Un solido Castello di nuvole: intervista a Franco Coppo

Un solido Castello di nuvole: intervista a Franco CoppoDi seguito una corposa ed interessante intervista fatta a Franco Coppo (pipe Castello). L’articolo originale è pubblicato sulla rivista Smoking (n°4, dicembre 1990), a cura di Franco Venturi.

Un solido Castello di nuvole: intervista a Franco Coppo

Come ha conosciuto Carlo Scotti?

Conoscevo Carlo Scotti già prima del 1966, lo avevo visto a Milano in occasione di una mostra dell’artigianato. Poi, quella volta che entrai in fabbrica, lo vidi laggiù in fondo al capannone e mi disse con una semplicità disarmante: «Vedi, questo è il lavoro che faccio io!».

Come avvenne l’incontro?

Fu mia moglie Savina a dirmi che suo padre voleva parlarmi. Allora non ero ancora sposato con lei: ci eravamo conosciuti all’Università, dove frequentavo la facoltà di Ingegneria.

Quanti operai lavoravano allora?

Erano in quattro.

E Scotti di che cosa si occupava?

Lui dirigeva la fabbrica, abbozzava modelli e riceveva i clienti che venivano a trovarlo qui. In pratica, aveva già superato la fase della vendita al banco e preferiva ricevere i dettaglianti sul posto di realizzazione, invitandoli a dare i loro consigli, per verificare con loro le esigenze del pubblico. Questa era la fase sicuramente più importante, di verifica di quanto il prodotto venisse accolto e quali fossero gli interessi del pubblico.

Questa è una scelta ancora oggi valida?

Sì, e per un motivo molto semplice: dedico tutta una giornata al mio cliente e gli permetto così di entrare in argomento, tenendo conto di ogni suggerimento che mi vorrà dare. Il prodotto lo creo dopo aver sentito il parere di tutti i miei punti vendita. La stessa politica che adotto coi miei dipendenti.

Quando entrò in fabbrica, lei si trovò di fronte a delle pipe già fatte, a delle forme già espresse: che idea si fece?

Erano pipe che uscivano dai miei canoni: io avevo un’idea diversa su come potevano essere fatte le pipe. In seguito assimilai le forme Castello fino a sentirle mie. Le pipe che vediamo oggi, comunque, hanno subito profondi cambiamenti.

Lei che era già fumatore di pipe, che cosa intendeva per pipa?

Per me la pipa era la classica inglese, non molto grossa. Qui invece esisteva già un design molto estroso e anche il percorso di fabbricazione usciva da certi schemi tradizionali. Questo mi colpì molto. Cominciai così ad esercitarmi per fare cose strane, bocchini nodosi, forme scavate, cose inimmaginabili per l’epoca. Nei primi mesi del 1967 feci alcuni prototipi passando prima per le varie fasi di lavorazione, sulle quali mi soffermavo per mesi. La cosa che mi interessò di più, furono i colori: vedere le varie reazioni del legno alla lucidatura, studiarne le miscelazioni. Poi passai alla sabbiatura, che ancora oggi ha un metodo di esecuzione particolare, che in pratica consiste nel seguire con la sabbiatrice le parti tenere della radica e permette di modellare la superficie al meglio delle possibilità.

Ma qui che cosa succedeva?

C’era già una rivoluzione in atto. Pipe lunghe, larghe, bocchini esageratamente grossi ecc. Alla fine, capii che per fumare meglio era necessario anche curare lo spessore della radica, insomma erano le caratteristiche di Castello che avrei poi apprezzato. Praticamente si erano riempiti dei volumi mancanti.

Questo è molto importante…

Penso che si vennero a colmare quei vuoti di fantasia che il fumatore chiedeva ma non immaginava mai di poter ottenere, perché la linea classica sembrava saturare ogni altra possibilità artistica. Da questo momento in poi, secondo me, sono aumentati sicuramente i fumatori, ma sono nati anche i collezionisti.

E’ stato già scritto e siamo sempre più convinti che, se una pipa dovesse entrare finalmente alla Triennale di Milano o alla Quadriennale di Roma, questa dovrebbe essere proprio una Castello. Pensiamo alla famosa pipa dal vaso allungato chiamata “Caminetto”.

Il parallelo, ricordo, fu accostato all’allungamento dei colli di Morandi e alle forme esasperate di Ettore Sotsass nelle stoviglie e nel vasellame da cucina.

Come si comportarono i collezionisti?

