Delle forme

Delle formeNel testo che segue Gianmassimo Zuccari tenta d’aggiornare e riassumere le forme delle pipe più diffuse. A fine articolo ho aggiunto un contributo in formato pdf tratto dallo stesso articolo. Fonte: Smoking (n°2, giugno 1980).

Delle forme

Fare un discorso tecnico sulle forme della pipa richiede un po’ di coraggio. Se ne sono dette molte a tal proposito: abbiamo visto apparire e sparire nomi, modelli, abbiamo visto includere forme autonome in altre più diffuse e, viceversa, estrapolare, leggere varianti da forme più classiche. A confondere ancor più le idee ha contributo, come sempre, l’interpretazione italiana di termini inglesi.

La distinzione fondamentale e imprescindibile, rilevante ai fini più propriamente tecnici del pipare, è quella fra «pipa dritta» e «pipa curva». Come si sa, questi due archetipi presentano diverse caratteristiche: la prima è per così dire universale, nel senso che si adatta alla maggior parte delle occasioni, è più sportiva, più pratica perché di più facile pulizia, più giovanile e dinamica, da passeggio. La seconda è più congeniale alla poltrona, pesa meno sui denti perché esercita un braccio di leva minore, è meno ingombrante anche se spesso più capiente, quindi è più comoda per lavorare, produce più condensazione perché obbliga il fumo ad insinuarsi fra le sue curve e quindi richiede più cura. Insomma, a chi piacciono le secche semplificazioni diremmo che la pipa dritta è «mondana» e la pipa curva è «casalinga». Esistono ovviamente delle soluzioni intermedie che è nell’uso chiamare «semicurve», direi anzi che ogni forma autonoma presenta una propria variante semicurva, tranne la «Cornetta» che non è concepibile ne dritta né curva.

Prima di affrontare organicamente il problema della forma, sarà opportuna una premessa che riguarda i sistemi di innesto, i cannelli e i bocchini. Quanto ai primi distinguiamo «l’innesto a perno» che è il più comune (possiamo dire quello normale) e «l’innesto a flock». In questo sistema il bocchino — dalla parte opposta al dente — termina a cono e viene innestato nel cannello predisposto per accoglierlo ad incastro. Generalmente la parte terminale del cannello è rinforzata da una ghiera di metallo (army mounted). Tale sistema è ovviamente più elastico e quindi robusto dell’altro — permette di smontare il bocchino anche a caldo, senza pericoli di rottura — ma dà alla pipa un aspetto più tozzo e meno elegante. Il cannello invece si presenta in diverse sezioni: tondo, ovale, triangolare, quadro, ed ogni forma base può avere, in astratto, una variante differenziata per la sezione del cannelloDiscorso identico vale per il bocchino che può essere «liscio» (taper) o «a sella» {saddle). Solo in un caso questa differenza vale a distinguere una forma da un’altra: la «Liverpool» infatti si distacca dalla «Lovat» per avere il bocchino taper, laddove la seconda monta di regola il saddle.

La letteratura sulla pipa (vedi anche l’articolo: “Alla pipa con gratitudine“) ci presenta dodici «forme classiche»: Dritta Classica (Billiard), Curva Classica (Bent), Boccetta (Apple), Pot (Pot), Canadese (Canadian), Dublino (Dublin), Cornetta (Woodstock), Ovale (Oval), Lovat (Lovat), Galles (Prince), Quadra (Bulldog), Quadra Curva (Bent Bulldog). Nella Quadra si riuniscono però due forme che meriterebbero di essere distinte: la Bulldog e la Rhodesian. Illustreremo più avanti la differenza. Siamo dunque partiti da queste dodici, ma il sorgere di nuove industrie primarie in tutto il mondo, la loro affannosa ricerca di nuove interpretazioni della stessa forma base e del gusto in evoluzione del pipatore, hanno portato ad una produzione di modelli che spesso prescindono assolutamente da quelli classici, tanto da togliere autorità a questa nomenclatura, relegandola a mera suggestione letteraria. Non poco, dobbiamo riconoscere, ha influito su questo fenomeno il facile pontificare di qualche autore che, nel tentativo di guadagnarsi un piccolo spazio di immortalità, ha pensato bene di battezzare autonomamente semplici varianti di modelli base.

Ha cercato di mettere un po’ d’ordine in questa materia così farraginosa l’editore Bolaffi che nel 1978 ha dato alle stampe il «Catalogo Bolaffi delle Pipe», un lavoro in cui traspare l’intento di dare un punto fisso di riferimento. Ora però, mettendo al bando le chiacchiere inutili, verrei ad indicare quei modelli che secondo noi oggi possono essere considerati «forme autonome», aggiungendo, per ognuno, qualche breve commento. Accanto a questa già nutrita schiera di «nuove» forme rispetto alle «vecchie» dodici, si vorrebbe riconoscere una «Tomato» che in fondo non è che una Galles più massiccia, una «Bull-Cap» che si differenzia dalla stessa solo perché più piccola, e una «Olifant» che è una Cornetta più slanciata (ma più brutta). Ora, per queste tre forme non mi sembra che le tendenze autonomiste siano giustificate da una massiccia ed ampia produzione industriale, dalla quale è giusto prendere le mosse per ampliare la gamma delle «forme classiche». Non dimentichiamo poi che è impossibile dare un cartellino nominativo ad ogni pipa prodotta nel mercato mondiale, per la semplice ragione che se ammettiamo che esistano forme classiche, dobbiamo dedurre anche che ci siano forme non classiche o forme libere. La gamma di queste va dalla pipa scolpita o intagliata a mano, fino appunto ai modelli catalogabili. Questo confine resta difficile da tracciare e credo che già abbiamo forzato un po’ la mano passando da dodici a venti. In fondo l’individuazione di un nuovo modello da inserire nell’elenco è giusto che dipenda dal successo che l’idea di un’industria ha presso il pubblico, tanto da indurre altre industrie ad imitarla. 

PDF Delle Forme

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