Cosa c’è dietro quel puntino bianco?

puntino biancoQuanto segue altro non è che una caramella, succulenta, di gossip pipario. Raccontata in modo leggero e divertente da Giuseppe Bozzini fu prontamente pubblicata da Smoking (n°2, giungo 1984). Ho deciso d’inserirla nella categoria “fumatori” del blog perché qui, più che di pipe e di puntino bianco, a torto o a ragione si parla di noi… di quella “scimmia” (usando termini moderni) che ci portiamo sulla spalla perennemente e che ci rende, pur nelle diverse vesti di semplici appassionati o di addetti ai lavori, tutti gelosi collezionisti di piccoli tesori in radica.

Cosa c’è dietro quel puntino bianco?

E’ il racconto di un’esperienza per me inconsueta e che credo possa interessare i lettori-fumatori. Ho seguito il viaggio di un gruppo di buyers italiani a Londra, in visita di affari al “tempio” Dunhill. I buyers, a dirla alla bonaria, erano rivenditori specialisti di pipe che la Tobako International, da poco più di un anno agente per l’Italia del leggendario marchio inglese (oltre che di altri prestigiosi prodotti), ha pensato di portare a fare acquisti direttamente alla fonte. Un’idea che si è rivelata vincente, per la Dunhill, per la Tobako e per gli stessi rivenditori, i quali – è vero – hanno finito per comprare più di quel che si proponevano, ma volete mettere la soddisfazione di riempirsi la borsa (letteralmente, come vedremo) di pipe appena “sfornate”? Ancora calde, direi, dalle mani che le hanno pazientemente e abilmente modellate? Penso che la soluzione migliore per tirar fuori un racconto lineare di questa esperienza sia di seguire un ordine cronologico, una specie di diario di viaggio, che però salti le tappe più ovvie, tipo ritrovo all’aeroporto, volo, transfert all’albergo e via dicendo. Una parola, però, sull’albergo, il Grosvenor House di Park Lane, della catena di quel Sir Charles Forte che è senza dubbio “un italiano che si è fatto onore” (e un sacco di quattrini). Lo troviamo splendente di fiori e computerizzato persino nella serratura delle porte. Nel senso che vi danno una chiave della camera che non è una chiave, ma una specie di tessera magnetica (a forma però di chiave) che viene cambiata ad ogni ospite e che dovete tenere sempre in tasca.
Nell’immenso atrio, ad accogliere il gruppo italiano c’è mister Ken Hillson, direttore marketing della Dunhill, perfetto inglese dalle scarpe ai capelli, pettinati con impeccabile scriminatura a destra. Ma è ora di dire da chi è composto questo gruppo. Ci sono, dunque, quelli che verranno ripetutamente definiti “i migliori venditori di pipe in Italia”, definizione usata dai vari esponenti Dunhill, scritta nei programmi e nei cartoncini di pranzi e ricevimenti “in onore di”. Chi sono? Giovanni Bollito e Manlio Torchio di Torino, Giovanni Bailini, Franco Lorenzi, Gino Menegazzi, Leonardo Noli e Piero Parenti di Milano, Alberto Cabassi di Genova, Claudio Bellucci di Perugia e Fausto Fincato di Roma (mi dicono che ne mancano un paio, impossibilitati a partecipare).
Un assortimento umano vario e interessante: il gentleman (ovviamente a suo agio) e l’esuberante, il taciturno e il curioso che ha sempre qualcosa da chiedere, il competentissimo e quello che fa finta di niente. Se posso azzardare un’impressione complessiva, dirò che mi ha colpito la levatura intellettuale, oltre che – quasi ovvia – la passione per il “mestiere”. Si dà il caso che non sia cliente di nessuno dei dieci (anche se qualcuno l’ho visto in funzione dietro il banco), quindi le mie impressioni possono essere condizionate dalle particolari circostanze, ma mi è sembrato di trovarmi non fra “bottegai” interessati all’affare, ma tra innamorati dell’oggetto-pipa, contagiati dalla mia stessa passione e con una marcia in più: quella della competenza. È quasi certo che non comprerò mai una pipa da loro, quindi non parlo per tenermeli buoni in vista di uno sconto.
La parte “ufficiale” della visita comincia la mattina dopo, volonterosa interprete Fulvia Kerniat, una bella ragazza di Gorizia che lavora da tre o quattro anni nel settore fashion della Dunhill (ma sì, l’abbigliamento, quello che scandalizza un po’ i puristi della leggenda). L’indirizzo è 32 St. Andrews Road, Walthamstow, London, E.17, ma Londra è grandina, e anche la fabbrica Dunhill, com’è naturale, si trova all’estrema periferia, praticamente un sobborgo.
