Delle parti metalliche

Delle parti metallicheGianmassimo Zuccari in questo articolo discorre delle parti metalliche presenti nelle pipe: filtri, vere e coperchi anti-vento. Il testo originale è pubblicato su Smoking (n°1, marzo 1980).

Delle parti metalliche

Intendiamoci innanzitutto su quali parti metalliche prenderanno la nostra attenzione. Lasceremo al di fuori della nostra indagine i narghilè, i calumet ed ogni pipa diciamo preistorica, focalizzando l’obiettivo su quella moderna che, da un punto di vista tecnico e pratico, è l’unica che veramente ci interessa: la pipa di radica. Quanto andremo dicendo su di essa sarà, in generale e con le dovute riserve, estensibile anche alla schiuma. Le «parti metalliche» cui intendo far cenno sono essenzialmente i filtri, nonché le vere o ghiere, e quei simpatici coperchietti, da taluno aborriti, che ornano talvolta i fornelli in località ventose. 

Scopo del filtro, in generale, è quello di trattenere quanti più residui catramosi possibile fra i tanti che la combustione del tabacco produce. Mi sembra inutile dilungarmi a ricordare i risultati di analisi chimiche di laboratorio tendenti a quantizzare macabramente la comune frase del medico «il fumo fa male». Anche perché, normalmente, tali dimostrazioni sortiscono l’effetto di creare un momentaneo stato di angoscia e smarrimento, che regolarmente viene affogato in… una bella sigaretta. Quindi sorvoliamo. Certo è che la pipa fa meno male, innanzitutto per la decisiva considerazione che all’uso di essa è estranea la combustione della carta, poi perché i tabacchi sono sottoposti a sistemi di concia completamente diversi. Tuttavia, alla fin fine, anche nella pipa si bruciano foglie di «nicotiana» e quindi i fabbricanti devono fare i conti anche con la normale diffidenza del pipatore. Lasciamo in sospeso ogni giudizio di idoneità del sistema ed andiamo avanti nell’illustrare gli scopi. Altra funzione del filtro, si dice, è quella di trattenere all’interno del cannello i frammenti di tabacco che aspirando potrebbero essere tirati fastidiosamente in bocca. E ciò è abbastanza scomodo, se si considera che questi spesso sono umidificati dalla condensazione e di sapore non proprio edificante.

Queste, essenzialmente, le ragioni addotte per l’uso del filtro. L’osservatore però non potrà mancare di notare che quello fra essi più usato e diffuso è il filtro di metallo, generalmente alluminio perché più leggero e poroso. Ebbene, tale aggeggio io, scoprendo così subito i miei propositi, consiglio vivamente di sopprimere, sia a chi voglia ottenere dalla pipa il massimo godimento, sia a chi è preoccupato dai malefici del fumo. La quantità di nicotina che il metallo, per quanto poroso, può trattenere sulla sua superficie è veramente irrisoria; inoltre, la funzione di argine alle cateratte di tabacco bagnato verso la bocca mi lascia un pò incredulo e perché non ricordo di essere mai stato travolto da fiumi di tabacco in piena e perché, tutto sommato, una pipa ben caricata secondo i crismi non dovrebbe dare di questi problemi. La notazione più consistente, tuttavia, in tema di filtri metallici, riguarda più propriamente il buon fumo. È risaputo che una corrente di aria calda che incontri un ostacolo metallico di temperatura più bassa e che per di più sia da questo costretta a seguire un percorso contorto, senza dubbio condensa.

