche nella scelta del tabacco, ragionevoli compromessi e attenzione alle specifiche condizioni dell’uso. Alcuni cambiano la miscela abituale, adottandone una «estiva». Convinti sostenitori della «libertà di trinciato» (anche se ammiriamo i fedelissimi, i monogami, sempre lo stesso tabacco mattina e sera, piova o faccia bello, a digiuno o dopo una poderosa mangiata), diciamo che fanno bene. Tengano presente che col caldo e contrariamente a quanto molti credono è meglio il trinciato Forte che una «grassa» mixture inglese, che i full e i «continentali» molto aromatizzati sono più adatti all’inverno, che sono consigliabili taglio grosso e forza media.

L’estate comporta anche qualche piccolo problema di conservazione. Il trinciato della busta che normalmente si porta appresso, nel giro di un paio di giorni si può trasformare in polvere. Nei vasi a non perfetta tenuta la temperatura elevata e la scarsa umidità atmosferica «prosciugano» eccessivamente il tabacco. Se l’inconveniente si verifica, si stende il tabacco su un bel foglio di carta bianca e lo si riporta al giusto grado di umidità con il sistema dello spruzzatore. Proprio come quelli che si usano per i profumi (ma che, naturalmente, non ne abbia mai contenuto). Il tabacco va spruzzato (con acqua) su tutta la superficie, meglio due o tre spruzzi brevi, e ogni volta rivoltare, che uno solo lungo. Rimestare sempre a fondo. Sia chiaro che inumidire in questo modo (o in modi analoghi) non equivale a restituire automaticamente e completamente freschezza e aroma. Per molti fumatori il tabacco così trattato prende un sottile «sentore d’acqua» non gradito; per questo preferiscono ricorrere all’umidificazione con alcolici, puri o diluiti in acqua. Così, però, si ottiene non solo umidificazione, ma anche aromatizzazione; e c’è chi non l’apprezza, specie d’estate. Un sistema per restituire umidità che molti adottano è quello dei dischi di carta assorbente imbevuta d’acqua da collocare nel vaso: uno strato di tabacco, un disco, un altro strato e così via. In un vaso medio bastano due o tre dischi, da non lasciare più di un paio di giorni.

Ma c’è addirittura una pipa che si può definire tipicamente «estiva», quella del generale Mac Arthur e di Braccio di Ferro, fatta con la pannocchia di uno speciale granoturco, la corn-cob pipe (vedi anche l’articolo: “Pannocchia, polenta e pipe“) . Scrive Giuseppe Bozzini nel libro «La mia pipa»: «I maligni consigliano di non togliere l’etichetta che sta sul fondo del fornello, per evitare di strappar via anche lo stesso fondo. Sono pipe da pochi soldi, destinate a durare pochi mesi. Poi si gettano senza rimpianti. Danno un fumo fresco e un po’ insapore (aggiungiamo, anche un po’ acre: n.d.r.). Sappiamo persino il nome di chi l’ha inventata: l’agricoltore John Scharne di Warren Country nel Missouri. L’invenzione avvenne nel 1869, ma lo sfruttamento industriale cominciò qualche anno dopo. Si fabbricano a milioni. Alcune hanno finiture che vorrebbero impreziosirle e sono generalmente di gusto orrido. Con le più semplici — e più economiche — ci si può divertire in qualche fumatina non impegnativa, specialmente d’estate». 

Bisogna però tirare piano, aggiungiamo, altrimenti scottano. Non hanno problemi di trinciati, vanno tutti bene. Nei limiti della pipa, s’intende. Alla quale si può dedicare ancora qualche riga, tanto per soddisfare eventuali residue curiosità. La sua culla è Washington, non la capitale degli Stati Uniti, ma una città sul Missouri che porta lo stesso nome e si trova a un centinaio di chilometri da Saint Louis. Questa Washington è al centro del “corn belt”, la grande fascia del granoturco che dà quasi la metà della produzione mondiale. Era fatale che la pipa di pannocchia nascesse qui. La leggenda dice che un pioniere olandese (il cognome, secondo questa versione, sarebbe stato Schranke) si rivolse appunto a un falegname di Washington per farsi tornire fornelli da pipa con alcuni nuclei stagionati di pannocchia. Il buon olandese scompare subito dalla storia, il falegname intravede i possibili sviluppi commerciali della faccenda e nel 1872 avvia la produzione industriale fondando una fabbrica con l’altisonante nome di Missouri Meerschaum Company. Altisonante e fuorviante, perché non è certo la schiuma la materia prima che vi si lavora.

Questa fabbrica, rilevata nel 1912 da E.H. Otto (la cui opera è stata poi proseguita dal figlio), è ancora oggi la maggiore, affiancata, sempre nella stessa zona, da altre due o tre. Da sola produce sui dieci milioni di pipe l’anno. Riceve la materia prima da una trentina di farms che coltivano, come accennato, una razza selezionata di granoturco che produce pannocchie di grandi dimensioni e di struttura particolarmente compatta. La lavorazione è tutta meccanizzata. Dopo due anni di stagionatura le pannocchie sono tagliate in tre segmenti cilindrici, destinati a diventare tre fornelli, due di dimensioni medie e uno piccolo. Questi abbozzi (così si possono chiamare) sono poi scavati, torniti e sabbiati. Caratteristiche essenziali di queste pipe sono la leggerezza e la porosità (il tessuto non è compatto come quello del legno di radica). Assorbono facilmente i liquidi derivanti dalla combustione del tabacco, cosa che comporta la necessità di lasciarle asciugare bene dopo ogni fumata. Pensiamo di aver detto tutto, o quasi, sulla simpatica e contadinesca corn-cob pipe. Una pipa non impegnativa, che non promette grandi cose ma offre una fumatina «asciutta» e tutto sommato gradevole. S’intende che la radica è un’altra cosa. Tanto che c’è da stupirsi che qualcuno possa trascurarla solo per qualche grado di temperatura in più. L’inverno regala molte e grandi beatitudini piparie, ma anche la stagione delle vacanze non ne è avara. Si vorrebbe anzi dire che riempire certe ore oziose con una bella pipata le rende… meno oziose. Basta l’ombra di un albero o la penombra delle persiane chiuse e anche in un meriggio assolato la pipa è una buona compagna.

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