C’è da fare una premessa: fino ad allora la pipa veniva ricambiata. Il fumatore se ne comprava due tre all’anno e buttava quelle che riteneva troppo vecchie: basti ricordarsi di Simenon. Non c’era problema, perché bastava ricomprarla uguale e più fresca. Con l’avvento della linea libera, ecco che il problema si faceva diverso e il pezzo vecchio non si poteva alienare perché ci si rendeva conto che oltre ad essere un pezzo unico era un oggetto artistico. Alla fine il fumatore si rendeva conto che, nel rivedere le sue trenta quaranta pipe in mostra nella vetrinetta, provava un senso di gioia, riviveva la sua epoca, aveva una visione completa della vita attraverso un valido testimone. Scotti fece nascere questo desiderio e nello stesso tempo si appropriò di questa fetta di mercato. Forse non è un caso che il primo boom della pipa scoppiasse nei primi anni Sessanta. A breve distanza ne seguì un altro che andò ad incrementare ulteriormente la ricerca della pipa-oggetto sviluppando una richiesta molto forte.

Seguirono le imitazioni…

Per forza! La Castello aveva una produzione molto limitata. Fu naturale che in molti si mettessero ad imitare la nostra politica, ma la cosa più importante è che si iniziò a pensare alla pipa in un altro modo, tant’è vero che grosse marche, come Dunhill e Savinelli, passarono a sviluppare questa idea. Tutti l’hanno sfruttata. Questo fu quello che più mi colpì quando entrai: io la chiamavo “l’Università della Pipa”! La fucina delle idee: qui nascevano idee tutti i giorni…

Ad esempio?

Ad esempio il pigino di radica è un’idea di mio suocero, che lo fece per scherzo: io invece capii che non era affatto uno scherzo ma che si poteva produrre e farne diversi tipi. Poi ci fu il momento della mescola da usare per incrostare i fornelli, fatta con impasto di miele e altri elementi, seccata e polverizzata. Non venne mai usata, perché mai ritenemmo necessario scurire i fornelli! Eppure fu imbustata pronta alla vendita anche al pubblico… I pigini in radica invece finirono nelle tasche di tutto il mondo.

Che cosa fece lei in modo particolare?

Io feci le prime pipe con bocchino in radica, aggiunsi le vere in radica: e qui parlo della fine degli anni Sessanta. Una volta conosciute tutte le lavorazioni, passai al divertimento delle innovazioni. Anche perché competere con gli altri nella normale produzione mi era impossibile: sia per abilità che per ruoli ben stabiliti.

Chi altri in fabbrica aveva un ruolo dominante?

C’era Tarcisio Gazzola dal quale ho imparato praticamente tutto. Carlo Scotti mi lasciava solo con lui. E lui che mi ha dato la manualità.

Ma Tarcisio da chi aveva appreso?

Era l’allievo prediletto di Scotti. Insieme decidevano che cosa fare già prima che venissi qui io. Mio suocero studiava linee, abbozzava pipe, poi insieme a Tarcisio le realizzava, ci litigava; non finiva mai il prodotto. Per lui fare pipe era un gioco. Si faceva predisporre abbozzi forati, poi andava a crearne le forme. Lasciava il pezzo abbozzato per farlo finire agli altri e ripartiva con un’altra idea.

Ma allora che cosa faceva Carlo Scotti?

 Lui aveva disegnato tutte le linee base, le realizzava, le finiva anche, ma bocchino, colore, finissaggio li lasciava all’inventiva degli altri, per poi discuterne alla fine. Ho ancora qui dei manufatti originali. E, come si può vedere, si tratta di linee grosse, assurde per l’epoca, fatte di sua mano. Sono curiosissime…

Come si arrivò all’innovazione della linea?

Con una mola speciale che abbiamo inventato noi. E’ una mola priva di spigoli. Noi pensammo che ci doveva essere morbidezza nel lavoro, perché doveva darci il colpo, la forza, l’occhio. Qui, cioè, si lavora sensitivamente, invece che con la mola tradizionale, con cui tutto è più rigido. Il disco rotante accompagna il pezzo quando premi e, mentre lavori, è lui che ti fa un disegno, l’occhio e la mano seguono il disco.

Questa è la lavorazione a pezzo fermo di cui lei mi parlò già molti anni fa…

E’ una caratteristica nostra. La nostra linea è un susseguirsi di miglioramenti della “linea prima”: quando noi costruiamo alcune pipe della stessa forma ci accorgiamo che inevitabilmente alcune sono più belle delle altre. Così di volta in volta si parte da un gradino superiore.

Prima che lei entrasse qui, c’era già questa evoluzione?

No, sicuramente no. Non esisteva tutto ciò. I parametri di lavorazione erano completamente diversi. Prima c’era staticità nell’ideare il modello, cioè lo faceva Scotti da solo. In seguito le cose cambiarono. Ci fu un ricambio importante anche nei dipendenti e l’apporto di una nuova interpretazione del lavoro. Nacque un lavoro collegiale interdipendente, autonomo e l’abitudine al confronto delle varie soluzioni unite al prodotto nel frattempo ideato.

E per quanto riguarda la radica?