Diverso è il discorso che meritano altri materiali impiegati per alleviare a bronchi e polmoni il morso della nicotina. Conosciamo filtri di carta, filtri di paglia, persino filtri granulari di schiuma. Vediamo di dir due parole anche di questi. Innanzitutto ricorderò che la pipa non si aspira. Quindi già per questo, come forse si sarà intuito, sono contrario all’uso di qualsiasi elemento estraneo alla struttura classica dello strumento. Tuttavia non si può ignorare che spesso chi si avvicina a questa forma di fumo, così naturale e primitiva, lo fa per necessità, per consiglio del medico e viene quindi da un lungo periodo di pesante assorbimento di nicotina, tramite la sigaretta. Da costoro non si può pretendere che immediatamente imparino a cambiare modulo: continueranno ad avere un morboso desiderio di «catrame» ed i passaggi traumatici sono spesso più dannosi che benefici. Aspireranno dunque anche la pipa, salvo poi un lento processo di disassuefazione al quale auspichiamo debba seguire, insieme al deperimento della necessità, anche l’abbandono del mezzo: il filtro. Comunque, nel corso di questa fase, trovo migliori i materiali da ultimo indicati che non il metallo. Per ragioni di praticità (hanno un periodo di uso limitato, al termine del quale si sostituiscono) e di igiene (dal momento che voglio sperare che un filtro di metallo, almeno, sia sottoposto a frequenti pulizie, non si dovrà manipolare continuamente un arnese unto e appiccicaticcio). Una particolare preferenza rivolgo ai filtri di paglia poiché, per quanto rispetto a quelli di schiuma siano meno neutri al gusto, rubano meno di questi al sapore del tabacco. Quelli di carta, invece, alterano eccessivamente l’aroma del fumo. 

Esaurito l’argomento filtri, entrerei in tema vere o ghiere, sempre a proposito delle parti metalliche che è possibile trovare annesse alla pipa. Tranne che in un caso, la vera non ha una funzione tecnica, ma solo è adibita a soddisfare il preziosismo estetico del possessore, che quindi gradirà materiali preziosi come argento, oro, talvolta oro bianco. Qualche fanatico si sbizzarrisce addirittura con quelle che sono conosciute con il nome di «vere personalizzate». Si tratta di anelli di metallo pregiato, per lo più oro, in cui si trova inciso un disegno geometrico regolare. Come è facile intuire, tale accessorio raffinato non influisce affatto sulla qualità del fumo o sul rendimento generale della pipa. Prendendo le mosse da questa considerazione, alcuni ritengono la vere una forma di puro esibizionismo, inutile e snaturante l’essenza psicologica del fumo della pipa, che è semplicità, spontaneità e, in un certo senso, “primitivismo”. Questa visione bucolica e pastorale del fenomeno pipa, per quanto suggestiva, a mio avviso non risponde affatto alla realtà, o per lo meno, se una rispondenza c’è, essa è talmente inconsistente da non potere assolutamente essere presa a simbolo di un atteggiamento antropologico complesso quale è quello dell’«uomo con pipa». Non si richiede una particolare sensibilità sociologica per capire che la scelta della pipa non tanto maschera la ricerca di un rapporto più diretto uomo-natura, quanto invece, specie nella società moderna, assurga a status-symbol, come è stato già scritto, di una certa condizione sociale. 

Niente di strano quindi se spesso — nei contorti meandri della nostra psiche — accettiamo inconsciamente di «salire un altro gradino» con un pezzetto di metallo in più. Ben altri sarebbero i peccati da punire. Talvolta però la vera diventa una necessità tecnica. Sarà accaduto quasi a tutti di estrarre violentemente il bocchino dalla pipa ancora calda, e a qualcuno di farlo tanto goffamente da crepare il povero cannello, quando non si sarà riusciti addirittura a spezzarlo. Ecco che la fascetta metallica diviene il mezzo indispensabile per ricomporre e tenere insieme i pezzi, scoprendo poi alla fine che bah, non tutti i mali vengono per nuocere. Un discorso analogo a quello delle ghiere, meritano i coperchietti cui ho accennato in apertura. Essi hanno però un vantaggio rispetto alle prime: pur essendo, al pari delle vere, di un’inutilità impareggiabile, si mascherano dietro la necessità di preservare la brace dalle turbolenze dei venti. Hanno quindi una funzione tecnica? Io direi che sono solo più subdoli, perché nascondono dietro di essa gli stessi sentimenti di leziosità e frivolezza. Alcuni sono comunque molto graziosi, pochi altri addirittura belli. Con essi non mi sento di essere né falco né colomba. Lasciamo che il buon gusto faccia la sua storia.

Condividi:

Aggiungi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *