Del ritmo della boccata

Del ritmo della boccataIn “Del ritmo della boccata” Gianmassimo Zuccari tratta delle tre differenti fasi di una fumata di pipa. L’originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°3, settembre 1980).

Del ritmo della boccata

Quando in redazione comunicai che il mio prossimo articolo tecnico avrebbe trattato del ritmo di boccata, ricordo che fui avvolto da una nuvola densa di dubbiosa e scettica incredulità. Effettivamente, al di là dell’indicazione ormai comune «boccate lente e distanziate», è difficile pontificare su un argomento di così personale interpretazione. Tanto per fare un esempio, ricordo un personaggio abbastanza curioso, il quale usava tenere caricate per metà, sul tavolo, tre o quattro pipe. Ai primi sintomi del desiderio ne afferrava una, la portava alla bocca, vi avvicinava una specie di lanciafiamme, aspirava rabbiosamente alcune boccate violente fino ad arrivare a quella piena e compatta di fumo. Si riempiva i polmoni fino all’ultimo lobo trattenendo quanto più possibile la voluttuosa nube dentro di sé, quindi, riposta la pipa, tornava alle sue attività consumando lentamente, fra leggeri sbuffi di fumo, l’abbondante carico che non si esauriva prima di qualche minuto. È evidente che quanto scriverò ora scandalizzerà questo signore dalla potente boccata, ma sono altrettanto sicuro che sarò perdonato, nell’ipotesi che questo numero di Smoking gli capiti fra le mani. 

Innanzitutto dirò che una razionale e corretta amministrazione della nostra carica di tabacco, che si ottiene in primo luogo proprio con un appropriato ritmo di boccata, comporta due effetti di importanza determinante: primo, una più lunga pipata, con evidente soddisfazione e del portafoglio e di quella piccola parte di competitore che riposa sorniona in un angolino dell’animo di ogni pipatore; secondo, una perfetta degustazione del tabacco. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che è inutile fare tanto i pignoli (ma giustamente!) disquisendo sulle sottili differenze correnti fra tabacchi spesso analoghi, quando poi se ne storpia il gusto e l’aroma con un pipare ardimentoso e frammentario. Tutto si riduce ad una snobistica palestra di esercitazioni logiche per dare la definizione più suggestiva ad un impasto di erba e saliva sfrigolante sul fondo di un fornello bagnato. E non è precisamente questo il quadro che auspichiamo indicando il «parere degli esperti».

Non sarà difficile trovare sostenitori alla tesi che una volta inumidita la carota (la carica di tabacco), una volta cioè che la condensa formatasi nel cannello, invece di essere rimossa con i noti sistemi, venga lasciata scivolare sino al fornello, non è più possibile parlare di degustazione nel senso analitico e critico del termine. Si continuerà a fumare «per onor di firma», ma dovrebbe essere severamente proibito, in queste condizioni, sparare sentenze. Ben lontani da un obiettivo apprezzamento del gusto e dell’aroma di un tabacco siamo anche nel caso in cui il fumatore, vuoi per imperizia, vuoi per necessità, nel corso della fumata ricorra troppe volte alla riaccensione, oppure addirittura lasci freddare la pipa prima di riaccenderla. Pecche queste anche dovute ad un difettoso ritmo di boccata. Anche in questo caso il Codice penale dovrebbe disaminare attentamente il criminale comportamento dei critici della domenica e comminare sanzioni severissime. La nicotina infatti, nel raffreddare, si rapprende passando dallo stato oleoso a quello solido ed altera il gusto del tabacco con il suo sapore bruciante. È ammessa anche qui la continuazione «per onor di firma» ma, come sopra, bavaglio ai critici! 

Caso analogo al precedente quanto all’alterazione degustativa, ma ad esso opposto, è quello che riguarda il fumatore «nervoso». Quello, per intenderci, che brucia quattro grammi di tabacco in un quarto d’ora. Questo «mister mantice» sarà funzionalmente dotato della cosiddetta «lingua di bue» e quindi già solo per questo lascerà piuttosto a desiderare come critico. In più, tralasciando di considerare che una pipa rovente produce acquerugiola, notiamo che il fumare caldo comporta l’immissione nel gusto del tabacco di un fastidioso sapore di legno. Ciò altro non è che l’esasperazione di quel meraviglioso fenomeno — proprio del pipare nella radica — che è il fondersi della fragranza del tabacco con le caratteristiche peculiari delle diverse radiche. Ma ogni eccesso è difetto e qui diremmo… difetto di ritmo di boccata. Fin qui ho parlato del perché conviene adottare un regime di boccata determinato. Ora vediamo di determinare, almeno approssimativamente, tale regime.

