Cenere e carbone: quella pipa non tira

Quando la pipa non tira come dovrebbe

Quando la pipa non tira come dovrebbe: di seguito un breve vademecum redazionale di Smoking (n°1, marzo 1983) utile in particolare modo ai principianti ed a coloro i quali riscontrano ancora qualche difficoltà con i fondamentali. Repetita iuvant.

Cenere e carbone: quella pipa non tira

Sembra incredibile, ma ci sono pipe che “non tirano”. Abbiamo detto che sembra incredibile perché la pipa è fatta in modo da assicurare un tiraggio sufficiente, a meno che non sia proprio clamorosamente sbagliata, che il cannello non sia completamente forato, che i “canali” di cannello e bocchino non combacino, e balorde ipotesi del genere.
Tutte le pipe, dunque, “tirano”, almeno tutte quelle che si vendono nei negozi e d’altra parte accertarsene è di irrisoria facilità, basta soffiare nel bocchino. “Tirano” anche quelle che hanno il foro non proprio sul fondo del fornello, nel qual caso l’inconveniente è, se mai, che può restare un po’ di tabacco non bruciato.
Con tutto questo, però, ci sono fumatori che si lamentano di un tiraggio se non impossibile, difettoso, faticoso. Nella maggior parte dei casi la pipa è innocente. C’è da dire, tuttavia, che lo è un po’ meno se chi l’ha fatta (artigiano o fabbricante) si è tenuto… stretto nel forare il bocchino.
Il foro ottimale è di tre millimetri e mezzo di diametro, starne al di sotto può creare inconvenienti non solo di tiraggio, ma anche di pulizia, senza poi considerare altre conseguenze derivabili dall’eventuale disparità tra un bocchino con canale stretto e un cannello forato con generosità.
A parte, infine, i casi di pipe che tirano normalmente, ma fischiano, sibilano, perché il condotto bocchino-cannello non è uniforme, la colpa del tiraggio imperfetto è sempre del fumatore. Veramente, c’è un’altra evenienza che può essere attribuita a disgraziato incidente: è la briciola, il frammento di tabacco un po’ grosso e legnoso che vada dispettosamente ad ostruire il foro in fondo al fornello. Per il resto, due sono le cause fondamentali: mancata pulizia, carica costipata o comunque mal fatta.
Sulla prima causa basta dire che se un fumatore trascura la sua pipa fino al punto di lasciarne intasare il condotto, è meglio che si dedichi ad altro. Non merita la pipa. Un caso particolare può essere quello della crosta che si forma sul fondo del fornello: è difficile che sia tanta (ce n’è sempre di più sulle pareti laterali), ma in qualche caso può ostruire il foro, sia pure solo parzialmente. Basta rimuovere la crosta, con gli accorgimenti di cui si è più volte parlato.
La seconda causa è la responsabile del maggior numero di casi. La pipa non tira, o tira a fatica, perché è stata caricata male. Troppi fumatori vanno di lungo, danno scarsa importanza a questa operazione che invece è fondamentale per assicurare una fumata “liscia”, uniforme, senza ripetute riaccensioni. Che una pipa si spenga, intendiamoci, non è una tragedia; diciamo pure, anzi, che sono abbastanza rari i casi in cui si accende e si arriva filati fino in fondo. Ma un conto è dover riaccendere una volta o due, un conto è non riuscire a fare dieci tirate di seguito.
Prima eventualità: tabacco troppo umido. Il fumatore dovrebbe accorgersene, basta lasciarlo un po’ all’aria, altrimenti si “impasta” nel fornello e addio tiraggio. Chi ama fumare tabacco relativamente umido sa che deve caricarlo in scioltezza, senza premere troppo, e che poi deve “lavorare” accuratamente di pigino per aggiustare in continuazione la carica. Anche il tabacco troppo secco, del resto, non consente una fumata regolare, perché brucia in fretta e riscalda pipa e fumo.
Ma restiamo al caso più frequente di tabacco in normali condizioni di umidità. Si carica a pizzichi, non a badilate; piccoli pizzichi depositati all’interno del fornello con pressione via via crescente. È importante, cioè, che sotto circoli più aria. Ci si vergogna, quasi, a ricordare il famoso detto inglese che la pipa deve essere caricata dapprima con la mano di un angelo, poi con quella di un bambino, di una donna e infine di un uomo.
