Dorelio Rovera

Dorelio RoveraMonografia dedicata a Dorelio Rovera ed al marchio di pipe Ardor, a firma di Giuseppe Bozzini. L’articolo originale è stato pubblicato su Smoking (n°2, giugno 1985).

Dorelio Rovera: una tradizione artigiana che cerca posto tra i “grandi”

Gli poteva andar peggio, volevano chiamarlo Eleodoro, hanno ripiegato su Dorelio. L’ho incontrato qualche volta a manifestazioni piparie, abbiamo scambiato poche parole. Per me era «quello delle pipe Ardor», poi ho saputo che si chiamava Rovera, uno dei nomi più diffusi nel mondo italiano della pipa. Mi aveva colpito il fatto che è giovane (38 anni), ma soprattutto il contrasto evidente tra la voglia-necessità di presenza e l’atteggiamento misto di riserbo e timidezza; ma si, cediamo al bisticcio di parole, anche l’ardore che si legge nei suoi occhi. Così, mi è venuta voglia di conoscerlo meglio e sono andato a trovarlo a Groppello di Gavirate, su quel lago di Varese al quale si affaccia quasi tutto il mondo produttivo della pipa italiana. Un edificio di linee moderne e piuttosto anonime, segnato dalla vistosa sagoma di una pipa che fa da insegna: «Fabbrica Pipe Artistiche ARDOR di A. Rovera e F.». Quell’A. sta per Angelo, ma il protagonista è lui, Dorelio Rovera, cioè F., cioè figlio (di Angelo appunto). È lui che, sei anni fa, ha impresso una svolta nella tradizione e nell’attività della famiglia; e il simbolo è proprio quel norme Ardor che — enigma facilmente risolvibile — è composto dalle iniziali del padre (AR) e dalle prime lettere (DOR) di quel nome inconsueto che i genitori gli hanno affibbiato. Sei anni di Ardor, ma la storia comincia molto più indietro, precisamente con una fabbrica Fratelli Rovera messa in piedi da Federico, Cornelio, Carlo e Francesco nel 1911. Quattro fratelli, tutti allevati all’attività piparia nella fabbrica Rossi, la prima e a lungo la più importante, culla di specializzati che a un certo punto, secondo le tradizioni imprenditoriali della zona, decidono di «mettersi in proprio». Quel 1911 è l’inizio di una dinastia: Francesco, per esempio se ne andrà a far pipe a Malta; i figli di Carlo apriranno altri laboratori in zona; e così via. Anche le donne della famiglia lavorano pipe, e intanto fanno figli. La moglie di Federico (risaliamo l’albero genealogico di Dorelio) gliene regala addirittura dodici, di cui cinque fabbricheranno pipe, e tutti nello spazio di poche centinaia di metri. Uno dei cinque è appunto Angelo; ma Dorelio si ritrova anche una madre e un nonno materno che hanno lavorato da Rossi e quindi mastica radica fin dallo spuntare dei primi denti e già nelle ore libere dalla scuola ha fra le mani teste e bocchini. La famiglia campa sull’attività di Angelo, ma campa bene solo se tutti danno una mano. Come oggi, del resto: l’Ardor è una tipica azienda familiare, di cui Dorelio è il motore ma che impegna padre e madre, fratello Piero, moglie, cognata, un paio di dipendenti che non è escluso siano parenti. Non lavorano, per ora, i figli, ma solo perché è presto. Arrivo a Groppello e trovo sulla porta un bel fiocco azzurro, è nato Dimitri, il secondogenito. Ci deve essere una «fissa» per i nomi, in famiglia, perché Dorelio ha chiamato Damiano (le stesse iniziali per tutti) il primogenito che ora ha undici anni. E sono stati suoi clienti americani a suggerirgli di chiamare «Damiano» una nuova serie di pipe che vedo in anteprima e che per ora andranno tutte oltreoceano. Le trovo molto eleganti, con la trovata di un piccolo bulbo (non so come chiamarlo altrimenti) di radica inserito tra bocchino e perno e filettato di metallo: sembra uno spigot che concluda il cannello, invece si sfila con il bocchino su cui è fissato come un minuscolo, aggraziato «manicotto». Ed è parlando di questa trovata (e ammirandone la finitura che comporta un sacco di abilità e di pazienza) che vien fuori, piano piano, il vero Dorelio Rovera, sotto quell’aria di bravo ragazzo timido, il ciuffo sulla fronte e un filo di baffi alla ti-vedo-e-non-ti-vedo. Vien fuori il testone, come si dice dalle sue parti, cioè quella qualità di tenacia o quasi cocciutaggine che gli ha fatto imboccare una strada difficile e lo ha portato, nonostante gli ostacoli, ad affermarsi. Non è ancora un’affermazione clamorosa (che forse non vuole neppure, le dimensioni artigianali sono il suo orizzonte) ma è già il punto in cui può dire: nella pipa ci sono