Ci accoglie lo stato maggiore al completo, caffè, saluti di benvenuto, audiovisivo. Da poco più di un anno è qui concentrata (operazione cominciata tre anni fa) tutta la produzione del gruppo, capifila Dunhill e Charatan; seguono, da una parte, Parker, Hardcastle e le sottomarche Masta e Savory; dall’altra Ben Wade più Mountbatten e House of Lord. La fabbrica era quella della Parker-Hardcastle, l’hanno razionalizzata, ne hanno aggiunto un pezzo moderno, oggi è una delle più grandi del mondo. Non visitiamo tutto, un po’ per motivi di tempo, molto per motivi di riserbo. La sosta più lunga è naturalmente nel settore a sé dove si finiscono le Dunhill. Ma certo che abbiamo visto i bocchini lavorati uno per uno a mano; e la coloritura delle teste seguita da un colpo di fiamma; e come si inserisce il famoso bollino bianco; e i vecchi operai pazienti, ma anche un giovanotto con orecchino; e qualche donna (percentuale più elevata in altri reparti). E abbiamo fatto domande, curiosato negli angolini, sbirciato dove possibile. Non scendo a particolari, sono cose raccontate molte volte.
Chiedete, chiedete pure, ci dicevano; ma ecco la risposta sui dati di produzione: le pipe Dunhill e Charatan che produciamo non sono sufficienti a coprire la domanda. Sembra la storiella della Rolls Royce e del cliente che chiede la velocità e si sente rispondere: quanto basta. Tutto molto inglese. Qualcuno stima tra 70 e 90 mila le pipe Dunhill prodotte in un anno, ma non ho elementi per confermare questa cifra. In giro per Londra si vedono molte facce orientali; qui, tra i 180 che lavorano nel complesso non ce ne sono più di un paio. Ah, sì: c’è anche uno decisamente nero, lavora al taglio degli abbozzi. Aggiungere che l’impressione è quella di un sistema di lavoro accurato e di alta professionalità è pleonastico; come è ovvio osservare che c’è una sensibile differenza tra il settore Dunhill (dove – ci dicono – le pipe passano attraverso novanta separate operazioni) e quelli in cui si lavorano le altre pipe.
Per me il momento più divertente arriva dopo lo spuntino. Ci portano in una sala dove sono schierate in bell’ordine su scaffali e supporti centinaia di pipe. Muniti di grandi borse i dieci si scatenano. Spesso due mani piombano su una stessa pipa, scuse reciproche (siamo o non siamo tra gentiluomini?) e poi nuovo fulmineo scontro delle due mani. Ci sono sacchetti di plastica per proteggere le pipe, ma per il momento nessuno li usa. Colpo d’occhio, rapidità di decisione (ma come fanno, così in fretta?), poche parole, qualche sorriso. Poi, improvviso, lo strano silenzio di chi si è abbuffato ingordamente e si concede una pausa digestiva. Altrettanto improvvisamente, un coro di richieste: non ci sarebbe qualche canadese? non ho visto le Cumberland; possibile che non ci siano più army mounted? e le spigot sono sparite tutte?
Mentre in clima più disteso cominciano i commenti sul bottino fatto, le accuse di accaparramento (scherzose, si capisce), anche qualche pentimento, la scena che non mi sarei mai aspettato: dalla fabbrica arriva prima un vassoio di pipe (subito svuotato), poi un altro (stessa sorte), dieci minuti dopo un terzo. E si va avanti per un po’ così, non ci sono scorte di magazzino, si prendono al volo le pipe appena finite e marcate. Altra pausa. Ognuno, appartato, conta le prede e finalmente, con calma, usa i famosi sacchetti di plastica. Le grandi borse, ciascuna con il nome, si affiancano in un angolo: il contenuto sarà conteggiato e controllato dagli impiegati Dunhill e, in tempi rapidi, imballato e spedito alla Tobako perché lo consegni all’acquirente.
Non è finita. Ci sono le richieste particolari, le serie da completare, quel tal modello che non era in vetrina ed è atteso con impazienza da un fumatore. Gli uomini Tobako compilano le liste, da evadere appena possibile. Poi si passa agli accessori, ma qui basta un’occhiata al campionario, un numero scritto sull’elenco nominativo già predisposto, e l’ordine è fatto. Sulla lunga strada del ritorno c’è chi si compiace del suo occhio di lince e della sua prontezza di mano e chi si lecca le ferite, ma i commenti ad alta voce sono tutti pieni di fair play (siamo o non siamo a Londra?). In fondo, tutti sono convinti di aver catturato il meglio, solo qualcuno ammette di essersi lasciato travolgere dal clima competitivo e di aver acquistato più del previsto. Il cronista ascolta, ancora sbalordito; e ora si domanda se è riuscito a rendere, almeno in parte, l’atmosfera di questa caccia.
Stile inglese – e in particolare stile Dunhill – nel pranzo serale al Castello di Leed, nel Kent. Una guida bionda e grassa ci racconta tutto, ma proprio tutto, su Lady Baillie che ha comprato e restaurato questo castello secolare (circondato da un lago incantevole e da boschi ancor più incantevoli) per poi destinarlo a una fondazione scientifica e assistenziale; ci risparmia, la guida, solo la visita alla raccolta dei collari per cani. Pranzo raffinato, discorsi, scambi di regali e di complimenti, diploma che fa entrare Bellucci nella ristretta aristocrazia dei migliori venditori di pipe Dunhill. Non è l’Ordine della Giarrettiera, ma quasi il suo equivalente pipario.
