E’ popolare o non?

E' popolare o non?Gianfranco Zàccaro indaga le ragioni della mancata popolarità della pipa nei tempi moderni. L’articolo originale è stato pubblicato sulla rivista Smoking (n°3, settembre 1979).

E’ popolare o non?

Si dice «pipaiolo», o si dice «pipatore»? Il fatto che entrambi i termini appaiano, quasi sempre, tra virgolette, sta a significare che, probabilmente, i conti col vocabolario italiano non sono così chiari e definitivi. Anche perché i due sostantivi sono rimasti a livello quasi esoterico: si usano, cioè, solo fra gli addetti alla nobile occupazione orale che, come tutte le occupazioni orali, certamente avrà insospettito Freud. In genere, in uno scritto destinato al resto del mondo, si usa l’espressione «fumatore di pipa». La stessa espressione che, vigliaccamente, usavo io quando giocavo al calcio in una squadra del popolarissimo quartiere romano di S. Lorenzo. «Pipatore» o «pipaiolo» sono termini da non usare fra ragazzi romani di borgata, pena l’impopolarità assoluta, e specie un venti anni fa, quando certe espressioni erano ancora più pesanti di quanto non siano oggi. Sempre al calcio, qualche anno dopo: un torneo di giornalisti. Qui, il linguaggio più sciolto e meno inibito, il diverso livello socio-culturale, mi esentavano da estenuanti ricerche di termini adatti. Questo vuol dire che il fumare la pipa, almeno in Italia, non è una pratica molto popolare. Poco popolare perché costosa? No, non è questo. Anche le automobili compresse e «truccate» sono costose, eppure sono assai popolari; anche le moto giapponesi, ecc. ecc. E poi, quello del costo della pratica della pipa, è un discorso completamente da fare. Tutto sommato in parità (considerato che un fumatore medio consuma, circa, quindici-venti sigarette al giorno) per quel che concerne il tabacco, resta l’oggetto, la pipa appunto. E, in genere, le pipe care non godono di una fama usurpata, anche se ogni fumatore si è certo imbattuto, nel corso della sua «carriera», in oggetti da quattro soldi, privi di pedigree, ma dal rendimento eccezionale. La pipa, dunque, esige danari, ma «rimane», anche se questo sovrappiù, di tipo ora vagamente estetico, fa parte della pratica globale di questo modo di fumare. È il costo di esercizio, pertanto, che, più o meno, si equivale e per la sigaretta e per la pipa. Ma quanti sono i fumatori di quest’ultima che abbiano resistito alla tentazione dell’escalation di miscele particolari e sofisticate, di tabacchi provati e poi, fatalmente, lasciati lì, e, soprattutto, di un continuo accrescimento della propria collezione di pipe? Ma c’è la constatazione fatta sopra: in regime consumistico, non è il costo delle cose ciò che determina, almeno entro certi limiti in cui rientra il nostro discorso, il grado di popolarità delle cose stesse. Se ogni persona di reddito medio eliminasse, dalla propria casa, tutti gli oggetti inutili e tutti i doppioni (caratteristica, quest’ultima, del consumismo), si troverebbe di fronte a un bilancio terrificante della propria esistenza. Dunque, sin qui: la pipa può essere costosa perché il suo «cerimoniale» (collezioni con relativa ricerca del pezzo migliore, o «curioso»; miscele; accessori, ecc.) può rientrare nella spirale del consumismo serbando intatte le sue peculiari prerogative (il consumismo stesso, promanazione del liberalismo e quindi dell’illuminismo, è ben tollerante, almeno in ambiti verificabili senza ricorrere a strumenti culturalmente estranei!). Ma appunto perché integrabile nel consumismo (che può caratterizzare tutto; anche, per esempio, la bibliofilia), il costo globale del fumare la pipa può non essere un serio ostacolo alla sua popolarità. Eppure, popolare non è. Altro argomento. Il fumare la pipa è, come dire?, ecologico! Ecologico, s’intende, soprattutto per il fumatore, che entra in simbiosi con una pianta, non già con della carta. Aggiungi, per gli altri, l’assenza di cicche, la perfetta riducibilità del «rifiuto» a quell’elemento ancora puro che è la cenere di qualcosa che «viveva» e avrai un’idea della sanità di quell’esercizio che, fra l’altro, non coinvolge i nostri già provati bronchi. Qui, la constatazione della non popolarità della pipa, si fa amara. Perché ci si accorge, con semplici richiami e con elementari associazioni di idee, che impopolare è proprio la pratica ecologica. L’uomo consumista di provenienza latina, è colui che getta i rifiuti «non degradabili» per la strada o sui prati; è colui che tiene il televisore a volume altissimo; è colui che, per la propria vettura, usa trombe di una violenza lacerante; è colui insomma che, accecato da prodotti «in entrata», non si preoccupa dei residui «in uscita». Non solo, ma questo tipo di civiltà (e spero sia chiaro perché non vada usato il termine «inciviltà») non deriva da un’aberrazione dei singoli, bensì da un tipo di condizionamento culturale per cui l’ecologia stessa non può non configurarsi come un preciso, e spesso doloroso, atto di opposizione «politica». In base a questi motivi, raccomandare la pipa perché più sana e basta, è nobile, ma leggermente utopistico, anche in considerazione degli inconsci risvolti irresistibilmente masochistici legati alla civiltà dei consumi.