anch’io. C’è con una sua precisa identità, faticosamente cercata e voluta, con inevitabili errori e tanti bocconi amari, con interminabili ore passate al banco a fare, ritoccare, modificare, rifare. E quando uno è convinto del risultato, comincia forse il più difficile, trovare il modo che anche gli altri apprezzino il risultato, e quindi affrontare, da ultimo venuto, la giungla degli interessi consolidati, delle diffidenze, dei «mostri sacri», del «chi è questo qua e cosa vuole». Fare una bella pipa onesta è niente al confronto della fatica che ci vuole per vederla in bocca a tanti fumatori soddisfatti. Il primo traguardo Dorelio l’ha raggiunto, l’altro è in vista, ma bisogna sentirlo raccontare la via crucis che ha dovuto percorrere. Ed è l’altra scoperta, il timido riservato ragazzo «delle pipe .Ardor», quando parla del suo lavoro si scioglie, racconta a ruota libera, diventa persino passionale. Mi sembra che in questo giovane ci sia proprio il «sacro fuoco», termine che ormai fa un po’ ridere ma dietro il quale resiste una bellissima realtà. E’ «sacro fuoco», di quello vero, a denominazione di origine controllata, c’è e divampa con slancio giovanile in papà Angelo, settant’anni suonati. Lo trovo che lavora di sgorbia sulla testa di un pellerossa, dice che sta cercando «l’espressione» e infatti la vedo nascere sotto i miei occhi. E’ lui l’uomo delle «pipe artistiche» (l’azienda doveva chiamarsi Roverart, poi si è preferito Ardor), che praticamente mantiene in vita un settore produttivo sopravvissuto, anche se ridotto, alla svolta voluta da Dorelio. Prima si faceva soprattutto questo, pipe scolpite con le teste di personaggi famosi, di animali, piccoli monumenti non sempre di buon gusto, figure fantastiche o consacrate da una tradizione legata alla terracotta e alla schiuma. Se ne facevano tante, con l’aiuto del pantografo, e andavano in tutto il mondo. Poi si lavorava per conto d’altri, grossisti e rivenditori, che ordinavano questo o quel modello, fatto in un certo modo, che costasse non più di tanto, con un certo nome. È questo che Dorelio ha voluto cancellare, questo lavoro anonimo («ma ci dà il pane per tutti», obbiettava papà Angelo), scegliendo coraggiosamente di combattere sotto la «sua» bandiera, di affermare una «sua» produzione. La prima battaglia ha dovuto combatterla proprio in famiglia, ma ora il padre si è convertito ed è al suo fianco. Continua a lavorare alle sue teste con frese e sgorbie, il pantografo non serve più, le «pipe artistiche» hanno un mercato ridotto. Si allarga invece il mercato delle pipe Ardor. Dopo l’America, la Germania e anche i rivenditori italiani. La serie dei «detectives», ideata con il dinamico Adriano Daneri (una collaborazione che dovrebbe continuare), ha avuto successo. La produzione, dopo i tentativi iniziali in varie direzioni, ha assunto ora una sua fisionomia e una precisa articolazione. Si lavorano quasi esclusivamente placche, di Toscana e di Calabria. Non si usa stucco. I bocchini di metacrilato sono quasi tutti nell’originale forma «a pennellessa». La serie più pregiata è quella dei Pianeti: in cima la Venere che una volta aveva due punti e ora ha un solo marchietto blu, ma circondato da un filo d’oro invece che d’argento (è garantita senza il più piccolo puntino); seguono la Venere liscia color miele e le altre lisce Mercurio (oliva), Marte (noce), Giove (arancione), Plutone (color bordò); infine le Urano, sabbiate (una sabbiatura piuttosto setosa) e roccia (cioè rusticate) nere e noce. Dice Dorelio che questo tipo di rusticatura comporta venticinque minuti di lavoro. Le serie più recenti sono la Bucaneve, di tipo «chubby», una pipa corposa; e la più snella e leggera Ninfea, sei modelli con spigot d’argento. Sette sono i modelli delle classiche Erre, in altrettanti finissaggi. Torna da scuola Damiano, un bel ragazzo dagli occhi vispi. Mi faccio promettere che, appena sarà in grado, mi farà una pipa. La continuità dell’Ardor sembra assicurata. Dorelio Rovera se lo guarda compiaciuto, forse spera che suo figlio si trovi più a suo agio di lui nel difficile mondo della distribuzione; e quindi, per sé, il tempo per tornare al banchetto, alle frese e alle sgorbie, perché alla fin fine quel vecchio mondo delle pipe artistiche, caro a papà Angelo, è anche il suo e scolpire è la sua vera, grande passione.

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