Il rientro a tarda ora non deve avere impedito altri ripensamenti notturni, se c’è qualcuno che la mattina seguente, all’indirizzo celebre di Duke Street, non si limita a visitare il negozio, ma impingua il suo bottino con altri pezzi. Roba da collezione e prezzi in carattere, anche se nessuno (almeno, che mi risulti) ha azzardato i sei milioni e passa chiesti per una monumentale pipa (di radica) sovrastata da un altrettanto monumentale coperchio: d’oro, altrimenti come si spiegherebbe? Sorrisi sull’incredibile pipa con l’ombrello vanamente offerta a Pertini nella sua recente visita al negozio Dunhill. Occhiate distratte ai settori dell’abbigliamento, moderato interesse per i nuovi trinciati (aromatici, pensa un po’, e in busta), curiosità per le vetrine museo del primo piano, dove si accede al favoloso humidor dei sigari. Sapete che ci teneva qui la sua riserva personale anche Churchill? Ed è storico che nella notte di un furioso bombardamento tedesco che danneggiò gravemente il negozio, il direttore del medesimo si affrettò a telefonare allo statista: «Sir, i vostri sigari sono salvi». Tutto terribilmente inglese, come l’autista in Rolls che arriva al negozio con un accendino da riparare, come l’idea di farci tornare in albergo per un formale saluto con caffè e pasticcini.
Poi, poche ore di completa libertà prima dell’aereo di ritorno. E se uno ha trovato modo di visitare la mostra dei preraffaelliti (ve l’ho detto del livello culturale) e un altro ha trascinato un gruppetto al restaurato Covent Market nella vana ricerca di un giubbetto (o qualcosa di simile), qualche irriducibile (compreso il vostro cronista) è tornato dalle parti di Piccadilly per farsi il giro delle “chiese”. Uno sguardo malinconico alle occhiaie vuote del negozio di Fribourg e Treyer; una sosta da Astley (c’è sempre la donna nuda – è una pipa di schiuma, che avete pensato? – al centro della vetrina interna: troppi milioni anche per il collezionista più arrabbiato); quasi di fronte “c’era una volta il negozio Charatan”, oggi Dunhill abbigliamento; e in Bulrington Arcade c’è ancora l’insegna Simmons, ma sovrastata da quella Dunhill (pipe, tabacchi e cravatte: che poi sono fatte in Italia, a Como o da quelle parti); verso la fine della splendente galleria resiste (fino a quando?) Sullivan, ma ha un’aria un po’ spenta (o sarà un’impressione). Il più celebre antiquario dell’Arcade ha una scatola porta tabacco e una pipetta con il cannello a cannocchiale, entrambe d’argento, che sono la fine del mondo. La definizione è di uno degli irriducibili: quando sente i prezzi impallidisce, vacilla e mormora un bugiardo “tornerò domani”; però lo mormora in inglese.
Ultima rapida occhiata al grande nuovo negozio di Davidoff, che si è piazzato proprio all’angolo di Jermyn Street, la stessa di Dunhill e di Astley. La strada sta proprio celebrando il suo festival, c’è una banda che suona, ragazze in abiti ottocenteschi distribuiscono fialette di profumo davanti a Floris, per l’occasione Dunhill ha messo in un angolo del negozio un banchetto da cui uno dei suoi più abili operai si esibisce a limar bocchini e a lucidare teste.
Portiamo a casa, fra gli altri, un ricordo tangibile e, almeno per un italiano, esclusivo: una bottiglia di whisky Dunhill. Avete letto bene. Ho cercato di leggere anch’io bene l’etichetta, quel che sta scritto sulla scatola, le altre righe di un cartoncino che pende dal collo della bottiglia: è il meglio del meglio, naturalmente, ed è fatto in Scozia. Sul dove e sul come, mistero. Ma allora è proprio un vizio. Con l’aggravante che qui c’è sì il nome, con le due elle svettanti, ma il bollino bianco non sono proprio riuscito a trovarlo. Se è davvero tanto buono? Non lo so, non l’ho ancora assaggiato. Ma devo dire che di whisky – come di tante altre cose (pipe comprese, sostengono amici miei) – capisco proprio poco.
Giacche, orologi, profumi, penne, che cosa ormai non corre per il mondo sotto il nome di Dunhill? Per quel che mi riguarda, resto fermo al leggendario puntino bianco: in quella fabbrica della lontana periferia di Londra mi ha colpito il fatto che non ci sia niente di molto lussuoso, o sofisticato, o eccessivamente manageriale; e mi sono incantato, mentre intorno a me si scatenava la bagarre dei dieci assatanati, davanti alle riproduzioni dei vecchi, cari modelli che usavano i nostri padri fumatori. Per questi mi sarei scatenato anch’io. Intendiamoci, mica avrei schifato i modelli nuovi, ma il fatto è che con le sterline mi dò del lei. Come con ogni altra moneta, liretta compresa.

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