Design della pipa

designRiporto di seguito un’interessante articolo a firma di Marco Benedetti apparso nella rivista Smoking (n°2, giugno 1984). L’argomento trattato è l’incontro tra estetica e funzionalità nell’oggetto pipa. Una panoramica generale e discorsiva dei tratti di design maggiormente caratteristici che possono essere riscontrati in marchi come Dunhill, Castello, Peterson, Savinelli e via discorrendo. L’articolo, per quanto in alcune sue parti risulti datato,  mette comunque in luce le interessanti peculiarità estetiche di alcuni marchi storici.

Design della pipa

Non posso definirmi un fumatore esperto, soprattutto per anzianità, tuttavia una certa esperienza nel campo della progettazione e del design mi facilita nel giudicare una pipa, almeno dal punto di vista estetico. Del resto la pipa, se si escludono i meravigliosi esemplari in schiuma scolpita, è uno strumento in cui FORMA e FUNZIONALITÀ si incontrano meglio, arriverei anzi a dire che siamo di fronte ad uno dei primi esempi di design moderno. Contrariamente a quanto sì potrebbe pensare, uno stile caratteristico è riscontrabile anche nelle grandi fabbriche, quelle che applicano una produzione di serie.

DUNHILL

Prendiamo il nome più famoso sul mercato: la Dunhill. Questa casa, a giudicare da alcuni modelli anni ’40 che ho potuto ammirare, non ha cambiato granché il suo stile nel tempo, restando rigorosamente attaccata al più rigido classicismo formale. Chiariamo subito che classico non significa tradizionale, il classicismo non si assimila copiando, è una questione di cultura che si deve avere dentro, prova ne siano le copie di età romana di statue greche; ad un occhio attento non sfugge che manca qualcosa, spesso è la proporzione, sia nell’insieme, sia rispetto all’intorno; per restare nell’ovvio: pensiamo ai bronzi di Riace più alti o più bassi di soli 15 cm: un disastro! Una Dunhill ha sempre la proporzione giusta, non potrebbe essere più grande o più piccola di soli 2 mm senza perdere le sue proporzioni auree. Proporzione anche nei colori: sobri, eleganti, unici; in una parola British. Gli inglesi, quelli di classe almeno, sono l’unico popolo al mondo capace di accoppiare una giacca marrone a dei pantaloni blu e di essere ugualmente eleganti; allo stesso modo la Dunhill è forse l’unica a potersi permettere frivolezze come il cannello in bambù senza cadere nel kitsch; ne ho vista una giorni fa: una testa billiard rossa a cui la canna chiara dava un risalto inconsueto per una pipa solitamente così sobria. Quella pipa non poteva nascere che così! Concludendo, ritengo che la fama della Dunhill non sia usurpata e concordo con chi la definisce la Rolls delle pipe.

SAVINELLI

Dopo gli Inglesi passiamo in Italia ad analizzare chi ha consacrato la sua vita all’impegno di raggiungerli: Achille Savinelli. A mio avviso Savinelli gli inglesi non solo li ha raggiunti: in alcuni aspetti li ha anche superati. Quest’uomo, che ha iniziato a fare pipe quando in Italia si fabbricava solo merce da due centesimi, è riuscito ad essere più inglese degli inglesi, e questo, sembra un paradosso, grazie alla sua cultura italiana che gli ha permesso di superare l’unico handicap dei designers anglosassoni: l’eccesso di sobrietà. Una Savinelli è sfacciatamente bella, non si nasconde pudicamente in attesa di essere lentamente scoperta, al contrario ti sbatte in faccia la sua eleganza e il suo slancio pur restando rigorosamente classica. Non credo che sia un caso se il merito (o la colpa?) della mia conversione dai non fumatori sia da attribuire ad una Savinelli che, da una vetrina mi ha chiamato, senza che sapessi cosa avrei poi fatto con quell’arnese, se lo avrei fumato o no! Alcuni dei modelli Savinelli sono a mio avviso fra i più belli in assoluto; per esempio il modello 122 (pot semicurva) o il modello 920 (dublino semicurva) che non finisce mai di stupirmi per la bellezza delle sue curve accompagnata da proporzioni perfette. Devo per altro ammettere una passione per le dublino e le semicurve… Accanto alla produzione di serie, Savinelli affianca la serie Autograph fatta a mano: in questo caso è impossibile un giudizio globale in quanto la produzione è affidata ad uno staff di artigiani e, per quanto Savinelli ne curi personalmente la supervisione, si avvertono le differenti “mani” fra un pezzo e l’altro. In generale si può solo dire che la linea è quasi sempre dettata dalla venatura della radica e non dal ghiribizzo dell’artigiano, insomma una serie che è un po’ invecchiata anche se a volte si vedono dei pezzi splendidi. Ho comunque la speranza che Savinelli da persona di gran gusto qual è faccia uno sforzo per rinnovarla.