Un buon colpo di pollice completa l’opera, livellando la superficie. A questo punto gli scrupolosi, prima di accendere, controllano appunto il tiraggio: un paio di aspirazioni e ci si rende subito conto se l’aria passa, se ne passa poca o troppa. In questo secondo caso, si dà un’altra premutina con il pollice ed eventualmente si aggiunge un nuovo pizzico di tabacco. Se invece si sente resistenza, cioè se l’aria passa a fatica, vuol dire che l’opera “architettonica” della carica è riuscita troppo serrata. Che si fa in questo caso? Il vero rimedio è svuotare e ricominciare tutto da capo; ma si può provare a rimuovere il tabacco con l’ago del curapipe. Il fumatore esperto — secondo quanto afferma Giuseppe Bozzini nel libro «La mia pipa» — segue questo criterio: premendo il tabacco della pipa caricata si deve sentire ancora una certa “elasticità” nella massa del tabacco.
Importante è anche il taglio del tabacco. Quello a taglio grosso o granulare è più facile da caricare, si può premere senza il rischio di costipare. Il contrario vale per i trinciati a taglio sottile, filamentosi. I pezzetti legnosi, che sono frammenti di costola, è meglio buttarli, portano disordine nella carica e ostacolano la buona combustione. Buona, regolare, uniforme combustione è ciò che si vuole ottenere da un corretto tiraggio; e il corretto tiraggio è dovuto in grandissima parte alla cura nel caricare. Quindi una pipa ben caricata si spegne di rado, brucia in maniera uniforme, non lascia creare sacche di umidità.
Se la carica è troppo pigiata la pipa soffoca, la fumata è faticosa e del tutto insoddisfacente; se la carica è troppo sciolta, la pipa ha eccesso d’aria, si scalda, sgocciola, sfrigola.
Il buon tiraggio è assicurato anche da una corretta accensione, che deve avvenire in modo uniforme su tutta la superficie del tabacco (e deve essere in genere seguita da una seconda accensione, dopo il sapiente colpo di pollice). Infine, c’è il modo di fumare, diciamo pure la tecnica; che si confonde, peraltro, con lo stesso gusto, con il piacere della pipa. Nel libro citato si parla di “un placido succhiare, con un suo preciso ritmo che ogni tanto si farà più celere per attivare la combustione e mantenere il tiraggio. L’errore più frequente e deleterio, derivato dalle abitudini contratte con le sigarette, è quello di tirare con boccate troppo robuste e ravvicinate”. E se si spegne? Nessun dramma, si riaccende. Citiamo ancora il libro di Bozzini: “Il giusto ritmo è il risultato di una continua ricerca di equilibrio fra due eventualità: il riscaldamento e lo spegnimento. Come lo si raggiunge? Soprattutto con la pratica e con l’attenzione. Ma anche con una specie di sesto senso. E un po’ come con la musica, ci vuole “orecchio”. E allora si sa quando occorre aumentare il ritmo delle tirate e quando lo si può rallentare, quando servono un paio di boccate energiche e quando si possono rendere impercettibili (è questo uno dei momenti migliori della fumata; in genere lo si raggiunge quando il tabacco è sceso nel centro del fornello)”.
Per regolare il tiraggio e aiutare la combustione è importante l’uso del pigino. Serve a premere la brace che si solleva, serve ad attizzare ma più spesso a far “covare” il fuoco. Se la pipa sta per spegnersi, una schiacciatina e alcune boccate più brevi e rapide quasi sempre sono sufficienti per rianimarla. Metodo efficace per stabilizzare la combustione è anche quello di ridurre l’aria che entra dal fornello, coprendolo, tutto o in parte, con la scatola dei fiammiferi e con il palmo della mano.
Ultimo aspetto: la cenere. Non va rimossa, ha un suo ruolo nella combustione, contribuisce a far “covare” il fuoco. Tutt’al più, quando la pipa si è spenta, si può eliminare la cenere che cade naturalmente capovolgendo il fornello; poi si calca e si riaccende. Qualcuno sostiene che la cenere ha un suo peso persino nel sapore del fumo; e magari è vero, con la pipa non si può escludere niente.

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