Piccola pausa. Quando il discorso si fa amaro, diventa spesso preda dell’inveterata, odiosa tendenza umanistica al moralismo. A noi interessava, soprattutto, studiare qualche possibile equilibrio fra la potenziale popolarità e l’effettiva non-diffusività (in rapporto alla schiacciante supremazia «suicida» della sigaretta) della pipa. È ben noto che il fumatore di pipa fonda, con la pipa stessa, una simbiosi, una via a due con tensioni unicizzanti: cosa, questa, che non accade con la sigaretta, che esiste solo per deperire. Ora, di questa vita a due, il mondo tende a recepire ora l’una ora l’altra parte, cioè ora il fumatore (con considerazioni che toccano una sfera che va dall’estetico allo snobistico), ora la pipa: mai i due elementi insieme, cioè il loro coesistere, il parziale, regolabile svanire della loro carica (per la pipa, il tabacco; per il fumatore, fate voi), ecc… Se il mondo guarda al fumatore, ci sarà un compiacimento di poco valore e di breve durata (in caso di sguardo benevolo, s’intende); se il mondo guarda alla pipa, incominciano i guai. Perché la parte del mondo che guarda alla pipa, è composta da «pipaioli» o «pipatori» che dir si voglia. E perché, quindi, è uno sguardo critico. Per il povero fumatore guardato, esaminato, è subito notte. Innanzi tutto, la pipa. Se non è un granché, ecco il bisogno di dire, non richiesti: «sì, è un oggettino da quattro soldi, ma è strepitosa, migliore delle grandi marche»: excusatio non petita… Se, invece, è un aggeggio di marca, il complesso di colpa è più contorto: ecco, quello là pensa che un oggetto del genere fra i miei denti, sia sprecato. Se il preteso inquisitore la vuol toccare, l’imbarazzo è strozzante perché si ha paura di aver scaldato troppo la pipa…: e la pipa è effettivamente bollente, perché, per paura di essere sorpresi col sacro fuoco spento, si sta tirando da minuti e minuti come mantici. Poi: che tabacco usi? Si ha pudore a nominare un qualsiasi tabacco, magari il proprio, anche perché si è fatto sempre finta di capire benissimo i nomi più strani (difficoltà di pronuncia a parte) che ci erano stati forniti quando eravamo noi a fare la stessa domanda. E ora, a parti invertite, neanche uno, di questi strani nomi, viene in mente; così non viene neanche in mente di dare il nome del tabacco che, effettivamente, si usa. Infine, la parte più straziante: il caricamento. A me è capitato di avere una voglia matta di fumare, e di avervi rinunziato per la vergogna che un altro fumatore di pipa riscontrasse — tacendo, poi, per commiserazione — la mia goffaggine e la mia imperizia nel caricare la pipa. È quasi inutile, poi, dire che questi difetti «tecnici», se esistono, sono molto limitati; e, soprattutto, che l’eventuale osservatore esperto, se è una persona normale, il più delle volte neanche ci pensa, a fare da censore. È inutile, perché entrano in gioco complessi di colpa resi più virulenti dal cerimoniale che — impossibile negarlo — si è creato intorno alla pipa: cerimoniale esasperato dall’essere, da parte della pipa, un oggetto potenzialmente non del tutto consumistico (a parte l’integrabilità di cui sopra: peraltro, è chiaro, parziale) che si pone come un’eccezione in seno alla norma consumistica. Negli anni passati, a me è capitato di smettere di fumare la pipa per mesi, in seguito a una ribellione a codesto cerimoniale: e lo stesso può essere capitato a tanti altri. Dunque, per definire una prima impostazione al problema che ci sta a cuore, occorre ricordare che la pipa, a onta dei contorni integrabili di cui si parlava sopra, non è, tutto sommato, un frutto legato in esclusiva al consumismo. Ed è proprio questo suo effettivo essere al di fuori della norma più diffusa, ciò che le impedisce di essere popolare. Non si tratta, cioè, di mettere sotto accusa il cerimoniale, l’apparato di culto che la circonda e che al limite, come tutti gli apparati di culto, può solo allontanare l’oggetto a cui è dedicato; no: tutto questo è esorcizzabile perché è ironizzabile. La pipa piuttosto, come oggetto non consumistico, presuppone una vera e propria violenza ai nostri automatismi, presuppone un esserci lodevole, certo: com’è lodevole il suo anti-masochismo opposto al masochismo del fumare la sigaretta; com’è lodevole la tendenza a non gettar via l’oggetto dopo l’uso, ma, anzi, a conservarlo; com’è lodevole ogni possibile rapporto personale con l’oggetto stesso senza, beninteso, entrare nel patologico. Un esserci lodevole, dunque: ma troppo affaticante, troppo bisognoso di elementi personali (è, per giunta, potenzialmente devianti), per essere diffusivo. Questo oggi, nelle nostre condizioni, nella nostra civiltà. Ma la pipa non è nata oggi, e non è un prodotto esclusivo della nostra civiltà. Teniamola, in queste contingenze, come segnalibro. In una civiltà futura, i sopravvissuti eventuali (ovviamente, con pipa) potranno apprendere qualcosa e, nel caso, anche divertirsi un poco: se invidiandoci o meno, non saprei proprio.

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