Conoscenza carnale

Conoscenza carnaleRelativamente alla conoscenza per esperienza diretta Sandro Saulini, nel testo che segue, invita il lettore a riconsiderare le tipiche affermazioni massimaliste sulle marche (delle pipe) di cui molti fumatori sono vittima anche al giorno d’oggi nei forum dedicati. L’articolo originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°1, marzo 1991).

Conoscenza carnale

Il rapporto del fumatore con la propria pipa è personale: impossibile stabilire criteri estetici e tecnici universalmente validi. Ma qualche nota di obiettività può aiutare ad evitare confusioni… Non credo nella cabala e non penso di essere stato influenzato dalla lettura de “Il pendolo di Foucault”. Però sta di fatto che fumo la pipa da 25 anni e fumo sempre le stesse 25. Ne possiedo 50 ed ho 50 anni. Perciò cercherò di arrivare almeno a 100 pipe: hai visto mai… Ho fatto questa premessa perché, risultando dalla stessa che son intenzionato ad acquistare pipe in futuro, mi sorgono alcuni problemi. Sull’oggetto che tanto amiamo ho letto libri e riviste. Di estetica e di tecnica, trovandoci tutto e il contrario di tutto. Per fare un esempio: per rodare una pipa nuova il metodo giusto è caricare il fornello solo per un terzo (no: per metà. No: per tre quarti) le prime 6 fumate (no: le prime dieci. No: le prime trenta!). E poi ho letto che la pipa nuova va caricata subito per intero. Posso citare le fonti, tutte autorevoli.

Secondo me, sull’argomento pipe, hanno ragione tutti su quasi tutto. Sono “giuste” le pipe corte, medie, lunghe, diritte, curve, lisce, sabbiate, fiammate o con qualche difetto, leggere o piene: perché diversi sono gli uomini e ciascuno di essi a sua volta attraversa specifici stati d’animo che lo portano a preferire una soluzione piuttosto che un’altra in una determinata circostanza. Perciò, se un collaudatore — pur rispettabilissimo — avendo provato una pipa tra le migliaia prodotte da una ditta, dovesse emettere una sentenza di approvazione o di biasimo sulla qualità o bontà della medesima (attenti: su quella singola pipa), tale giudizio sarebbe lasciato totalmente alla sua responsabilità e coinvolgerebbe solo quella singola pipa. Pur non volendo contestare la credibilità del collaudatore e dando per scontato che la sua prova sia stata condotta nel modo più oggettivo e corretto dal punto di vista tecnico, non me la sentirei di generalizzare il suo giudizio a tutta la produzione così “unica” di un qualsiasi produttore di pipe.

A parte che a noi non interesserebbe che la pipa in questione fosse buona o cattiva, perché noi non compreremo mai quella pipa lì (cioè quella usata dal nostro collaudatore), dovremmo solo dedurne che prove di tal genere sono totalmente prive di scopo, a meno che con esse non si voglia dimostrare che tutte le pipe di una determinata marca sono buone e tutte quelle di un’altra marca cattive. E questo è profondamente errato. In effetti, se volessimo essere più sereni, elementi obiettivi per giudicare una pipa sotto vari aspetti, senza creare confusioni, ci sono e li conosciamo tutti: 1) la bellezza del legno (anche nelle sabbiate) e l’assenza o meno di difetti; 2) la qualità del bocchino e la sua funzionalità; 3) l’accuratezza della lavorazione sia in funzione estetica che in funzione pratica (non vorremmo un foro del bocchino e del cannello eccessivamente stretto e eccessivamente largo); 4) il bilanciamento; 5) la leggerezza del legno. Su quest’ultimo punto vorrei soffermarmi perché tocchiamo il nocciolo della questione. Un centimetro cubico di una radica può pesare meno di un centimetro cubico di un’altra. E dalla storia e dalla leggenda della pipa parrebbe che: se un legno è migliore è più leggero; se è scavato in una certa regione, in un certo periodo dell’anno, ad una certa altitudine, trattato in un certo modo, stagionato per certi anni, darà una testa migliore, come qualità, di un’altra (vedi anche l’articolo: “Radica: come, dove, quando“). In conclusione per giudicare con obiettività una pipa (ma solo quella) dovrebbero servire a mio avviso questi riferimenti: gli elementi che ho riassunto sopra (più altri eventuali); un “certificato” della radica.

Sarebbe bello eh? Pensiamo un po’. Così come esistono i marchi tipo D.O.C.G. per i vini (lasciamo perdere gli sconquassi del D.O.C.), sarebbe carino se ogni pipa (almeno quelle a partire da un certo prezzo), fosse accompagnata da un certificato che — in relazione alla partita o serie prodotta — attestasse che la testa è ricavata da radica proveniente dalla regione tale, dalla segheria (o ditta, comunque) tal’altra, che è stata bollita tot ore, stagionata tot anni e quant’altro di significativo ai fini della qualità. Solo in questo caso avremmo delle garanzie (almeno intenzionali, ripeto) da parte del fabbricante e sapremmo che cosa di più specifico abbiamo acquistato rispetto a quanto ne sappiamo oggi. E magari, apprendendo che forse i vari fabbricanti non si approvvigionano sempre alla stessa fonte per l’intera loro produzione, potremmo anche mettere in soffitta certe affermazioni assolute che ormai sembrano diventate leggenda: la Peterson è una pipa «aspra»; la Parker è «dura da farsi» come pure la Charatan (attenzione, questo già prima che Charatan andasse a raggiungere Parker nel gruppo Dunhill); la tale è “buona” subito. L’altra è dolce. E così via sentenziando. Probabilmente parlo di un’illusione. Forse non è possibile farlo. Magari è troppo complicato. Magari a qualcuno non conviene. Allora facciamo così: proviamo a pensare che se un fabbricante si è fatto in tanti o pochi anni una fama di serietà significa che ce l’ha messa sempre tutta — almeno nelle intenzioni — per darci una buona pipa e che il venditore esperto ed onesto si basa su questo per darci un consiglio che poi, alla prova dei fatti, siamo liberi di condividere o no. Magari qualcuno ha imbrogliato il fabbricante. Magari un fabbricante serio fino a ieri, ha deciso che da oggi vuole imbrogliarci. Quindi, prima di giudicare una pipa, teniamo conto di tutti questi elementi. Non per altro. Solo per evitare di imbrogliarci tra di noi!

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