PETERSON

Altro grosso nome, questa volta irlandese: Peterson. La caratteristica di più immediata percezione delle Peterson più comuni nasce da una necessità tecnica: il cannello più largo per alloggiare il famoso sistema che porta il nome della casa. In questo caso siamo di fronte a due aspetti tipici del design: il particolare tecnico che influenza quello estetico e, più interessante, il particolare estetico che, pur essendo intrinsecamente un difetto, diventa un simbolo distintivo quasi come un marchio di fabbrica; da notare che spesso il cannello è più largo della norma anche in modelli dritti senza sistema. Devo confessare la mia simpatia per queste Peterson un po’ tozze e tracagnotte; stanno bene in mano e hanno un aspetto solido e rassicurante, mi fanno pensare ad una robusta Volkswagen che non mi lascerà mai per strada. La Peterson ha un altro particolare tecnico che ne influenza l’estetica: il foro del bocchino rivolto verso l’alto. Questa configurazione permette di raccordare le due linee parallele del bocchino con una linea semicircolare, dove in genere c’è una troncatura netta, risolvendo in maniera ineccepibile questo particolare che può stonare con la sinuosità dell’insieme. Concludendo una pipa muscolosa che ha il pregio di non nascondere le sue ascendenze plebee neanche negli elegantissimi modelli da sera neri con flock d’argento. Se poi aggiungiamo che la Peterson classica ha il fornello piuttosto spesso e che uno dei modelli più diffusi è la boccetta (che con la sua forma sferica mantiene di più il calore della combustione e quindi prolunga la fumata) si ha proprio l’impressione di un prodotto con l’estetica al servizio della funzionalità.

CASTELLO

Torniamo in Italia e questa volta con un grosso nome dell’artigianato: Castello alias Carlo Scotti. Non conosco il signor Scotti ma chi ha avuto questo privilegio mi ha parlato di una persona dal carattere forte e spigoloso, che ha molto sofferto le difficoltà di affermazione dei primi anni di attività. A giudicare dalle sue pipe ho l’impressione che in lui qualsiasi opposizione o contrarietà si trasformi in una scarica di adrenalina che viene poi imbrigliata per raggiungere risultati concreti. La caratteristica comune a tutte le Castello è la forza. Forza che si esprime nello sconvolgimento delle proporzioni canoniche creando nuovi modelli, variazioni di quelli classici. castelloOsserviamo questa boccetta sembra che il fornello si sia gonfiato come un muscolo ritirando indietro il cannello, cioè il tendine. Lo stesso stemma di Castello, una linea bianca, sembra il classico white dot Dunhill tirato ed allungato a forza. In queste condizioni è difficile fare un discorso di pura estetica; la pipa infatti può essere bella per la felicità delle proporzioni, ma può essere vero anche il contrario se ha carattere, e una Castello di carattere ne ha da vendere. Guardiamo le rusticate di Castello, incise molto più profondamente della norma, che sembrano un ammasso di lava in fermento; guardiamo queste pipe con qualche fessura superficiale che Scotti, unico al mondo credo, si permette di non sabbiare o stuccare ma che invece “ammacca” con la carta vetrata creando delle teste che non sono più delle semplici billiard ma sono diventate più simili ad un barattolo di birra schiacciato da un marinaio ubriaco. Che forza! Che personalità! Se poi consideriamo la qualità dei materiali impiegati e la cura posta nella realizzazione tecnica (precisione dei fori etc.) mi viene spontaneo pensare che se la Dunhill è la Rolls-Royce della pipa, ebbene Castello è la Ferrari, un concetto all’antitesi come filosofia di vita e di progetto, ma ugualmente un mito e come tale indiscutibile. Insomma una Castello può non piacere (a me per esempio sono antipatiche le curve) ciò nonostante non sarà mai una pipa brutta nè, tantomeno, banale.