Sta proprio qui la novità assoluta di rivoluzionamento dei canoni precedenti, insieme al ricambio di alcuni dipendenti. Quelli che subentrarono, iniziarono a lavorare a pezzo fermo e questo permetteva, se non altro, di lavorare radica molto secca ben stagionata: da qui la creazione del magazzino di invecchiamento, che mi consente a tutt’oggi di lavorare con radica invecchiata otto-nove anni.

Le novità?

Da qualche tempo abbiamo trascurato le pipe grosse, per dedicarci ad oggetti più piccoli: e qui le difficoltà sono maggiori. Questa grande novità si è potuta realizzare solo grazie alla preparazione dei nostri artigiani. Se riprendiamo in mano una pipa di qualche anno fa, grande, voluminosa e la confrontiamo con una di oggi, ci accorgiamo del cambiamento e delle difficoltà anche mentali che abbiamo incontrato per poterle realizzare. Lavorare sul sottile in questo modo diventa un’arte.

Le innovazioni però non arrivano mai sole…

No, infatti, l’evoluzione vera della Castello si è avuta negli ultimi dieci anni. Se nota, l’evoluzione della linea dal 1980 ad oggi è stata molto più veloce rispetto a quelle precedenti. Prima c’è stata la formazione dei ragazzi in fabbrica, poi sono stati loro ad esprimersi, tanto che oggi basta andare in laboratorio e chiedere di fare una linea nuova che partono da soli e la realizzano.

Vogliamo fare i nomi di questi preziosi collaboratori?

Tarcisio Gazzola, 48 anni, Gino Gazzola, 40 anni. Giocondo Gazzola, 45 anni (tre fratelli che da sempre sono con noi); Lucio Brivio, 39 anni, che è con noi da tredici anni; Osvaldo Porro, 33 anni, da dieci in fabbrica; Giuseppe Ronchetti, 41 anni, da otto anni con noi; Pietro Porro, 40 anni, l’ultimo assunto, quattro anni fa.

E per il futuro quali linee saranno richieste?

Ritorneremo all’estroso con tante innovazioni che prima non venivano accettate volentieri: o era il classico o era fuori dal comune. Ora si tende ad accettare diverse soluzioni messe insieme. In fondo, però, penso che il classico non finirà mai. Per le forme andremo verso il semi-curvo che è una linea un po’ trascurata, anche se molto elegante. Invece il curvo subirà un’evoluzione più accentuata, perché finora, per me, non si è ancora espresso al meglio. Sono le linee della vita quotidiana, penso alle infinite evoluzioni della moda per esempio, che vengono inevitabilmente trasferite nel lavoro, che ci condizionano.

E per le colorazioni?

Sono appassionato alla creazione dei nuovi colori, è un settore che curo in modo particolare. Personalmente amo quel colore di legno vissuto, di pipa fumata, che ti fa vedere che il legno vive e mette in risalto tante sfumature. Vorrei poterla dare già così.

Che cosa usate?

Solo prodotti vegetali ad alta evaporazione. Questo consente di lasciare il poro del legno aperto e permette alla pipa di respirare.

Che tipo di vernici usate?

Non usiamo vernici ma solo lacca, che durante la lavorazione viene poi tolta. Il vecchio sistema per lucidare i mobili era con spirito e gommalacca: noi lo usiamo ancora, perché è la materia migliore per coprire il legno e poi, con un “panno di pomice”, la togliamo lasciando solo una leggera patinatura. Il legno, però, resta naturale. Sarà poi la vena stessa a maturare da sola, sarà evidente dopo le normali fumate e all’esposizione alla luce.

Che cosa gradiscono gli americani?

Viene molto apprezzata la serie Sea Rock forse perché danno molta importanza al manufatto, mentre noi popoli latini apprezziamo di più gli oggetti che splendono, amiamo gli oggetti che luccicano. Gli americani sono perlopiù businessmen o desiderano dare questa immagine di sé; amano l’oggetto fatto a mano, leggero, che possono lasciare ovunque con noncuranza, farlo fumare con facilità e ricambiarlo spesso; la bellezza passa in secondo piano.

Arriveremo anche noi ad apprezzare la rusticatura?

Forse, ma in un secondo tempo: vorrei che il fumatore potesse toccare con mano tutti i vantaggi e la bellezza di questo lavoro. Chi invece lo guarda solo dal punto di vista estetico, non comprenderà mai. Poi c’è anche il fattore prezzo: il rusticato ha una differenza minima rispetto al liscio, per chi si appresta a comprare una Castello; con uno sforzo in più arriva al liscio per la bellezza e lo splendore. Penso che la maggioranza andrà sempre più ad apprezzare la Sea Rock come pezzo unico. Diventerà la pipa sportiva e anche di consumo, pratica e rara.

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