Del taglio (della radica)

del taglio della radicaGianmassimo Zuccari spiega il diverso approccio da tenere in fase di taglio della radica per ottenere pipe fiammate o, viceversa, pipe con occhio di pernice. L’articolo è pubblicato su Smoking (n°3, settembre 1979).

Del taglio

Nella trattazione dell’argomento del taglio della radica dirimeremo i dubbi e le incertezze intorno alle famose pipe «fiammate» ed alle preziose pipe ad «occhio di pernice». Non mi dilungherò su un argomento che necessita però di un accenno ad introduzione dell’assunto: la radica. Sappiamo che si tratta di un’escrescenza lignea dell’erica arborea, che si sviluppa fra la radice vera e propria e la diramazione della pianta verso la superficie terrestre. Si forma a causa delle difficoltà di espansione incontrate dalla radice nei terreni rocciosi ed è quindi una sorta di sfogo energetico del vegetale. Più anziana è la pianta e maggiori saranno le dimensioni del «ciocco», tenendo presente che, a proposito di radica, è bene abituarsi a ragionare in termini di secoli.
Una volta messa a nudo l’escrescenza, si procede all’amputazione delle diramazioni superiori e inferiori, ottenendo così una sfera irregolare, dalla superficie bitorzoluta, di colore marrone scuro e dal peso considerevole, data l’umidità che trattiene in altissima percentuale. Conosciamo le varie fasi della lavorazione delle quali do cenno: i ciocchi, appena estratti, sono trasportati in laboratorio dove vengono bagnati frequentemente perché non muoiano; è facile vedere come da essi continuino a spuntare le gemme che vengono amputate prima del taglio. Quando la pianta è ancora viva viene segata, ottenendosi le cosiddette «piastre». Queste vengono ulteriormente lavorate in modo da ricavare gli «abbozzi» che già cominciano ad avere sembianze di pipa. A questo punto, la bollitura in forni ad alta gradazione per cancellare qualsiasi residuo di vita all’interno del legno. Quindi, la lunga stagionatura in appositi capannoni, per finire con la creazione vera e propria della pipa.
Veniamo ora, più specificamente, a trattare il tema che ci preme qui: il taglio. Abbiamo visto in che fase del processo complessivo di lavorazione esso si inserisca, e ciò è sufficiente a farci capire come, se il legno venisse tagliato prima di essersi ambientato alla luce del sole, sarebbe soggetto a fratture dovute al repentino passaggio dallo stato umido in cui vive, allo stato normale atmosferico.
Mi sembra inutile dire che ogni industria di pipe che si rispetti — quello degli artigiani è un discorso a parte — si divide in settori di specializzazione ed ovviamente chi taglia la radica fa solo quello. Direi che quella del tagliatore è l’attività più delicata, un buon artigiano del settore si forma in anni di pratica esperienza. Proviamo a pensare quale danno anche solo economico (e per chi ama la pipa questo è proprio l’ultimo) provocherebbe il taglio sbagliato di un pezzo vecchio, ad esempio, di due secoli!
Il ciocco, in sezione, presenta un nucleo centrale dal quale si diramano un’infinità di venature che, a raggiera, raggiungono la superficie esterna. In genere si ritiene che da un ciocco si possa ottenere una sola pipa fiammata, avente la base del fornello al centro del ciocco e lo sviluppo delle venature nel senso di inclinazione del camino. Niente di più errato. E ciò illustrerò spiegando che cosa sono e la funzione che svolgono le striature della radica. Esse costituiscono un sistema fittissimo di capillari che portano il nutrimento dalla superficie, che assorbe l’umidità del terreno, al cuore del ciocco. Ognuna di esse quindi è paragonabile ad una microscopica arteria del sistema circolatorio del corpo umano, con la differenza, però, che nella radica il nucleo centrale trattiene la linfa vitale e, man mano che le cellule si nutrono, marciscono e muoiono. Deduciamo dunque che il cuore del ciocco, quello dal quale si immagina potersi ricavare il «pezzo unico», è in realtà la prima parte che il tagliatore deve eliminare.
Il problema e la difficoltà del taglio, pertanto, consistono proprio nella necessità di centrare con la sega il punto di diramazione, in modo da ottenere un certo numero di spicchi — le piastre — dai quali possa essere eliminato lo spigolo, senza spreco di prezioso materiale; e raramente il nucleo centrale del sistema circolatorio coincide col centro del ciocco. La sua invenzione è lasciata alla sensibilità e all’esperienza dell’artigiano.
Credo di aver dato un’idea di quella che è la cosiddetta «fiammatura» della radica. In apertura ho distinto la «famosa» pipa fiammata dalla «preziosa» pipa ad occhio di pernice. Mi resta quindi ora da illustrare le caratteristiche naturali e tecniche di quest’ultima, nonché la differente aggettivazione attribuita ai due gioielli vegetali.
Una volta estratta e tagliata, la radica, come è ovvio, muore; il suo sistema circolatorio quindi cessa di operare ed i canali lentamente si atrofizzano otturandosi. È intuitivo tuttavia che anche al termine di questo processo di assestamento organico, la traspirazione di una superficie tagliata in modo perpendicolare al senso della venatura sarà maggiore di quella di una piastra fiammata. Traendo le conclusioni da quanto detto, ricaveremo l’immagine ed i pregi della pipa ad occhio di pernice. Essa si ricava da una piastra tagliata in senso opposto (perpendicolare) a quella fiammata. Visivamente si presenta come punteggiata da un’infinità di macchioline più scure, ognuna delle quali sarebbe dunque il foro di entrata di una venatura. La peculiarità di questo taglio fa sì che la superficie del fornello di una pipa si divida in quarti. Un comune «occhio di pernice» ha due quarti punteggiati e due quarti striati in senso orizzontale (e quindi non fiammati). Tanto più elevato sarà il valore del pezzo quanto maggiore sarà la centratura del taglio.
Se ho reso bene l’idea di che cosa sia un occhio di pernice e di come sia strutturato internamente un ciocco, dovrei strabiliare dicendo che esistono pipe con 3/4 di punteggiatura, e provocare panico asserendo di aver visto un 4/4: immaginiamo senz’altro quanto bassa possa essere la percentuale di reperibilità di una piastra da cui ottenere quattro, o anche solo tre facciate ad occhio di pernice. Ecco spiegato il perché ho definito preziosa la pipa tagliata in questo senso, contrapponendola alla più famosa ma certamente anche più comune fiammata.
Sfruttando lo strascico di una vena poetica che ormai da tempo vado invano inseguendo, ebbi qualche tempo fa a descrivere la pipa fiammata come «il prodotto dell’opera dell’artigiano, volta a plasmare il legno in forma di pipa, rispettando scrupolosamente il disegno che un altro Artigiano ha tracciato sul più generoso elemento della natura viva». Ebbene, penso di poter affiancare l’occhio di pernice a questa ampollosa definizione, pur senza nulla togliere alle meravigliose «straight grain».

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