CHARATAN

Ho preso un po’ gusto a questi paralleli col mondo dell’automobile e mi sorge spontanea la domanda: si può continuare su questa strada? Esiste, che so, la Jaguar delle pipe? Accidenti se esiste: è la Charatan! Questa casa inglese si discosta moltissimo dalla produzione nazionale; i suoi modelli rifuggono dal tipico stile inglese a favore di un disegno molto personale ed aggressivo che a un occhio distratto potrebbe sembrare di matrice italiana. La linea è spesso angolosa a cominciare dal bocchino tipicamente a doppia sella; questa soluzione mi lascia a volte dubbioso ma bisogna riconoscere che riesce ad accentuare lo slancio, specialmente nei modelli semicurvi con molti spigoli. Tutti questi angoli (intendiamoci, la Charatan fa anche modelli classici) mi fanno pensare all’architettura del ferro fine ’800 (esempi tipici le serre di Kew Gardens ed il ponte sul Firth of Forth per non parlare della Tour Eiffel) in cui la struttura veniva liberata dagli inutili orpelli decorativi e rifulgeva di per se stessa. In effetti in una pipa l’unica parte che DOVREBBE essere arrotondata è il fornello per garantire la stessa dispersione di calore su tutto il perimetro, e anche qui non insisterei tanto, una pipa non è una caldaia da 10.000 KW! charatanQuindi, tornando a bomba, è giustificabile l’accentuazione della giuntura fra un particolare costruttivo e l’altro, anzi, esiste una vasta corrente di progettisti che propone la scomposizione funzionale dell’oggetto architettonico restituendo la sua dignità ad ogni singolo elemento. Nel caso della Charatan si ha spesso una netta frattura fra fornello e cannello la cui attaccatura è rialzata rispetto al fondo; quest’ultimo ha a volte forma piramidale per accentuare la fiamma senza lasciare il cerchio di occhio di pernice. La doppia sella del bocchino, poi, sottolinea la distinzione di quest’ultimo in tre parti funzionali: innesto, condotto e dente. Vale la pena di farla così complicata? In questo caso direi di sì in quanto queste caratteristiche contribuiscono a creare un’immagine riconoscibile a prima vista, aggressiva, proprio come un giaguaro, anzi, come una Jaguar.

MASTRO DE PAJA

Passiamo adesso alla Mastro de Paja, e questa volta non mi viene nessun parallelo automobilistico calzante. Nella Mastro (e non a caso è il suo stemma) si vede proprio il fulgido sole mediterraneo, non so se per la tipica finitura giallo oro o per le forme pienotte e tondeggianti che mi ricordano delle belle donne che se ne sbattono delle diete. Le Mastro sono di solito molto ricche di legno, le più grandi sono decisamente pipe casalinghe anche se quelle curve, grazie al perfetto bilanciamento, si tengono fra i denti senza difficoltà. Rispetto ad una Castello la Mastro de Paja ha una personalità più sfumata, meno aggressiva e più sorniona; sembrano pensare: so ben io come incastrarti. Femminilissime, con un’orgia di curve. Meno femminili le sabbiate che in compenso sfoggiano un bellissimo maquillage bicolore (se non prendo un granchio viene ottenuto tingendo la pipa con mordente ad acqua color marrone e successivamente spazzolandola in modo che nelle venature in rilievo torni in superficie il legno chiaro. È più semplice di quello che sembra e la pipa ha pure il pregio di respirare). Insomma, dove non si arriva con la forza si arriva con le moine.

BANG

Per concludere questa carrellata ho pensato fosse doveroso analizzare almeno un rappresentante della scuola danese. Fra i tanti ho scelto BANG. La pipa danese tipica si pone architettonicamente all’estremo opposto della Charatan: dove in quest’ultima si applica la scomposizione funzionale, il danese raccorda le linee mascherando i raccordi e spostando gli accenti dai punti classici (o se vogliamo banali) ad altri meno frequentati creando equilibri nuovi. Personalmente non mi sento trasportato dalle pipe che applicano questo concetto in maniera esasperata; una pipa è una pipa, se incomincia ad assomigliare a una banana o a un’orchidea, a parte le riserve tecniche sul funzionamento, mi sorge il dubbio che l’unico scopo di tale realizzazione sia di sbalordire e intrigare il collezionista. bangNel caso di Bang (e di altri per la verità) bisogna riconoscere che la mutazione avviene in maniera misurata e, soprattutto, con molto buon gusto; Bang inoltre produce anche pipe classiche dalle proporzioni meravigliose, ricordo in particolare una stupenda canadese con testa a boccetta. Insomma, questo signore le pipe le sa fare. È molto interessante poi come viene sfruttata la venatura: non semplice e pedissequa esaltazione della fiammatura, ma giochi di luce e di colore fra fiamma e occhio di pernice ottenuti con tagli a spigolo vivo che fanno di ogni esemplare un pezzo veramente unico e personalizzato. Un esempio dello spostamento degli accenti in Bang è il leggero ingrossamento del cannello all’innesto del bocchino (in questo caso a sella) che alleggerisce molto il peso visivo del fornello. Insomma pipe di classe, destinate principalmente ai collezionisti in cerca di qualcosa di diverso, ma anche al semplice degustatore di tabacco che non si lasci intimidire da una pipa che sembra scolpita da Henry Moore.

 

 

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