Del bocchino

Del bocchinoIl bocchino della pipa: Gianmassimo Zuccari analizza materiali, forme, tipologia del dente e manutenzione. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°1, marzo 1979).

Del bocchino

Approfitteremo, questa volta, dello spazio riservatoci per trattare, in maniera quanto più esauriente possibile, l’argomento bocchino. Premettiamo che la disamina di tale argomento, se da un lato presenta minori difficoltà di quella della crosta (dello stesso autore vedi: Rimuovere il carbone: come, quando e perché farlo), avendo un campo d’indagine più ristretto e una bibliografia assai più limitata, dall’altro richiede una più attenta e precisa opera di classificazione, al fine di dare al lettore un quadro chiaro e completo dell’assunto. Entrando direttamente in tema, inizieremo con l’esaurire la questione «materiali»: ebbene, a parte le pipe di gesso — che normalmente si presentano in pezzo unico con il bocchino — e quelle di terracotta — che montano un rametto di marasca forato e leggermente ricurvo —, il campo della nostra indagine rimane circoscritto all’ebanite, al metacrilato e plexiglass, al corno e all’ambra.

Il bocchino in ebanite (para vulcanizzata, mescolanza di gomma e zolfo, scoperta in Inghilterra nel 1878 e perfezionata poi da chimici tedeschi – fonte: Bozzini -) è senz’altro il più frequente. Presenta caratteristiche di morbidezza e facile adattabilità alla dentatura, con conseguente migliore stabilità in bocca. Intuibili controindicazioni sono una durata più limitata ed una predisposizione alla perdita della lucentezza naturale, per ovviare alla quale è necessaria una frequente manutenzione. Per il bocchino in metacrilato potremmo semplicemente invertire il discorso fatto a proposito dell’ebanite. Pro: eterna lucentezza, inutilità della manutenzione esterna, maggiore resistenza alla corrosione dentale grazie alla sua maggiore durezza. Contra: minore adattabilità alla dentatura, maggiore «freddezza» nel contatto orale, minore stabilità in bocca e, nel novanta per cento dei casi, maggiore spessore, data la difficoltà di lavorazione.

Il bocchino in corno è ormai un’autentica rarità. Molto usato nel secolo scorso, prima della scoperta dell’ebanite — e a maggior ragione del metacrilato — è oggi caduto praticamente in disuso a causa della sua naturale porosità e quindi impregnabilità agli umori residui del fumo. Al bocchino in ambra abbiamo riservato l’ultimo posto in ossequio alla massima «dulcis in fundo». Potremmo incoronarlo re dei bocchini: è infatti un autentico gioiello, presentando le caratteristiche della bellezza e della rarità (oltreché, purtroppo, della preziosità). Non a caso vediamo i bocchini in ambra montati solamente sulle costosissime pipe di schiuma, e nemmeno su tutte. Come ogni cosa bella e preziosa al tempo stesso è estremamente fragile e delicato, necessitando di particolare manutenzione a causa del suo rifiuto congenito ai comuni solventi chimici. L’ambra è una resina fossile costituita da carbonio, idrogeno e ossigeno. Non è un composto chimico ben definito e contiene quantità variabili di acido succinico sulla cui presenza si basa la distinzione dalle altre numerose resine fossili. Ha un peso specifico di poco superiore a quello dell’acqua (1,05-1,10); durezza bassa (2,5-3); temperatura di fusione 350°; colore variabile: giallo chiaro, giallo scuro tendente al rosso o al bruno, raramente azzurro e verde; alcune varietà, specialmente quelle siciliane e quelle di San Domingo, presentano notevole fluorescenza per cui il colore, che è giallo a luce trasmessa, appare azzurro o verde per riflessione. Il valore venale dipende dal colore e dalla trasparenza.