Scindiamo sistematicamente la pipata in tre fasi: accensione, centro pipata e finale, mutuando sfacciatamente la terminologia scacchistica. Vorrei puntualizzare subito che questa tricotomia non è un inutile esercizio accademico, ma risponde puntualmente oltre che alle tre tappe obbligate del pipare, anche a tre distinti regimi in cui affrontare il problema del ritmo di boccata. Nella «fase di accensione», terminate le operazioni di caricamento che altrove abbiamo trattato (vedi il link «Del caricamento», da Smoking n. 2 anno 5), il problema è quello di ottenere una presa accurata ed uniforme del fuoco su tutta la superficie superiore della carota di tabacco. Non importa — e direi anzi che ciò è naturale — se questo risultato si raggiunge con due o tre riaccensioni (il rito ne prevede due) intervallate da un appropriato lavoro di pigino. Tralascio di proposito la diatriba fra i sostenitori del fiammifero e quelli dell’accendino, in quanto di nessun interesse tecnico. I conservatori insisteranno nell’uso del primo, i pratici lo avranno già sostituito col secondo, purché sia di quelli appositamente progettati per la pipa, ossia a fiamma trasversale. Ora, qual è il fatidico ritmo di boccata da tenere in questa fase? Sarà opportuno alternare veloci e leggere tirate, che accompagneranno il rapido volteggiare dello strumento da fuoco, con qualche boccata più profonda e piena, ma non troppo. Le prime ci aiuteranno a propagare la brace in senso orizzontale assecondando il movimento dell’accenditore; le altre attireranno il fuoco verso il basso, in senso verticale dunque, dando profondità alla brace, in modo da lasciare un certo margine di operatività al pigino che subito sarà chiamato a comprimere le particelle di tabacco ribelli. Se si sarà stati troppo cauti nelle «tirate verticali» oppure troppo energici con il calcatoio, spegnendo la brace in alcuni punti, sopperirà una seconda accensione rapida e leggera.

Da questo momento in poi non è più necessario mantenere compietamente accesa tutta la superficie superiore della carota, che anzi sarà bene assecondare nella sua tendenza a smorzarsi avendo cura, con un diverso e più lento ritmo di boccata, di alimentare la brace solo nella sua parte centrale. Ottenuto tale risultato saremo entrati nella seconda fase, quella del «centro pipata». Questa costituisce il momento direi nevralgico dell’attività degustativa, è la fase più lunga e più tranquilla, che se così non fosse sarebbe veramente scomodo il pipare a causa della attenzione e della concentrazione che richiedono gli altri due stadi. In genere è questo il periodo che viene quasi esclusivamente trattato a proposito del regime di tiraggio e ciò è comprensibile se si considera che nella prima fase si è più tesi alla perfezione di una serie di atti meccanici, mentre nell’ultima il piacere che si ottiene è distratto dalla necessità di un più frequente lavorìo di pigino. Qui soccorrono i luoghi comuni della boccata lenta, a ritmi regolari, mai violenta né affannosa, sempre morbida e dolce. Mi rendo conto che è difficile dare un senso compiuto a queste espressioni le quali, più che altro, tendono a stimolare la suggestione poetica nel lettore, pur essendo assolutamente prive di contenuto tecnico. 

Mi rivolgo quindi non tanto al neofita, che sarà chiamato semplicemente a personalizzare tali locuzioni, quanto al pipatore più esperto, che ha quindi maturato quella sensibilità che gli permette di capire il senso degli inevitabili stereotipi ai quali si ricorre per illustrare fenomeni complessi, collegati con le attività sensitive del corpo umano. E do dunque anch’io il mio contributo alla suggestione, sperando vanamente di essere il più indicativo ed esauriente, come gli altri prima di me, richiamandomi al concetto della «rotondità». Pensiamo ad una sfera, anzi ad una ruota, cui è più facile dare una direzione precisa e soffermiamoci con la mente sulla rotondità del suo movimento. Esso può essere regolato su un regime di assoluta continuità geometrica. È possibile naturalmente accelerare o rallentare, a seconda della necessità, ma il movimento resta ugualmente levigato ed uniforme. Quanto ai cambi di velocità, attenzione! Nell’un eccesso ci si potrebbe fermare, nell’altro si potrebbe entrare in vibrazione, perdendo… rotondità. Man mano che ci si rende conto che è sempre più difficile mantenere la regolarità, si deve intuire il passaggio al terzo stadio, la «fase finale». 

Sarà bene rimuovere un pò di cenere, — non tutta — per facilitare il tiraggio, rendendo più sensibile la brace alle sollecitazioni della bocca, ma senza rinunciare ancora alla rotondità. Dal punto di vista degustativo questa fase è molto importante, poiché la qualità della miscela è messa a dura prova. Il fondo della carota, infatti, è da quando abbiamo acceso che filtra il fumo degli strati superiori, quindi in esso si sono concentrati tutti gli umori della pipata. Molti fumatori trovano troppo forte questa parte di tabacco e svuotano la pipa con evidente danno per l’uniformità della crosta. Ma li si può capire se si considera che l’aroma è spesso viziato da depositi di condensazione, o che una cattiva miscela, cadendo alla «prova del nove», risulta qui piuttosto amara. Se però ci si sarà premuniti contro il flagello dell’acquerugiola e se si fumeranno buone misture, ci si renderà conto di come proprio questa sia la fase più generosa della fumata, così piena di gusto, all’acme di quel fenomeno sincronico, cui abbiamo accennato, fra tabacco e radica. Si avrà cura solo di accelerare moderatamente il ritmo di boccata, in equilibrio fra il pericolo dello spegnimento e quello più consistente della bruciatura, avvertibile in anticipo attraverso uno squilibrio fra il gusto del legno e quello del combustibile, in favore del primo. Tutta questa fase presuppone un’intensa ed energica attività di pigino per spingere verso il foro del camino ogni parte incombusta del tabacco. L’eccessivo «sapore di legno» ci avverte che è terminato quell’atto così antico ma sempre così nuovo che è la pipata. Sarebbe inutile e pericoloso insistere. Meglio caricare un’altra pipa.

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