Veniamo ora a spender due parole anche sulle forme dei bocchini. Ve ne sono a sezione rotonda, quadrata, rettangolare, ovale; tuttavia la trattazione dell’oggetto non può non prendere le mosse dalla «summa divisio» che vede da una parte il bocchino «a perno», potremmo dire quello normale, e dall’altra quello «ad innesto» o «a flock» o «army». Quest’ultimo ha, nella parte terminale, una rastrematura a cono che viene innestata nella pipa (army mounted). Questo sistema, per quanto fosse esteticamente meno valido di quello a perno, è senz’altro più solido: infatti la pipa risulta più resistente alle sollecitazioni longitudinali, non presentando il bocchino improvvisi sbalzi di spessore nella sua lunghezza. Consente inoltre l’estrazione dell’imboccatura anche a pipa accesa, senza eccessivi pericoli di rottura. Unico inconveniente è che il sistema di incastro deve essere estremamente preciso, pena la facile caduta della testa.

Un’altra divisione imprescindibile è quella fra bocchino «liscio» e bocchino «a sella». Il secondo presenta, al contrario del primo che invece va a scemare senza soluzione di continuità nel suo spessore profilare verso il dente, una strozzatura improvvisa, generalmente più vicina al cannello che al dente. E’ questa, insieme alle altre che tralasciamo per ragioni di spazio (dritto, curvo, semi-curvo, ecc.), una distinzione che rileva ai soli fini estetici. Un cenno a parte merita la parte terminale del bocchino, che convenzionalmente chiamiamo «dente», quella che teniamo in bocca, per intenderci. Anche qui le forme possono essere svariate, da quella «a stringere» a quella «svasata» o «a coda di rondine» che Bozzini, con termine figurato più valido, chiama «a coda di pesce». Quest’ultima, a nostro avviso, è la migliore poiché consente una più efficace stabilità della pipa grazie alla maggior superficie di appoggio. Alcune pipe, inoltre, sono dotate di un particolare dente che rivolge l’angolazione del fumo verso l’alto, ma di questo parleremo introducendo il tema del foro d’uscita del fumo.

Talvolta siamo in presenza di un vero e proprio foro circolare, talaltra, invece, di un taglio orizzontale. Diciamo fin d’ora che è senz’altro migliore il sistema a taglio poiché non concentra il getto del fumo caldo su un punto fisso della lingua, ma consente una dispersione uniforme in bocca, con evidenti vantaggi per le papille gustative. Dicevamo di quel particolare tipo di dente: ebbene, questo è un accorgimento atto a sottrarre la lingua ai morsi del fumo. Tuttavia osserviamo che tutti i bocchini di quella forma presentano il foro circolare e che la deviazione del fumo sarà certamente di sollievo alla lingua, ma non si vede sinceramente come riesca ad esserlo per il palato! Quindi: bocchini a ventaglio (a coda di pesce), possibilmente di piccolo spessore, e con foro d’uscita a taglio orizzontale. Qualora avessimo la sfortuna di innamorarci di una pipa con foro d’uscita circolare, non sarà qui fuori posto il consiglio di svasare il buco verso i lati con una limetta a punta. Concluderemo questo breve trattatello con altri due consigli che speriamo utili ai lettori.

Accade spesso di acquistare una pipa dotata di un bocchino «lento», cioè tendente a sfilarsi facilmente. L’inconveniente può accadere anche ad una pipa usata, dopo qualche anno di fedele servizio. Niente paura! Basterà sfilare l’imboccatura, passare il perno velocemente per qualche secondo (senza lasciarvelo) su una fiamma — in modo che l’aumento di temperatura renda la para (o il metacrilato) più duttile —, sottoporre a leggera pressione, su una superficie liscia, il perno stesso in modo da schiacciarlo lievemente verso il bocchino vero e proprio, immergere il tutto in acqua fredda ed ecco che ora il perno presenterà uno spessore maggiore, offrendo più resistenza alle pareti interne del cannello. Nel caso contrario, e cioè se il bocchino dovesse risultare troppo «duro» all’estrazione e all’innesto, basterà passarvi su tutta la superficie la punta di una matita, in modo da lasciarvi uno strato di grafite che fungerà da lubrificante neutro. Se poi anche questo non dovesse bastare, beh, allora, carta vetrata fina e… buon divertimento.

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